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Investire? E’ come andare in farmacia

Ci sono i criteri di investimento, tra i quali quellidi tipo “value”,che sono risultati vincenti sui mercati per un periodo di tempo. Questo non significa che lo saranno per sempre

di Valter Buffo 3 nov 2020 ore 09:28

Commento di recce-d.com

investire-risparmiLa settimana scorsa, nel nostro contributo numero 30 della serie dedicata a “value/growth”, vi abbiamo raccontato della chiusura di una società di gestione di fondi che è molto nota nel panorama degli Stati Uniti e anche nel panorama globale. Questa vicenda, di recente ripresa anche dal Wall Street Journal, ci ha offerto uno spunto interessante. Per questo, ripartiremo citando un brano dell’articolo del Wall Street Journal:

You can complain about the death of value investing, or you can do something about it. The discipline of buying cheap stocks, and holding them until they deliver superior returns, has lagged behind the market for so long that most of its practitioners seem to do little buttalk about how bad it isandspeculate about when it will get better. Then there’s Ted Aronson. He is giving back $10 billion to his investors and shutting down his Philadelphia-based value-investing firm, AJO. That is after more than 30 years in which AJO’s returns were often among the best in the business of managing money for pension funds, university endowments and other institutions. They aren’t among the best anymore.

La vicenda di Ted Aranson e della sua società di gestione ci fornisce un esempio molto concreto, di ciò che andiamo scrivendo da mesi in questa nuova serie: ci sono i criteri di investimento, tra i quali quellidi tipo “value”,che sono risultati vincenti sui mercati per un periodo di tempo. Questo non significa che lo saranno per sempre. Come dicevamo già la settimana scorsa, il mercato finanziario è una realtà fatta di uomini e istituzioni, consuetudini e pratiche: che sono in quotidiana evoluzione. La parte quant della finanza, quella che utilizza modelli matematici, strumenti della statistica, e elaborazione di grandi masse di dati (big data) può sicuramente contribuire in modo positivo a un generale miglioramento della professione dei gestori di portafoglio. Noi stessi la utilizziamo per le decisioni di investimento, ma mai in modo automatico. Non pensiamo che un algoritmo possa produrre una “strategia di investimento superiore”, perché (tra le diverse ragioni) sappiamo che la finanza cosiddetta quant non ha la capacità di adattarsi in modo rapido all’evoluzione dei mercati finanziari, capacità che per molteplici ragioni è diventata decisiva negli anni del nuovo millennio. Se ne scrive proprio nell’articolo del Wall Street Journal dedicato ad Aranson, e nel modo che segue:

Mr. Aronson is a “quant,” or quantitative investor, whodoesn’t analyzesuch fundamentals as the quality of a company’s products, the skill of its executives, the loyalty of its customers or the strength of its competitors. Instead, he and his team look only at the numbers:more than a dozen measuresof net income and asset values, profitability, earnings estimates, trading activity and other factors that decades of research has shown can identify cheap stocks.

La chiusura di AJO e le difficoltà di altre case di fondi comuni di tipo “quant”, tra le quali spicca ad esempio AQR, non hanno impedito agli uffici marketing delle grandi reti di distribuzione e vendita di “prodotti finanziari”(non soltanto in Italia) di scegliere questa strada per portare agli investitori al dettaglio “nuovi” prodotti finanziari, e tentare di rispondere così all’insoddisfazione dei clienti per i “vecchi” prodotti finanziari. Queste famiglie di prodotti non sono per nulla “nuove”, come già scritto, e si ispirano a idee degli anni settanta ed ottanta, che già allora mostrarono evidenti limiti di applicazione. Oggi ritornano, sulla scia della moda del “fintech”, del “big data”, e così via, ma questo non significa che adesso producano risultati positivi per l’investitore, anzi. All’investitore tocca quindi di capire che cosa possono garantire queste “nuove” soluzioni quant, ammesso che possano effettivamente garantire un miglioramento, in termini di rischio e rendimento, rispetto alle altre soluzioni che sono disponibili. Nel brano citato sopra, si dice ad esempio che “decenni di analisi statistica hanno confermato la validità di queste formule (formule che nel caso specifico “identificano” in modo automatico le azioni che sono più “a buon mercato”) ma proprio questa vicenda ci ricorda che quello che era stato osservato e registrato nei decenni precedenti al duemila non funziona necessariamente oggi.

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Come vi abbiamo mostrato nelle settimane precedenti, i prezzi dei titoli di tipo “value” hanno continuato a scendere, persino in una fase di recessione profonda come si è registrata nel 2020 (recessione che avrebbe dovuto penalizzare i titoli azionari “growth” e spingere ad investire in azioni “a basso costo”). Da grafici come quello che vedete qui sopra, fonte Financial Times, che cosa si ricava? Che non erano“a buon mercato”, i titoli di tipo “value”: invece erano “cari”, ed erano cari già anni prima del 2020, quando furono acquistati da molti investitori, oltre che da Aranson e molti altri gestori che utilizzano criteri “value”per la costruzione e la gestione del portafoglio in titoli. Allarghiamo il nostro discorso, al di là della questione “value/growth”. Come potete vedere nel grafico che segue (fonte: Lance Roberts RIA), mai in passato si era verificato ciò che oggi stiamo osservando. C’è una discontinuità: qualcosa che gli algoritmi (a differenza dei nostri lettori) non sono in grado di comprendere. Nei prossimi mesi ed anni, è ragionevole attendersi altre discontinuità, in altri settori del mercato finanziario, altri eventi “mai visti prima”. Gli algoritmi, anche in quei casi, andranno in difficoltà.

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Per concludere il contributo di oggi, vi ricordiamo che Recce’d ha avviato in marzo 2020 questa serie, che oggi arriva all’episodio numero 31 (e che facilmente potete rileggere qui sul sito di Soldionline.it fin dal suo inizio), allo scopo di fornire utili ed originali spunti di riflessione, ma pure pratiche indicazioni per il vostro portafoglio in titoli e fondi. Oggi vi ricordiamo che investire ha poco o nulla in comune con la vostra spesa al supermercato, quando tutti scegliamo in base all’etichetta: investire è più simile all’andare in farmacia, quando diventa obbligatorio leggere bene il foglietto illustrativo, per le controindicazioni e per il dosaggio.

 

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