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I Finanziari adesso hanno corso un po' troppo

Nel mondo di Trumpolandia, ci dicono, i tassi di interesse aumenteranno senz’ombra di dubbio, perché il presidente eletto intende per certi versi ripercorrere le orme di un altro celebre parvenu della politica americana: Ronald Reagan

di Gaetano Evangelista 9 dic 2016 ore 10:11

La considerazione ha il sapore della beffa: gli elettori americani, che hanno voltato clamorosamente le spalle alla signora Clinton, vedono con malcelato disappunto la crescita esponenziale in borsa delle banche di Wall Street che con tanto ardore hanno finanziato e appoggiato la campagna elettorale del candidato democratico.


analisi4_1Nel mondo di Trumpolandia, ci dicono, i tassi di interesse aumenteranno senz’ombra di dubbio, perché il presidente eletto intende per certi versi ripercorrere le orme di un altro celebre (e poi celebrato) parvenu della politica americana: Ronald Reagan, che nei primi anni di amministrazione aumentò a dismisura il deficit federale, costringendo il povero Volcker ad aumentare e a mantenere elevati i tassi di interesse, anche quando la guerra all’inflazione era chiaramente vinta.

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Ma è ingeneroso assegnare a Donald Trump le colpe – o i meriti, secondo il punto di vista dei rentier – dell’aumento recente del costo del denaro. Perché come chiarisce la figura in alto (fonte: BCA Research), il livello globale dei tassi di interesse è in crescita ininterrotta da almeno cinque mesi; e decisamente dalla fine di settembre. Probabilmente la tendenza non sarebbe mutata, chissà, se alla Casa Bianca avesse già portato bagagli ed effetti personali la signora Rodham.

Sta di fatto che la curva dei rendimenti è in irripidimento in tutto il mondo. Vuoi per la percezione che il focus delle politiche economiche sta passando da Wall Street a Main Street, vuoi per la convinzione di un miglioramento complessivo del ciclo economico internazionale. Sta di fatto che le scadenze lunghe crescono, in termini appunto di rendimento, ben più delle scadenze brevi.

E questo è balsamo per i conti delle banche. Che tipicamente raccolgono risparmio a breve scadenza, e lo impiegano a lunga scadenza, lucrando sulla differenza. È il cosiddetto “margine di intermediazione”, drammaticamente compresso dai massicci acquisti di titoli da parte delle banche centrali negli ultimi otto anni.
Il fenomeno è diffuso in tutto il mondo, ma negli Stati Uniti ha trovato la massima espressione: mentre il differenziale fra due anni e dieci anni si dilatava, le banche americane guidavano la riscossa di Wall Street.

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La correlazione fra le due misure (forza relativa settore finanziario americano; linea rossa, scala di destra; differenziale 10-2 anni, linea blue, scala di sinistra) è sin troppo evidente.
C’è soltanto un problema: travolti da fiumi di denaro in fuga dal reddito fisso, le banche si sono spinte un po’ troppo in alto. Lo si desume ad occhio: la forza relativa dello S&P Financials ha nettamente superato il picco di agosto 2015; la curva dei rendimenti è sì risalita, ma dista non poco dal corrispondente livello raggiunto oltre 15 mesi fa.
C’è dunque la possibilità che i finanziari consolidino i progressi, come si suole dire: cioè, inizino un processo di ridimensionamento relativo, a vantaggio di altri settori, sempre allettanti e beneficiati dalla tendenza della curva dei rendimenti, ma risultanti attardati.

A cura di Gaetano Evangelista (www.ageitalia.net e www.smartTrading.it)

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