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Il 2016 segnerà il ritorno dell’inflazione?

Secondo gli analisti di UBS nel 2016 l’inflazione dovrebbe risalire all’1,6% (dallo 0,2%) negli Stati Uniti e all’1,0% (dallo 0,1%) nell’Eurozona. L'energia giocherà un ruolo importante

di Mauro Introzzi 14 dic 2015 ore 15:51

Nell'ambito del loro Year Ahead per il 2016 gli esperti di UBS si sono fatti 6 domande,  dalle cui risposte può dipendere l’andamento dei mercati finanziari nell'anno che verrà. Nelle prime 4 domande UBS ha messo sotto la lente gli asset a maggior rischio (Il 2015 ha segnato il picco ciclico degli attivi rischiosi?), la politca monetaria (A che punto si trova la politica monetaria?), l'economia cinese (La Cina riuscirà a controllare il rallentamento dell’economia?) e i mercati emergenti insieme alle materie prime (La flessione dei mercati emergenti e delle materie prime è vicina al punto d’inversione?). La quinta domanda riguarda invece l'indice dei prezzi al consumo, ossia l'inflazione.

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inflazione_4L'inflazione è ormai quasi assente dalla scena mondiale dai giorni della crisi, nonostante gli sforzi delle banche centrali. A concorrere a questa situazione ci sono la riduzione del debito bancario, il crollo delle materie prime, le innovazioni tecnologiche, l’eccesso di offerta, la stagnazione strutturale. UBS si chiede se l’inflazione tornerà a salire nel 2016 e pensa, in sintesi, che "probabilmente sì, ma probabilmente non importa".

Ecco cosa ne pensano gli economisti di UBS:

L’iperinflazione che secondo alcuni analisti sarebbe stata innescata dalle iniezioni di liquidità attuate dalle banche centrali dopo la crisi finanziaria del 2008 non si è verificata. Al contrario, negli ultimi anni la crescita dei prezzi è scesa sempre più sotto gli obiettivi ufficiali. A fine 2015 l’inflazione era pari o inferiore all’1% in tre quarti dei 34 paesi OCSE e ad agosto i prezzi erano addirittura in calo in 10 Stati membri. Questi dati si confrontano con l’obiettivo del 2% comune alla maggior parte dei paesi sviluppati.

Nel 2016 l’inflazione dovrebbe tornare a livelli più normali, soprattutto in presenza di una stabilizzazione del greggio. A partire da gennaio 2016, l’effetto base legato ai bassi prezzi petroliferi inciderà sempre meno sul tasso annuo dell’indice generale dei prezzi al consumo. Inoltre, anche se teoricamente l’inflazione strutturale è al netto dell’energia, un brusco movimento delle quotazioni del greggio può sempre incidere sui prezzi in quasi tutti gli ambiti, poiché il petrolio rappresenta un costo produttivo per ogni genere di beni. Con il recedere degli effetti base negativi, l’inflazione dovrebbe aumentare.
Nel complesso, ci aspettiamo che nel 2016 l’inflazione risalga all’1,6% (dallo 0,2%) negli Stati Uniti e all’1,0% (dallo 0,1%) nell’Eurozona.

Un leggero incremento dei prezzi al consumo sarebbe favorevole, poiché allontanerebbe lo spettro della deflazione; ma ciò che importerà di più per i prezzi degli attivi sarà la reazione delle banche centrali. In teoria, le autorità monetarie dovrebbero reagire a un aumento dell’inflazione attuando politiche restrittive; in realtà, però, gli istituti centrali cercano in genere di analizzare gli effetti delle variazioni del costo dell’energia, come già avvenuto nel caso dei prezzi del petrolio nel 2011.

Per i mercati sarebbe più preoccupante se l’incremento dell’inflazione fosse dovuto agli aumenti salariali che non alle quotazioni dell’energia. Questa situazione potrebbe verificarsi negli Stati Uniti o nel Regno Unito, dove i tassi di disoccupazione sono abbastanza bassi da indurre i lavoratori a chiedere aumenti di stipendio. In questo caso, le banche centrali non starebbero a guardare e le società avrebbero motivo di preoccuparsi per i loro margini.

Ma, con un numero relativamente elevato di lavoratori sottoimpiegati o part-time disposti a tornare sul mercato e alla luce del ridotto potere contrattuale dei lavoratori degli ultimi anni, la probabilità che si instauri una spirale salari-prezzi sembra ancora remota.

Conclusione: Pertanto, anche se nel complesso ci aspettiamo un recupero dell’inflazione nel 2016, questo sarà riconducibile essenzialmente ai prezzi dell’energia e non desta quindi preoccupazione.

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