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Uscire dalla Pandemia 2020 con gli “European Reconstruction Proportional Bond” (seconda parte)

Diversamente dagli osteggiati “Eurobond”, gli ERPB sono bond che verrebbero emessi dai singoli paesi europei, ciascuno pro quota nell’ambito di un plafond complessivo, suddiviso tra i vari paesi in base al rapporto (PIL del Paese/PIL UE)

di Redazione Soldionline 6 apr 2020 ore 11:47

di Antonio Mansueto e Paolo Sassetti


SINTESI


Un piano organico di salvataggio e rilancio per una nuova Europa:

Diversamente dagli osteggiati “Eurobond”, gli ERPB sono bond che verrebbero emessi dai singoli paesi europei, ciascuno pro quota nell’ambito di un plafond complessivo, suddiviso tra i vari paesi in base al rapporto (PIL del Paese/PIL UE). Questi bond di lunga durata verrebbero emessi da tutti i paesi alle stesse condizioni di tasso fisso agevolato e dovrebbero essere finalizzati - in più tranche - alle diverse fasi della pandemia. Gli ERPB non verrebbero emessi sul mercato, ma verrebbero interamente sottoscritti dalla BCE e non sarebbero quotati. Né entrerebbero nel calcolo del debito pubblico ai fini del patto di stabilità.

LEGGI Uscire dalla Pandemia 2020 con gli “European Reconstruction Proportional Bond” (PRIMA PARTE)

covid-19L’emergenza sanitaria in corso nel mondo sta mettendo alle strette ogni governo, pressato su molti fronti urgenti, sanitari, umanitari, economici, di sicurezza.

In questa situazione delicatissima, il ruolo dell’Unione Europea è fondamentale, e purtroppo i passi falsi, le correzioni di rotta, le dichiarazioni di “non competenza” di organi fondamentali di fronte ad una evidente catastrofe in corso mettono a rischio la sussistenza stessa della UE e la sua presa sui cittadini europei attoniti di fronte a tanta insufficienza.

Occorrono stanziamenti finanziari in un piano organico, e invece si cercano tra strutture appassite sostegni frammentari, come stampelle di un corpo che non si regge in piedi.
Occorre il coraggio di rifondare, secondo i principi originari sui quali l’Unione europea è nata.

Per questo occorrono proposte nuove per aprire la discussione europea e giungere poi al più presto ad una scelta seria, superando le contrapposizioni tra poche e ripetute idee, come i bond garantiti dalla UE da un lato e il molto discutibile MES dall’altro.

Torniamo ad approfondire la nostra ipotesi, sperando di contribuire al negoziato in corso. Si tratta di trovare una soluzione che vada bene sia ai paesi del nord che quelli del sud.

I bond nazionali non quotati che noi proponiamo per affrontare la recessione incombente sarebbero emessi da ciascun Paese della zona euro e garantiti da ciascuno di essi singolarmente. Non è prevista alcuna forma di mutualizzazione del debito nazionale, né passato, ne’ futuro, quindi nessuna garanzia collettiva. Inoltre, i bond sono emessi da ciascun Paese in una percentuale uguale per tutti rispetto al proprio PIL pre-crisi, in modo da non avvantaggiare alcun Paese rispetto ad un altro e preservare una forma di neutralità finanziaria tra di essi. Essendo destinati a tamponare una crisi imprevedibile di portata epocale, le loro condizioni di emissione di rimborso sarebbero rispettivamente agevolate e variabili a discrezione della BCE in relazione allo sviluppo della congiuntura, ma non vi sarebbero differenze tra paese e paese.

Al tempo stesso non richiederebbero alcuna delle condizioni capestro tipiche del Meccanismo Europeo di Stabilità, che finirebbero per riportare in breve tempo i singoli Paesi utilizzatori nel baratro della recessione che si è voluta evitare, secondo un infelice copione già sperimentato.

Questo, per la UE è il tempo zero: l’emissione di questi bond diventerebbe l’occasione storica per ripensare il ruolo istituzionale della BCE e rimodellarlo su quello della FED americana, non più solo garante della stabilità dei prezzi dell’Eurozona ma anche del suo tasso di crescita e dei livelli occupazionali. Davvero ancora si vuole evitare di avere una banca centrale funzionante per statuto? Conviene davvero restare nei limiti di un progetto incompleto?

Fatta eccezione per la fase 1 della risposta di politica economica alla crisi (il tamponamento emergenziale ed urgente della fase di letargo economico) i fondi raccolti non verrebbero destinati per alimentare la spesa corrente dei paesi attraverso il cosiddetto “helicopter money”, bensì a stimolare la domanda aggregata attraverso un piano massiccio di investimenti pubblici volti a sostenere la domanda ed ad aumentare la crescita sostenibile del continente attraverso un intervento tipicamente keynesiano ma fortemente selettivo nella tipologia di spesa. Solo le misure delle prime fasi dovrebbero consentire alla maggior parte delle imprese manifatturiere, agricole e e commerciali di poter sopravvivere fino alla uscita dal letargo, e non altro.

 

L’impiego delle risorse dopo l’emergenza

Ciò che dopo accadrà va annunciato ora, per dare un segnale forte a cittadini ed imprese. E occorre un piano organico. I capitali raccolti con i bond anti crisi servirebbero ad alimentale la domanda di beni e servizi soprattutto attraverso la spesa pubblica in conto capitale. Infatti, in una situazione di grave incertezza come l’odierna puntare prevalentemente sulla defiscalizzazione dei redditi delle famiglie potrebbe portare ad un aumento del tasso di risparmio che vanificherebbe la spinta sul PIL.

Dopo gli interventi emergenziali della fase 1, occorrerà garantire sostegno alle aziende che necessiteranno di risorse per ritornare a regime nel proprio ciclo economico.

Ma si può fare di più. Nell’indirizzare la spesa pubblica, ed in particolare la spesa pubblica per investimenti, ogni Paese dovrebbe mettere in primo piano bisogni pubblici storicamente insoddisfatti per i quali si offre l’occasione storica del ribilanciamento del suo mix.

In primis, puntare sui cambiamenti imminenti del modo di fare industria, grazie alla robotica e ai grandi computer, per non farsi trovare spiazzati e ritarare anche le competenze professionali.

E inoltre, nel caso d’Italia, ad esempio, si tratterebbe di iniziare ad affrontare l’annoso problema del dissesto idrogeologico e di completare la ricostruzione dai terremoti che la hanno colpita nei decenni scorsi. Temi che non sono mai stati affrontati in maniera organica a causa della loro dimensione scoraggiante. Affrontare il dissesto idrogeologico significa per l’Italia dover sopportare in futuro minori costi per le calamità che potrebbero in tal modo evitarsi. Quindi, un intervento di questo tipo si risolverebbe in un miglioramento futuro del bilancio statale.

Essenziale sarebbe un grande piano per migliorare la autosufficienza energetica del Paese tramite energie pulite, affidando a grandi imprese nazionali il compito di “affittare” i tetti delle costruzioni pubbliche ed industriali private con pannelli fotovoltaici, la produzione di elettricità dei quali potrebbe essere parzialmente girata ai proprietari degli immobili come forma di affitto. A tal fine andrebbe favorita la crescita di “campioni” industriali europei dedicati alla produzione di pannelli fotovoltaici ad elevata efficienza e sistemi di accumulo della energia elettrica, stimolandone la riduzione dei costi di produzione grazie alle economie di scala. Di ciò beneficerebbe anche il costo delle auto elettriche. Operazioni simili all’operazione Airbus che è servita a contrastare lo strapotere di mercato della Boeing.

Piani per la ristrutturazione energetica degli edifici pubblici e privati tramite coibentazione avrebbero i medesimi effetti. Costruzione di termovalorizzatori di ultima generazione per affrontare l’annoso problema irrisolto dei rifiuti contestualmente a programmi massicci per la gestione ed il riciclo dei rifiuti differenziati.

Progetti per portare l’energia elettrica ad alta tensione in tutti i porti europei onde evitare che le navi tengano i motori accesi quando sono attraccate, come avviene ancora in molti porti europei con gravi conseguenze per la salute umana (si stima che l’incidenza del cancro al polmone quasi doppia a Napoli rispetto a Milano – 9 nuovi casi di malati al giorno per milione di abitanti a Napoli contro i 5 di Milano - sia dovuta anche  alle emissioni delle navi nel porto). Quindi benefici si avrebbero anche sulla spesa sanitaria destinata a particolari patologie.

Progetti di bonifica ambientale, di rimboschimento, di messa in sicurezza di infrastrutture pubbliche, eccetera.

Tutto cioè senza dimenticare il sostegno fiscale alla creazione di nuove imprese e di innovazione industriale.

Tutti questi progetti potrebbero vedere un intenso scambio di conoscenza tra aziende e città europee e la formazione di consorzi tra aziende europee.

Gli esempi di Mercedes e Ferrari, che in poche settimane sono state in grado di produrre attrezzature medicali partendo da competenze completamente diverse da quelle loro originarie, o quello della Mares che ha convertito la produzione di maschere subacquee in maschere per respiratori dimostra come l’industria europea possa reagire con estrema rapidità ed efficacia se possiede la garanzia di una committenza certa.

Per questo progetto straordinario di investimenti pubblici gli acquisti di materie prime, attrezzature e servizi dovrebbero essere prioritariamente indirizzati ad aziende europee, in modo da rafforzare l’effetto combinato di spinta sul PIL Europeo, anche favorendo la ri-localizzazione di produzioni essenziali nel continente.

 

Flessibilità nel rimborso

Negli ultimi due anni di preammortamento del debito (il 14° ed i 15°) la BCE, a suo insindacabile giudizio potrebbe valutare l’andamento della economia europea rispetto ai suoi obiettivi di inflazione e (ai tempi, sperabilmente) anche di crescita economica e valutare se il rimborso del debito possa essere effettuato a partire dal sedicesimo anno senza comprometterli o se, al contrario, il debito richieda di essere rifinanziato con le stesse modalità originarie, e quindi il suo rimborso ulteriormente posposto.

Se, ad esempio, la inflazione si situasse ancora sotto gli obiettivi della BCE, il rimborso del debito potrebbe essere posticipato in quanto avrebbe un effetto restrittivo indesiderabile sulle finanze pubbliche. Se, al contrario, la inflazione fosse significativamente sopra gli obiettivi, il rimborso del debito potrebbe proseguire come previsto al momento della sua sottoscrizione, anche perché in termini reali esso risulterebbe svalutato. Ciò rientrerebbe pienamente nei poteri già attuali della BCE.

Va però precisato che attualmente, in una condizione europea di sottoutilizzo dei fattori produttivi antecedente alla stessa pandemia, il rischio di una inflazione fuori controllo deriva non tanto dall’aumento della circolazione monetaria bensì da una contrazione dell’offerta di beni e servizi e da una possibile riduzione della concorrenza interna che si creerebbe se ci fosse una elevata moria di aziende. È il rischio che si corre, ad esempio, nel settore del trasporto aereo internazionale se la crisi dovesse far uscire dal mercato troppi operatori. In Italia assisteremo probabilmente nei prossimi mesi ad una impennata nei prezzi dei prodotti ortofrutticoli freschi a causa delle difficoltà del loro raccolto. E questi sono solo due di molti esempi possibili.

Di fatto, sostenendo in modo selettivo la parte “nobile” della spesa pubblica (gli investimenti) la BCE acquisirebbe un ruolo indiretto anche sulla politica di bilancio dell’economia dell’euro, ruolo che la Commissione Europea, per la esiguità del suo bilancio, non ha mai veramente assunto, se non in senso unilateralmente restrittivo, ponendo solo paletti non selettivi ai deficit di bilancio nazionali. Tale ruolo potrebbe raffinarsi nel tempo.

Il quantitative easing, infatti, pur necessario per evitare l’avvitamento delle economie europee verso l’abisso, finora ha infatti finanziato indiscriminatamente l’emissione di titoli di stato dei Paesi europei, abbattendone il costo, senza riguardo per l’impiego delle risorse raccolte e ha assicurato la liquidità alle banche del continente. Ma tale liquidità solo in parte è rientrata nel circolo della economia reale. Finanziando in maniera agevolata emissioni dedicate prevalentemente agli investimenti pubblici ed alle riforme strutturali e non alle spese correnti degli stati, la BCE assumerebbe un ruolo selettivo nel finanziamento della spesa pubblica e, dosando i tempi ed i modi del rimborso di questi bond, anche nello smorzamento dei cicli economici dal lato della domanda aggregata e sulle politiche di sviluppo di lungo termine.

Potremmo arrivare ad ipotizzare che i Paesi dell’Unione Europea aderenti all’ euro siano in futuro vincolati al pareggio o persino all’avanzo di bilancio per la parte corrente della spesa pubblica (tipicamente stipendi, pensioni, spese correnti di gestione, ecc.) ma possano finanziare più agevolmente in deficit la spesa per gli investimenti, le politiche strutturali, le emergenze, ecc., con politiche flessibili attuabili da parte della BCE in relazione ai tempi ed ai modi del rimborso dei titoli emessi per coprirli.

Questa diversità di trattamento dei due diversi deficit risiederebbe nel fatto che, diversamente dalle spese correnti, gli investimenti, generando crescita ed occupazione produttiva ed elevando la crescita potenziale di una economia, si ripagano con un incrementato gettito fiscale futuro.

 

Quanti capitali servono e per quale obiettivo di crescita

A questo punto, come stabilire puntualmente la dimensione dell’intervento che abbiamo, in prima battuta, stimato in 3.000 miliardi per l’intera area Euro, superando sostanzialmente i 2.000 miliardi annunciati dagli USA? 

La dimensione dell’intervento dovrebbe essere tale da far crescere l’economia europea stabilmente di almeno il 2% reale e possibilmente di più. Questo obiettivo di crescita servirebbe a riassorbire nel tempo la disoccupazione dell’area euro che è spesso nascosta anche nei Paesi del Nord Europa sotto forma di contratti precari e temporanei. Se si considera che il progresso tecnico fa aumentare la produttività del lavoro nel mondo industrializzato, questo è l’obiettivo minimale per riassorbire la disoccupazione e la sottooccupazione in Europa. Pertanto bisognerebbe puntare più ambiziosamente al 2,5-3% di crescita, cioè ad un tasso di crescita che si è storicamente rivelato in grado di riassorbire la disoccupazione senza surriscaldare eccessivamente le economie avanzate. Partendo dalla caduta stimata del PIL, la domanda pubblica aggiuntiva dovrebbe essere tale da incrementarla del 2-3%, sia pure non dalla prima delle tre fasi che abbiamo ipotizzato, che è una pura fase di emergenza e di tamponamento della crisi economica indotta dal temporaneo letargo della economia.

 

Conclusioni finali

Intervenendo nel modo descritto la tragedia che ci sta cogliendo sarà anche un’occasione storica per ripensare il ruolo della Banca Centrale ed avviare incisivamente una ripresa economica, politica e sociale nell’Unione Europea, senza dover attendere le necessarie riforme delle regole ormai datate della UE.

Ciò consentirebbe anche di affrontare bisogni pubblici arretrati insoddisfatti, di riorientare l’economia europea verso una evoluzione green in linea col COP 21 di Parigi del 2015, renderla più competitiva nei confronti di Cina e Stati Uniti e meno dipendente dai combustibili fossili.

Il punto di partenza di questa manovra, tuttavia, è la comprensione del principio che la moneta è una risorsa convenzionale la cui scarsità od abbondanza in un territorio è determinata da scelte di politica economica discrezionali che possono essere ottuse oppure illuminate. Le scarsità che noi dobbiamo temere sono quelle che esistono in natura, le materie prime, le risorse tecniche, la mano d’opera qualificata, gli impianti industriali saturati, le conoscenze. In un contesto di grave sottoutilizzo del capitale e del lavoro quale quello che stiamo sperimentando (e che albeggiava in Europa già prima della pandemia) una aumentata circolazione monetaria ben indirizzata non induce inflazione fuori controllo fintanto che ci si sia avvicinati alla loro piena occupazione. Al contrario, una grave moria di aziende, e la relativa rarefazione della offerta di beni e servizi e della concorrenza, potrebbe riaccendere un fenomeno che si pensava debellato, la stagflazione.

Se questa proposta vi pare interessante, aspettiamo il vostro contributo a diffonderla e discuterla. È urgente. Questo è il momento per risollevare l’Unione Europea.

Perché l’ottimismo della volontà prevalga sul vuoto della inazione.

Questo scritto è redatto a solo scopo informativo, può essere modificato in qualsiasi momento e NON può essere considerato sollecitazione al pubblico risparmio. Il sito web non garantisce la correttezza e non si assume la responsabilità in merito all’uso delle informazioni ivi riportate.

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