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Eurozona: l'austerità sta per finire

Con la politica monetaria e quella fiscale diventate meno restrittive l'economia delle zona euro potrebbe trovare nuovo slancio. Anche se non tutti i problemi sono ancora stati risolti

di Marco Delugan 9 dic 2015 ore 14:41

Nell'eurozona l'austerità sta per finire. Ha detto sostanzialmente questo l'economista di HSBC Fabio Balboni nella sua ultima nota ai clienti, come riporta oggi Businessinsider.

Questo non vuol dire che tutto stia andando bene, diversi paesi hanno ancora tassi di disoccupazione molto alti e il prodotto interno lordo complessivo dell'area è ancora sotto il livello raggiunto nel 2008. Ma vuol dire che i governi e le banche centrali hanno smesso di frenare le loro economie. E non è una cosa da poco.

Sia la politica fiscale che quella monetaria stanno diventando meno restrittive, ed entrambe possono incoraggiare la tanto attesa crescita economica.

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La Banca Centrale Europea ha messo in atto dal mese di aprile del 2015 un programma di quantitative easing, e ha ritoccato al ribasso il tasso sui depositi. E questo vuol dire abbassare i tassi di interesse per chi ha bisogno di prendere a prestito, sia per il settore privato che per quello pubblico.

Tra il 2010 e il 2012 il costo del denaro era cresciuto con i timori di una rottura dell'unione monetaria. Ma l'esplosione dei rendimenti delle obbligazioni durante la crisi dell'euro è stata sostanzialmente bloccata. Lo spread tra i titoli di stato di Germania e Italia, ad esempio, non è tornato ai livelli pre crisi, ma è più di tre punti percentuali sotto.

E gli interessi da pagare sul debito pubblico stanno diminuendo.

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Fonte: HSBC

Anche la politica fiscale sta diventando sempre meno restrittiva. Tra il 2011 e la metà del 2013, nell'eurozona la spesa pubblica è rimasta invariata. In alcuni paesi, come l'Italia e la Spagna, si è addirittura ridotta anche nel pieno della fase recessiva.

Ma le cose stanno cambiando, e la spesa pubblica ha ripreso a crescere in tutta l'eurozona. Nel 2016 dovrebbe crescere più del 2%.

Anche se può sembrare strano, visto che la spesa pubblica è in aumento, grazie al quantitative easing la situazione debitoria dei governi dell'Europa sta migliorando. Ecco perché:

Dal punto di vista dei mercati obbligazionari, il QE genera una divergenza tra crescita nominale e  resa, mantenendo i rendimenti artificialmente bassi rispetto a quello che crescita e aspettative di inflazione potrebbero far pensare. Così la combinazione di disavanzi di bilancio e crescita nominale necessaria ai paesi per stabilizzare i loro rapporti debito-PIL ora appare più favorevole. Infatti, la possibilità di prendere a prestito a tassi di interesse ai minimi storici sta riducendo il cosiddetto 'effetto valanga' (e cioè la differenza tra il tasso di interesse effettivo che i paesi pagano sul loro debito, e la crescita nominale), che è il driver principale della dinamica del debito. Ciò significa che - anche se ci aspettano che il rapporto debito-PIL aumenti ancora nel prossimo anno per l'Italia, la Francia e la Spagna - anche gli avanzi primari necessari per stabilizzare questi rapporti sono più bassi.

Non ci sono però solo buone notizie. Balboni ha analizzato anche le insidie della fine dell'austerità. Per cominciare, se lo stimolo fiscale viene utilizzato per la spesa corrente piuttosto che per gli investimenti, lo stimolo alla crescita difficilmente potrà. Le sfide strutturali non possono essere risolte da stimoli fiscali e gli anni di austerità possono avere provocato danni semi permanenti alla capacità di alcuni paesi di raccogliere le tasse.

Comunque sia, è un passo importante per l'Europa dopo anni di austerità, la politica fiscale e monetaria si stanno finalmente allineando in un modo da dare alla zona euro qualche possibilità in più di crescita. Anche se non è certo ancora assicurata.

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