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La BCE aiuta la UE (e l’Italia) a darsi una mano

L’Unione Europea sta cercando di darsi una mano. Una mano è fatta di cinque dita. Nel nostro caso, le cinque dita sono rappresentate da: BCE, BEI, Recovery Fund, MES e SURE.

di Antonio Mansueto 6 mag 2020 ore 14:09

di Antonio Mansueto, socio AIAF

bce_18L’Unione Europea sta cercando di darsi una mano. Una mano è fatta di cinque dita. Nel nostro caso, le cinque dita sono rappresentate da: BCE, BEI, Recovery Fund, MES e SURE.
Cinque strumenti diversi, che non è sbagliato utilizzare insieme. Si tratta di differenziare le tempistiche, lo scopo, le dimensioni. E di lavorare alacremente e velocemente. La pandemia fa danni giorno per giorno, ma, anche, si innesta su una situazione europea già poco efficiente e squilibrata sempre più dalla crisi del 2008/2011, e deve essere riequilibrata. Certamente l’altra mano, le nazioni europee, se la devono dare da sole, a seconda delle loro diverse esigenze e situazioni. Ma qualcuno deve gestire l'emergenza: è cruciale, quindi, la forza con cui una istituzione europea sta assumendo il suo ruolo, sia nel concreto che nelle indicazioni che sta finalmente fornendo ai mercati: la BCE.
Dopo l’uscita infelice iniziale di Christine Lagarde, più volte la banca centrale ha riaffermato un ruolo rilevante nel calmierare i mercati dei titoli pubblici, anche per iscritto sul proprio sito internet. Per ottenere l’obiettivo sull’inflazione, spiega la BCE, occorre tenere sotto controllo anche il mercato dei titoli pubblici ed evitare asimmetrie tra i tassi dei debiti sovrani in UE, che poi causano differenze tra i tassi reali in diversi paesi: da cui disparità tra zone che non possono avere leve valutarie. Quindi si genererebbero diversi tassi di inflazione in diverse zone UE, non tollerabili. La BCE si è espressa molto chiaramente sul suo ruolo di calmierare gli spread, auspicando anche un più chiaro indirizzo di politica economica e fiscale in Europa: purtroppo un tassello mancante alla UE, e determinata dal difficile confronto tra Stati dell’Unione.
La corte tedesca doveva dare un giudizio sulle politiche di QE della BCE, contestato da parte di molti economisti e giurati tedeschi. Ebbene il 5 maggio, la corte tedesca si è limitata ad accettare le decisioni della Corte di Giustizia europea e a stabilire che il programma di Quantitative Easing "non viola il divieto di finanziamento monetario" degli stati membri. La Corte rimanda al governo tedesco il ruolo di negoziare le politiche monetarie in UE, riportando alla normalità politica il negoziato europeo. Una notizia positiva, che dà forza alle azioni e alle posizioni espresse ormai più volte e con chiarezza dalla BCE.
Nelle postille, tuttavia, la corte tedesca impone ai politici del proprio paese di inoltrare una richiesta di chiarimenti alla BCE, esprimendo dubbi sulle modalità operative. Non può determinare cosa debba fare la BCE, ma tenta di indurre la Bundesbank a “uscire” dai programmi BCE se non si avranno chiarimenti soddisfacenti. Ciò potrebbe mettere a rischio la permanenza della Germania nella UE. In realtà, l’opinione di molti è che non sarà difficile fornire tali chiarimenti, visto che l’operato della BCE ha una logica chiarissima. Il ministro dell'Economia italiano Gualtieri ha detto che "la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica", visto che conferma la legittimità di fondo del 'Pspp' e "non riguarda in nessun modo" il 'Pepp'. Ma il timore dei mercati è che la sentenza possa frenare l’operato della BCE.
Intanto, la Banca Centrale Europea continua il sostegno al mercato acquistando titoli di stato, tra cui i quantitativi raddoppiati (in aprile) di Btp. Alcuni osservatori sottolineano che la BCE starebbe indirettamente monetizzando il debito europeo, non soltanto quello italiano. Questo non è corretto, trattandosi di una operazione temporanea, dettata dalle condizioni di emergenza dei mercati finanziari. E tuttavia questa operazione non può che proseguire con forza finché non vi siano condizioni più favorevoli sui mercati e finché non vi sia la capacità degli Stati indebitati di far fronte al giudizio dei mercati senza fiammate sugli spread. Azione calmierante con implicazioni anche positive su quelli che saranno i rating assegnati all’Italia e ai paesi europei più indebitati da Fitch, Moody’s, S&P.
Ricordiamo anche che il calmierare gli spread avviene tramite acquisti dei titoli di stato sul secondario, rialzando le quotazioni, e quindi sostenendo i bilanci di tutte le banche europee (anche dei “paesi forti”) che detengono i titoli di stato dei paesi europei più indebitati in portafoglio, e che dal crollo di questi trarrebbero difficoltà di bilancio.
Il vantaggio dell’azione della BCE dovrebbe quindi essere abbastanza condiviso, seppure resterà sempre al centro delle discussioni, essendo la BCE l’unica vera istituzione UE indipendente e funzionante. Ciò non toglie peso alle discussioni del negoziato europeo per le scelte economiche di impatto a medio termine, ma l’operato della BCE assicura qualche mese di tempo per concretizzare negoziati e conseguenti azioni. Certamente, si tratta di mesi che riserveranno ancora alti e bassi, nell’incedere del negoziato.
L’operato della BCE può anche significare il consentire all’Italia di organizzare le misure per la ripresa senza costi aggiuntivi insopportabili sul debito pubblico. Compito che non è certo semplice, ma, a queste condizioni, possibile.
Tornando all’inizio dell’articolo, se la BCE assicura la stabilità degli spread, l’Italia ha il tempo di “darsi una mano da sola”.
Darsi una mano significa utilizzare bene i fondi europei per il rilancio di settori che nel futuro prossimo saranno trainanti. E per finanziare il rilancio, di certo va valutata, come proposto da più parti, anche l’emissione di un bond italiano “per la ricostruzione” di lungo termine destinato al mercato interno, con particolari vantaggi fiscali per i risparmiatori italiani. Ha un senso ed è un messaggio importante per gli altri paesi della UE, perché il settore privato italiano è uno dei più virtuosi al mondo, con un alto risparmio e basso indebitamento, ed è giusto che mostri di dare il suo contributo alla finanza pubblica del proprio paese.

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