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Investitori e Debito: voglia matta di CCT

Oggi, in presenza di una trappola della liquidità mondiale, è necessario rischiare di più per ottenere i medesimi rendimenti di qualche anno fa, cambiando magari categoria di asset

di Redazione Soldionline 13 mag 2016 ore 14:34

A cura di TradingRoomRoma

I bot-people, ormai in estinzione, cercano soluzioni alternative per investire in sicurezza con prospettive di rendimento adeguate. Oggi, in presenza di una trappola della liquidità mondiale, è necessario rischiare di più per ottenere i medesimi rendimenti di qualche anno fa, cambiando magari categoria di asset (da obbligazionario ad azionario). Quale soluzione? Il Mef nelle emissioni del debito ovviamente predilige spingere il Btp Italia indicizzato all’inflazione, sapendo di esporsi di meno ad un rialzo dei tassi. Nel novembre 2011, quando i tassi dei btp schizzarono al 7%, l’inflazione era comunque bassa quindi non coincideva un rialzo dei tassi di interesse con un rialzo dell’inflazione.

Questo è il motivo che frena il governo ad emettere tanti CCT. Cosa sono? Borsaitaliana li descrive così “Una ulteriore tipologia di titoli emessi dallo Stato è rappresentata dai Certificati di Credito del Tesoro (CCT). Si tratta di titoli a tasso variabile della durata di 7 anni. Sono caratterizzati dal pagamento di cedole semestrali indicizzate al rendimento dei BOT a 6 mesi, maggiorato di uno spread. I CCT hanno la peculiarità di adeguare la cedola ai tassi correnti di mercato, permettendo all’investitore la possibilità, in caso di smobilizzo dell’investimento prima della scadenza, di recuperare, grosso modo, il capitale inizialmente investito.
Ai fini della determinazione della cedola semestrale, si moltiplica per 0.5 il rendimento lordo semplice del BOT semestrale registrato nell’ultima asta che precede il godimento della cedola del CCT; al risultato così ottenuto viene sommato uno spread dello 0.15%.”

Il CCT scadenza 2017 tasso variabile, emesso nel 2010, durante la crisi dello spread a novembre 2011 scese di prezzo sino a 80; i coraggiosi che hanno comprato a quel prezzo il CCT a scadenza nel marzo 2017 avranno avuto un rendimento lordo del 19% + le cedole variabili in 5,4 anni circa, niente male in un’epoca a tassi zero. Se consideriamo che i bot nel 1983 rendevano il 17,74% lordo, nel 1990 il 12,86%, nel 2000 il 4,63%, nel 2007 il 3,97% e invece dal 2008, grazie alla convergenza dei tassi nella zona euro e grazie alla profonda crisi finanziaria, si è scesi sempre più dal 3,76% fino ai tassi negativi iniziati l’estate scorsa e che proseguono nel 2016.

In caso di solidità e solvibilità del nostro paese forse sarebbe meglio investire in CCT rispetto ai Btp Italia perché reagiscono più velocemente ad un aumento momentaneo dei tassi di interesse non dovuto alle prospettive di inflazione ma dovuto magari ad un calo del rating sovrano. C’è un problema: manca l’offerta e la spinta da parte dello Stato italiano che non ama il rischio di pagare interessi più alti sul debito e giustamente predilige il btp inflazione dove, con la ripartenza dei prezzi, si vedrebbe anche ripartire il Pil e di conseguenza i consumi. Rimarrà solo una “voglia matta” di CCT a tasso variabile.           

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