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Grecia: in che cosa sperare?

Un accordo in extremis non potrebbe che essere un “cerotto”, un Band Aid su una ferita profonda: qualsiasi accordo “dell’ultimo minuto” riporterebbe fin dal giorno dopo la Grecia sull’orlo del default

di Redazione Soldionline 15 giu 2015 ore 09:54

Commento giornaliero di www.recce-d.com

I TEMI DEL GIORNO

1.    C’è un grosso problema: e non è la Grecia. 
La Grecia non è il maggiore problema per i mercati finanziari, e ve lo dimostriamo: la scorsa settimana, nel pieno della crisi greca, Merkel ha usato il suo tempo e la sua autorevolezza per dire che un eventuale rafforzamento dell’euro metterebbe in difficoltà il processo di risanamento in Spagna e in Irlanda. Curioso no? Ancora più curioso che solo due giorni prima i giornali riportavano una frase di Obama, secondo cui il dollaro forte aveva creato problemi. Frase poi smentita, ma come noi italiani sappiamo bene (ricordate un certo Berlusconi) intanto le cose finiscono sui giornali e lasciano la traccia, e poi due giorni dopo la smentita non la cancella. Ancora più strano, diremo inconcepibile, è la dichiarazione di Kuroda, all’inizio della settimana scorsa, dove si diceva che a 125 lo yen era arrivato, e non avrebbe dovuto indebolirsi oltre. Frase anomala nei modi ma soprattutto strana nei contenuto, visto che l’indebolimento dello yen lo aveva provocato e spinto … lo stesso Kuroda. Si ha una strana sensazione, come se il coperchio stesse per saltar via: come se dopo anni passati a “prendere tempo” (buying time) i nodi fossero pericolosamente vicini al pettine [importante per:  valute (globale)].
grecia6_12.    Grecia: in che cosa sperare? Gli incontri del weekend sono stati commentati così: “While some progress was made, the talks did not succeed as there remains a significant gap between the plans of the Greek authorities and the joint requirements of [creditors (…) The Greek proposals remain incomplete. On this basis, further discussion will now have to take place [on Thursday] in the Eurogroup.”. Un accordo in extremis non potrebbe che essere un “cerotto”, un Band Aid su una ferita profonda: qualsiasi accordo “dell’ultimo minuto” riporterebbe fin dal giorno dopo la Grecia sull’orlo del default. Chi continua a spingere sull’equity usando questo argomento, in questo momento, potrebbe in futuro essere chiamato a rispondere di ingenuità. O peggio  [importante per: equity, valute ed obbligazioni (USA)].
3.    Fed e deflazione. Vi ricordate la deflazione? Era il tema di moda solo tre mesi fa, oggi è morto e sepolto. La Fed che si riunisce domani al contrario dovrà fare i conti con il dato qui sotto (grafico) pubblicato venerdì scorso, e coi dati per l’inflazione (CPI) in uscita questa settimana [importante per:  obbligazioni (USA)].
4.    Borsa di Milano. La settimana scorsa, l’indice della Borsa di Milano, che oggi vale quanto valeva a inizio marzo, più di tre mesi fa, è sceso velocemente sotto quota 22500 punti. Ricordiamo che quella è la soglia che divide il “giorno” dalla “notte” per Milano [importante per:  equity (Italia)].

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L'OPERATIVITA'
La posizione operativa sulla Borsa USA.  Con il Dow Jones sotto il valore di inizo anno, e lo S&P 500 sotto la media a 50 gg (grafico, la riga in blu), ha senso chiedersi dove finirà il 2015 per la Borsa americana. E, per conseguenza, con che segno chiuderanno il 2015 le Borse in Europa e la Borsa in Giappone, perché (siamo seri …) queste ultime due salgono solo se e quando la Borsa di New York almeno non scende. Detto che la posizione operativa di Recce’d resta SHORT, questa settimana cercheremo di individuare tempi ed obiettivi di una eventuale “correzione”, utilizzando statistica ed analisi tecnica. I dati fondamentali, come i lettori più regolari ricordano, li abbiamo analizzati con estremo dettagli per almeno due settimane negli ultimi tre mesi: in estrema sintesi, vale la pena di ricordare che per l’indice S&P 500 siamo scesi a una crescita stimata nel 2015 per l’utile per azione allo 1,7% a fronte di una andamento stimato dei ricavi in calo del 1,8%.  La stima dell’utile medio per azione dell’indice S&P 500 era di 133$ nel 2014, poi è sceso a 127$ a gennaio, ed ora, a giugno, sta a 120 dollari, con un calo di 13 dollari o del 10% negli ultimi 12 mesi.  Come abbiamo scritto durante il weekend nel Blog, negli ultimi 40 giorni tute le maggiori banche di investimento, da Goldman Sachs a Bank of America, da HSBC a UBS a Credit Suisse, hanno fatto circolare “ricerche” nelle quali si dice che le Borse sono sopravvalutate, e proprio per questo nei prossimi giorni lavoreremo per capire sulla base di altri dati (statistica e analisi tecnica) l’ampiezza dei possibili movimenti dello S&P 500.

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L'ANALISI
Come camberà la politica monetaria? I mercati obbligazionari ce lo hanno detto chiaro e tondo: una fase storica si è chiusa nella prima metà del 2015. Una seconda si aprirà nella seconda metà. Al centro? Le politiche di QE. Mai in otto anni il mercato si era ribellato, era andato “contro le Banche Centrali”, come ha fatto con clamorosa evidenza tra maggio e giugno riportando il Bund decennale a rendere più dello 1% a scadenza, nonostante 60 miliardi di euro di titoli acquistati ogni mese da Draghi. Uno schiaffo clamoroso, un colpo alla credibilità della BCE, come ha scritto proprio la settimana scorsa Mohamed El Erian, l’ex capo di PIMCO (il maggiore gestore di obbligazioni nel mondo) che ha detto. Noi investitori siamo però obbligati, anche se l’argomento è molto tecnico ed anche molto noioso, a chiederci come cambierà la politica delle banche centrali, ora che una fase di è definitivamente chiusa: gli stesso banchieri centrali hanno cominciato a farsi in pubblico molte domande, come ad esempio il membro del Board della Fed Bullard che ha detto: “We’ve been at the zero bound for a long time here, and it is questionable what effects we are getting from that, and that is causing people to reassess models and think about different aspects of monetary policy other than the most traditional views that have dominated thinking,”. Qui Bullard fa due affermazioni molto forti: la prima è che è discutibile (“questionable”) l’effetto della politica di QE dopo sette anni negli USA, e la seconda è che è necessario ripensare la politica monetaria (“different aspects of monetary policy other that the most traditional views”) andando oltre i vecchi schemi, ormai superati dai fatti. Come dicevamo poco sopra, questo argomento è poco sexy, e persino noioso: sui mercati però, un giorno sì e l’altro pure, si parla solo di Banche Centrali, Riteniamo quindi inevitabile dedicare, proprio nella settimana della riunione della Fed più importante del 2015, lo spazio di Analisi alla politica delle Banche Centrali. Anche voi lettori, che investite sui mercati, siete giocoforza coinvolti nelle scelte di questi signori, ed è nel vostro interesse capire meglio i meccanismi che portano alle loro scelte. Domani ripartiremo proprio dal grafico qui sotto: il famoso (oppure famigerato) “dot plot”.

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