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Il dollaro USA: perché non va?

Neppure Janet Yellen e la sua Fed riescono a rimettere le ali al dollaro USA. Una buona fetta delle performances di portafoglio dei prossimi due mesi verrà fatta sui cambi. Pronti per operare!

di Redazione Soldionline 3 nov 2015 ore 09:19

Commento giornaliero di www.recce-d.com

I TEMI DEL GIORNO

1.     Il dollaro USA: perché non va?  Neppure Yellen e la sua Fed riescono a rimettere le ali al dollaro USA, che resta anche questa mattina fermo a 1,1000 contro euro. Il grafico in basso racconta come il dollar index era tornato già venerdì sera ai livelli di mercoledì mattina, prima della riunione della Fed (e lì si trova anche oggi). Vi ripetiamo che una buona fetta delle performances di portafoglio dei prossimi due mesi verrà fatta sui cambi, dove noi continuiamo ad aspettarci uno spike di volatilità e ci teniamo quindi pronti per operare [importante per: valute (globale)].
2.     Fed e dato ISM di ieri.  Molti lettori hanno visto, nella nostra terza e conclusiva sezione di ieri, lunedì, il grafico con la storia del’indice ISM manifatturiero: che ieri è sceso al minimo da oltre 2 anni, ma soprattutto è sceso a quota 50. Sotto 50, c’è la contrazione economica: e questo è un indice che funziona davvero, a differenza dei PMI in Europa. Il punto lo faceva il nostro grafico di ieri: l’indice ISM sta per segnalare una contrazione, ed ugualmente la Fed ha intenzione di rialzare i tassi ufficiali. Un punto su cui riflettere [importante per: equity, valute e obbligazioni (USA)].

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L’OPERATIVITA'
Vivere a tassi zero
. Cosa fare delle proprie obbligazioni, se rendono meno di zero? Ha senso pagare per prestare denaro? Soprattutto a cattivi debitori come lo Stato italiano? Ha scritto la settimana scorsa il Corriere della sera, in un articolo dal titolo “Vivere con i tassi sotto zero”
 
L’alternativa attuale per centinaia di istituti di credito nell’area euro sarebbe tenere centinaia di miliardi fermi dentro i propri conti presso la Banca centrale europea e pagare per questo una tassa ancor più elevata. In tempi normali, la Bce riconosceva un interesse positivo su quei conti correnti. All’inizio di quest’anno invece ha portato il «tasso sui depositi» (quello praticato sulle banche che parcheggiano la liquidità a Francoforte) fino a quota meno 0,20%. Per Deutsche Bank, Unicredit o Santander tenere fermo il denaro presso la banca centrale costa caro, e in futuro probabilmente ancora di più. (…) Per questo a una banca conviene sempre di più investire su un titolo di Stato italiano, così diffuso e abbondante sul mercato da essere oggi quasi l’equivalente di denaro liquido sotto un’altra forma. Se tiene un buono del Tesoro di Roma fino alla scadenza fra un anno, quella banca oggi perderà solo lo 0,035%. Se invece conserva lo stesso denaro immobile presso la Bce, perderà lo 0,20% e probabilmente in futuro lo 0,30 o anche di più. D’altra parte l’inflazione è così bassa che anche questo tipo di rendimenti sotto zero non erode davvero il potere d’acquisto del denaro. Non solo: anche con rendimenti negativi alla scadenza, i prezzi dei titoli di Stato salgono man mano che questi diventano più ambiti dalle banche perché la Bce sta aumentando la sua «tassa» sui loro depositi. Comprare e vendere nei momenti giusti può anche generare una forte plusvalenza.
 
In sintesi, i rendimenti negativi derivano da un “gioco” tra banche commerciali e BCE: la BCE riduce il tasso sui depositi presso la stessa BCE per spingere le banche a fare credito. Ma le banche NON fanno credito, come ci dicono i dati della BCE di settimana scorsa: no, le banche comprano titoli di Stato, per le ragioni spiegate dal Corriere. Chi ne esce con le ossa rotte è investitore privato, siamo noi. Chi fa un grande utile invece è il debitore, e più è indebitato più ne guadagna. Che senso ha, una politica come questa? Non riusciamo a capirlo: a noi di Recce’d, appare come una politica distruttiva dell’economia che produce. Ma come sfuggire alla tenaglia Draghi-banche, operando sui nostri portafogli, se dovunque la situazione è questa (grafico sotto)? Domani ne parleremo.

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L'ANALISI
Gli strumenti a disposizione delle banche centrali: e i loro limiti
. Francesco Guerrera, capo redattore del Wall Street Journal, ieri mattina 2 novembre ha pubblicato sulla prima del quotidiano torinese La Stampa un articolo di fondo, dal titolo “Le banche centrali sono disarmate” che dice tra l’altro quanto segue:

 
Da giganti a pigmei: il viaggio delle banche centrali negli ultimi anni ricorda quello di Gulliver. C’era una volta un gruppo di banchieri con un ruolo fondamentale nel capitalismo mondiale. Durante la recessione causata dal terremoto finanziario del 2008-2009, Ben Bernanke, Mario Draghi e i loro colleghi in Giappone e in Cina salvarono l’economia mondiale dal baratro della Depressione e passarono alla storia. Come Gulliver a Lilliput, quei banchieri divennero dei giganti, più importanti e famosi dei politici e dei CEO (…) oggi, invece, sono piccini piccini, senza un piano d’azione nuovo, circondati da nemici e incapaci ad agire… Sembrano smarriti, incapaci di convincere i mercati e le economie a seguire gli ordini delle loro politiche monetarie (…) In pochi anni, siamo passati dall’era dell’onnipotenza all’epoca dell’impotenza delle banche centrali”
 
E’ esattamente questa la ragione per la quale, da ormai sette giorni lavorativi, noi di Recce’d vi segnaliamo nella terza sezione, L’analisi, che il tema più importante per i mercati è capire quali strumenti saranno utilizzati per fare politica monetaria. In particolare questa settimana, in attesa dei dati per l’occupazione USA di venerdì prossimo, utilizzeremo questo spazi per vedere insieme a voi quali sono i dati ed i fatti che avranno maggiore influenza sulla riunione di dicembre della Fed, per la quale (grafico sotto) secondo i futures ci sono sei probabilità su dieci di un rialzo dei tassi ufficiali USA.

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