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La Bank of Japan e lo yen: un serio problema per l'azionario

Non è stato il petrolio, ieri, a far svoltare in negativo gli indici di Eurozona: è stato lo yen che resta forte. Un grosso e serio problema per tutti i mercati globali. E si guarda già ai dati per l’inflazione.

di Redazione Soldionline 22 dic 2015 ore 09:22

Commento giornaliero di www.recce-d.com

I TEMI DEL GIORNO
1.     Da qui alla Befana: una fine d’anno selvaggio?
  Anche ieri, una giornata folle per le Borse globali. Il Wall Street Journal ha titolato: “Why this ‘insane’ year in markets is poised for a wild finish”. Perché questo titolo? Perché il 2015 è stato un anno di svolta, di rottura, di discontinuità: e quindi di volatilità. Molti dati lo testimoniano. L’indice della Borsa di New York ha segnato oscillazioni superiori al 2% in otto sedute, un dato doppio rispetto al 2012, 2013, 2014. E in tre di questi giorni oscillazione ha superato il 3%: questo nei tre anni dal 2012 al 2014 non era mai successo. Come investire, in un mercato come questo? Ne parliamo nella nostra seconda sezione, che segue qui sotto [importante per: equity , obbligazioni e valute (globale)].

2.     La Bank of Japan e lo yen.
  Non è stato il petrolio, ieri, a far svoltare in negativo gli indici di Eurozona: è stato lo yen che resta forte, dopo che venerdì (grafico sotto) era sceso a 124 contro USD subito dopo la riunione della BoJ, per poi risalire subito sotto i livelli del mercoledì precedente, e poi ieri lunedì pomeriggio ha rotto anche quota 121. Un grosso e serio problema per tutti i mercati globali, e si guarda già ai dati per l’inflazione di giovedì 24 dicembre [importante per: equity , obbligazioni e valute (globale)].

3.     Il dato sui consumi USA   [importante per: equity , obbligazioni e valute (globale)]

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L’OPERATIVITA'
Portafoglio nel 2016: strategie a rendimento assoluto.    
  Ieri abbiamo detto che il problema centrale, per i gestori di portafoglio, nel 2016 e negli anni seguenti sarà quello di generare rendimento assoluto, visto che dai benchmarks di mercato è legittimo attendersi una fase come minimo laterale se non di calo vero e proprio. Per questo, sul piano operativo è facile immaginare che si tornerà a parlare con insistenza di prodotti alternativi, come accadde dieci anni fa: allora, l’interesse degli investitori si concentrò sulla categoria dei Fondi HEDGE, che conobbero tra il 2003 ed il 2007 la fase della definitiva consacrazione, per poi cadere nei tre anni successivi nelle trappole della illiquidità, una caduta il cui prezzo viene pagato ancora oggi (come vedete nel grafico in basso, il numero di Fondi HEDGE che chiudono risulta in aumento). Altri Fondi HEDGE hanno deciso invece di avvicinarsi ai Fondi tradizionali, sia nelle strategie di gestione, che perdono però in questo modo parte del loro essere “alternative”, sia nei costi, che molti Fondi HEDGE hanno già deciso di ridurre, dal noto “2% + 20%” ad un più comune “1% + 15%”. Questi sono senza dubbio cambiamenti significativi, ma forse non sufficienti: il pubblico dei risparmiatori non potrà essere convinto della bontà di questi veicoli, fino a che rimangono problemi di trasparenza (che cosa c’è, dentro questi Fondi?) e di performance. Secondo l’indice HFRI Weighted Composite, la categoria ha messo a segno per il 2015 un risultato dello 0,3%, e per il 2014 del 2,9%. Risultati senza dubbio insufficienti. Esistono però alternative agli “alternativi”: e ne parleremo domani.

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L'ANALISI
Crescita/recessione e inflazione/deflazione: che scenari nel 2016.  
  Ora che nessuno, utilizza più l’enfasi e l’entusiasmo di 12 mesi fa per spingere sul tema della crescita economica nel 2016, sarà forse l’anno buono che la crescita arriva? Sembra di no: al contrario, negli Stati Uniti negli ultimi due mesi si è tornati a usare la parola con la “R”, ovvero quella recessione che fa tantissima paura a tutti, sia tra gli operatori, sia alla Federal Reserve (tanto che si sostiene che proprio il timore di una recessione abbia spinto Yellen ad alzare i tassi ufficiali quando non ce ne sarebbe stata la necessità).  La parola con la “R” si è affacciata anche nelle rassegne di fine anno degli strategisti della banche di investimento: ne hanno parlato sia JP Morgan sia Citigroup. JP Morgan sostiene che c’è il 76% di probabilità di una recessione negli USA entro i prossimi tre anni, Citigroup è più precisa e scrive che:
As the U.S. economy enters its seventh year of expansion following the 2008-09 crisis, the probability of recession will reach 65 percent, Citi's rates strategists wrote in their 2016 outlook published late on Tuesday. A rapid flattening of the bond yield curve towards inversion would be an key warning sign. "The cumulative probability of U.S. recession reaches 65 percent next year," Citi's rates strategists wrote in their 2016 outlook published late on Tuesday. "Curve inversion will likely come more quickly than the consensus thinks."

E ci sono anche alcuni dati a puntare in quella direzione: nei grafici qui sotto, ne vedete due dei più significativi. Concluderemo domani.
 

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