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Uscire dalla Pandemia 2020 con gli “European Reconstruction Proportional Bond”

Un'alternativa concreta ai "coronabond": gli European Reconstruction Proportional Bond. Ecco perché potrebbero essere gli strumenti che salvano Europa e paesi europei

di Redazione Soldionline 2 apr 2020 ore 17:38

di Antonio Mansueto e Paolo Sassetti

 

SINTESI

La nostra proposta è un patto per la nuova Europa:

gli ERPB sono bond che i paesi europei potrebbero emettere, ciascuno pro quota nell’ambito di un plafond complessivo europeo, suddiviso tra i vari paesi in base al rapporto (PIL del Paese/PIL UE). Questi bond di lunga durata verrebbero emessi dai singoli paesi alle stesse condizioni di tasso fisso agevolato e dovrebbero essere finalizzati -in più tranche- a sostenere le diverse fasi della pandemia. Gli ERPB non verrebbero emessi sul mercato, ma verrebbero interamente sottoscritti dalla BCE e non sarebbero quotati. Né entrerebbero nel calcolo del debito pubblico ai fini del patto di stabilità.

 

La pandemia del 2000 come distruzione creativa

covid-19Che cosa ci sta accadendo? Nessuno lo avrebbe mai creduto, fino a 3 mesi fa.

Il villaggio globale, il pianeta le cui distanze si sono estremamente accorciate e che brulica di vita umana, ha improvvisamente un ospite - titolato quanto noi - che gradisce questa connessione e velocità e con essa ci divora. E così abbiamo una pandemia che vogliamo sconfiggere in fretta e invece è ancora all’inizio e richiede molta pazienza, sforzo e sofferenza. Può finire in pochi mesi grazie a una mutazione casuale benigna del virus, ma può continuare a lungo. È una guerra e può essere lunga come una guerra.

Numeri. Le persone muoiono come numeri. Come in guerra. I governi sbagliano come bambini, di fronte a qualcosa di antico eppure nuovo. Ben cento anni fa la “Spagnola” attraversò il mondo nel giro di un anno. Era un mondo meno veloce, ma comunque connesso. Questa volta il virus viaggia più veloce.

 

Il lock down

Non ci resta che contraddire il nostro stile di vita contemporanea. Chiuderci in casa, distanziarci, nasconderci, per isolare il virus affinché si estingua. Perché siamo noi il malato ma anche il veicolo del contagio.

E tuttavia, non possiamo avere un lock down infinito.

Fermare gran parte delle attività in un paese significa danni al sistema economico incalcolabili. Eppure, uno dopo l’altro, i paesi cadono sotto l’attacco dell’epidemia. ed anche chi è più restio si converte all’inevitabile lock down. Ma poi bisognerà trovare regole per ripartire e convivere con una fase meno acuta, alla quale potranno succedersi nuove recrudescenze. Alti e bassi finché la guerra non sarà finita. E infine ci saranno le macerie e un mondo da ricostruire.

Il problema dell’economia è legato ad una innaturale improvvisa chiusura delle attività, che comporta una contrazione rapidissima della domanda e dell’offerta. Una improvvisa intensa contrazione della circolazione di moneta e di merci.

 

Il Letargo può essere la tattica giusta

Con qualche discrasia temporale e qualche divergenza, ciò comunque toccherà tutto il pianeta. E’ come un freddo inverno dal quale ci si può difendere solo in un modo. Il letargo.

E’ una meraviglia di adattamento. Gli alberi perdono le foglie, gli animali si rintanano e dormono. Gli esseri viventi risparmiano energie e vivono una vita ridotta a poche funzioni vitali. Fuori, le acque fonti di vita sono gelate. Eppure, con l’arrivo del disgelo e della primavera, tutti gli attori dell’ecosistema si risvegliano e la vita riprende esattamente come prima. Come è possibile?

 

Anche la nostra economia potrà andare incontro a un letargo forzato, in questo caso non previsto e che ci sorprende. E temiamo che tutto il sistema possa crollare e non riprendersi. Occorre quindi tanta moneta, tanta liquidità, liquidità infinita?

Ma come può funzionare il letargo senza rompere equilibri? E’ una pura questione di armonia tra le parti. Nel gelo pervasivo, non si creano nuovi ecosistemi in pochi mesi. E quando il mondo si risveglia tutto insieme, nessuno ha perso o ha guadagnato posizioni nella catena alimentare. Come se il tempo per tre mesi si fosse fermato.

 

Il difficile compito dei governi

Ecco. Il segreto quindi per far resistere il sistema economico, forse, non è quello di pompare liquidità infinita per continuare a far girare a velocità ormai impossibile e senza ragione, pagamenti, scambi di attività e merci sottostanti che non ci sono. Il segreto, al contrario, è quello di consentire un rallentamento, un congelamento temporaneo coordinato ed armonioso del sistema finanziario ed economico, per assecondare il letargo delle produzioni e del consumo, senza lasciare nessun cittadino moralmente isolato o privo di vitto e alloggio, e nessuna impresa priva di quanto occorre per mantenersi in letargo avendo equilibrio tra entrate ed uscite, ma non di più. Fanno importante eccezione le attività indispensabili e quelle sanitarie, alimentari, logistiche, di sicurezza che invece devono potenziarsi velocemente o mantenersi con attenzione.

E’ per questo che se fermi un’azienda, occorre sostenere i suoi dipendenti perché possano avere di che vivere in casa, ma occorre anche preservare l’equilibrio finanziario dell’azienda. Produzione ferma, niente più affitti, pagamenti di mutui, tasse, e in tutta la catena di fornitori deve sussistere senza differenza uno stesso stato di letargo, o una piccola ibernazione, ben congegnato e coordinato. Fino alla ripresa che dovrà essere altrettanto armoniosa e simmetrica. Ed è necessario che tutti ne siano consapevoli e convinti.

 

Questo il compito dei governi. Potenziare rapidamente la “macchina di guerra”, aiutare la sussistenza in letargo, definire le modalità di “ibernazione” del sistema dei pagamenti e finanziario, per addormentare il sistema senza farlo morire. Questa fase richiede uno sforzo di assistenza che potrebbe essere quello minore.

Lo sforzo di stimolo più oneroso sarà di certo quello successivo. Quando, definito come e quando ripartire e con quali criteri, si interverrà per ricostruire ed investire laddove occorre ricreare la ripresa e l’equilibrio del sistema, ma anche un miglioramento dello stesso che, certamente, non tornerà identico a prima.

Quell’equilibrio che gli ecosistemi hanno spontaneamente nel passare dal letargo alla attività e dai ghiacci allo scorrere di fluide acque. E viceversa. L’esempio di ciò che fa la natura può essere uno stimolo a copiare questa strategia.

La pandemia non è un evento usuale, come l’inverno, al contrario è una “catastrofe”, ma lo sforzo deve essere di gestirla attraverso strategie collaudate dalla natura, come l’alternarsi delle stagioni.

 

Delicati equilibri

L’intervento dei governi e delle nazioni è quindi di particolare difficoltà per gestire l’emergenza sanitaria e umanitaria, e per mantenere un equilibrio che consenta al sistema economico e sociale di rallentare senza “accartocciarsi” per restare funzionale sebbene rallentato, e poi riprendere gradualmente. Tutti i passaggi, le regole, le situazioni sono nuove e ad ogni decisione si lotta contro il tempo per non essere superati dagli eventi oltre il limite della perdita di controllo della situazione sotto i profili sanitario, economico, sociale e del mantenimento della legalità.

Non per ultimo, occorre mantenere il tono psicologico del sistema umano e livelli tali da consentire la fiducia per affrontare l’emergenza e la certezza di un futuro di rinascita, per evitare comportamenti di persone e mercati che potrebbero essere autolesionisti.

 

Gli interventi di sostegno economico della UE

E in questo giova dichiarare che si metteranno in campo cifre finanziarie sempre più ingenti e crescenti. Come i 2.000 miliardi di dollari degli Stati Uniti d’America. Una dichiarazione di intenti rassicurante anche per i mercati finanziari. Ma vanno distribuiti in tre fasi diverse. La frenata improvvisa, il mantenimento, e la ripartenza, probabilmente con alti e bassi. Il mondo ha comunque sempre convissuto con epidemie.

Occorre che tutti siano consapevoli e fiduciosi che ne usciremo solo lottando, ma lottando ne usciremo.

Che cosa deve fare l’Unione Europea? Gli stati che la compongono non possono agire da soli in quanto non possono “stampare moneta”. In queste situazioni estreme non ha senso rivolgersi ai mercati, al cui giudizio di breve periodo occorre sottostare, occorre invece disporre di mezzi incondizionati, per usarli al momento opportuno in modo strategico e rapido.

Ma l’Unione Europea viene colta in un momento di grande “disunione”. Eppure crediamo che alla fine, lentamente, possa agire nel modo giusto.

I famosi “Coronabond” avrebbero un senso, perché otterrebbero mezzi finanziari per tutta l’Unione, distribuibili ai paesi che più ne necessitano. Ma l’Unione ha paesi con situazioni molto diverse, e il cronico problema irrisolto del debito pubblico derivato dal secolo scorso da alcuni paesi, non può gravare sulle spalle di altri.

 

Eppure l’epidemia è un problema mondiale, non di un solo paese

L’Unione Europea vivrà presto in una condizione paragonabile ad un dopoguerra. Al momento, tuttavia, le infrastrutture industriali sono rimaste intatte e con strategie del letargo potrebbero rimanerlo. Quelli che sono andati distrutti, invece, sono gli scambi commerciali. Ma, mentre in un dopoguerra tipicamente vengono a mancare le materie prime e le attrezzature tecniche per la ricostruzione fisica delle infrastrutture e degli impianti, nel caso di questa guerra contro un virus, manca nei nodi giusti una materia prima che non è assolutamente scarsa in natura, la moneta. La sua scarsità può essere solo conseguenza della errata interpretazione del funzionamento di una economia moderna ed industriale. È una scarsità artificiale, una scelta. È il lascito di epoche non più attuali, della ricostruzione post bellica che ebbe luogo in un periodo che conosceva la scarsità di risorse materiale e non sapeva cosa fosse la globalizzazione e l’odierno istantaneo adeguamento dell’offerta di beni industriali alla domanda, che è figlia della globalizzazione. L’inflazione è stata sconfitta dalla globalizzazione, ma paradossalmente potrebbe riemergere, dopo la pandemia, non per una accelerata offerta di moneta ma se si lasciasse languire la base industriale e dei servizi (causando chiusure di attività invece che sospensione), sotto forma di una nuova ed insidiosa stagflazione (stagnazione + inflazione) derivante da una rarefazione della offerta.

Una idea alternativa ai “Coronabond” in cui l’Unione Europea si muova all’unisono senza che alcun paese si debba accollare i debiti pregressi di un altro, ma anche senza che ad alcun paese venga impedito di creare base monetaria pur avendo rinunciato a questa prerogativa, potremmo chiamarla BOND PROPORZIONALI DESTINATI ALLA RICOSTRUZIONE emessi dai singoli paesi nell’ambito di un plafond europeo. Ma vanno spiegati.

 

La nostra proposta: gli European Reconstruction Proportional Bonds

La nostra proposta è un patto per la nuova Europa:

gli ERPB sono bond che i paesi europei potrebbero emettere, ciascuno pro quota nell’ambito di un plafond complessivo europeo, suddiviso tra i vari paesi in base al rapporto (PIL del Paese/PIL UE). Questi bond di lunga durata verrebbero emessi dai singoli paesi alle stesse condizioni di tasso fisso agevolato e dovrebbero essere finalizzati -in più tranche- a sostenere le diverse fasi della pandemia. Gli ERPB non verrebbero emessi sul mercato, ma verrebbero interamente sottoscritti dalla BCE e non sarebbero quotati. Né entrerebbero nel calcolo del debito pubblico ai fini del patto di stabilità.

L’idea che sta dietro agli Euro Reconstruction Proportional Bond è semplice.

La BCE potrà annunciare di mettere a disposizione dei paesi dell’Unione uno stanziamento di mezzi finanziari che, per puro esempio, in prima battuta si potrebbe stimare in 3,000 miliardi di Euro ripartiti su più anni.

 

Come verrebbero ripartiti?

Preso il PIL dell’Unione Europea nel 2018 o 2019, a ciascun paese verrebbe destinata una quota dello stanziamento proporzionale alla sua quota del PIL (o GDP) dell’Unione.

Ogni paese avrebbe quindi un plafond utilizzabile per le tre fasi dell’emergenza (frenata, mantenimento e ripartenza) in proporzione al suo peso nell’economia dell’Unione.

In questo modo si eviterebbe di utilizzare il principio della mutualizzazione del debito tra Paesi aderenti all’Euro che impedisce ad alcuni di essi di iniziare persino una discussione sui modi con cui finanziare la ricostruzione. Non si verificherebbe alcun trasferimento di risorse economiche tra un Paese e l’altro. E nessun paese potrebbe avere una opportunità diversa dagli altri.

In sostanza, ogni paese potrebbe emettere dei Bond circostanziati e finalizzati ad una delle tre fasi, i quali non andrebbero sui mercati, e verrebbero interamente sottoscritti dalla BCE.

Questi bond dovrebbero avere le medesime condizioni di tasso agevolato e prossimo allo zero per tutti i paesi dell’unione, e una durata molto lunga, per consentire di superare una fase di sostegno lungo all’economia e di coglierne i risultati, prima di doverli rimborsare.

Ragionevolmente potremmo pensare ad una durata trentennale, con un periodo di preammortamento, nel quale i paesi dovrebbero solo pagare alla BCE un interesse irrisorio, di almeno 15 anni. Solo dopo i primi 15 anni, dovrebbero rimborsare il bond in 15 quote annuali.

Tale debito verso la BCE non dovrà assolutamente essere incluso nel calcolo del patto di stabilità.


Un siffatto strumento, da un lato non consentirebbe il peggioramento del profilo di rischio creditizio dei paesi, e quindi non modificherebbe i loro spread sul mercato (anzi ne beneficerebbero di certo, date le conseguenti attese di crescita dei PIL), dall’altro sarebbero strettamente finalizzati alle tre fasi e non potrà definirsi sovvenzione a fondo perduto.

Per giunta, la quota ERPB emessa dai vari paesi e destinata -nelle tre fasi e in maggior parte nella fase 3- agli investimenti di rifocalizzazione industriale, di rilocalizzazione delle produzioni essenziali, di infrastrutture e di ricerca e sviluppo, potrebbe essere acquisita dalla BCE dopo opportuna acquisizione di pacchetti di misure legislative ed investimenti ed anche sulla base di aggiornamenti dei “lavori in corso” con opportuni e ragionevoli covenants. Un ruolo in questo processo potrebbe averlo anche la BEI con la sua esperienza su specifici progetti di investimento.

La maggior parte delle risorse stanziate, specie nelle fasi 2 e 3, dovrebbe andare, comunque, non a spesa corrente ma ad investimenti pubblici destinati a dare un impulso potente alla domanda aggregata, od a contributi agli investimenti privati. Solo una parte minore potrebbe essere utilizzata per puro sostegno al reddito di persone ed imprese (soprattutto nella prima fase dell’emergenza), lasciando questo compito prevalentemente alle finanze nazionali finanziate in modo tradizionale.

In definitiva, se si coglierà questa proposta, la tragedia che ci sta cogliendo, sarà anche un’occasione storica per ripensare il ruolo della Banca Centrale ed avviare incisivamente una ripresa economica, politica e sociale nell’Unione Europea, superando il fardello delle vecchie contrapposizioni, senza dover attendere le necessarie riforme delle regole della UE, che potranno procedere coi loro tempi su un binario parallelo.

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