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È vero che l’inflazione non preoccupa?

Esce oggi un dato per l’inflazione dagli Stati Uniti che potrebbe risultare di una particolare importanza dopo quanto indicato dalla FED nei giorni scorsi

di Valter Buffo 13 feb 2019 ore 08:11

Commento giornaliero di recce-d.com

 

inflazione_8Oggi mercoledì 13 esce un dato per l’inflazione dagli Stati Uniti che potrebbe risultare di una particolare importanza: arriva infatti a pochi giorni dalla decisione del Board della Fed (inattesa, ed inusuale, e per alcuni aspetti spiazzante) di interrompere la fase di aumento dei tassi ufficiali, ed anche di aumentare l’incertezza sulle future operazioni di vendita di titoli per ridurre le dimensioni dell’attivo della stessa Fed. Due mosse che vanno, ovviamente, nel senso di una politica più flessibile, non restrittiva, e forse addirittura espansiva: una sorpresa che ha del clamoroso, dopo che per anni ci siamo sentiti ripetere che l’economia USA è “in ottima salute”. La scelta della Fed ha colpito molti, anzi tutti, sui mercati, ed ha fatto nascere molti dubbi, che non stiamo qui a ripetere visto che ne abbiamo scritto già in precedenti contributi a SoldiOnline.it. Ma il dato di oggi potrebbe mettere il dito nella piaga: perché la Fed si può permettere questa “flessibilità” soltanto se, e fino a che, l’inflazione non darà segnali di ripartenza. Fa bene la Fed ad affermare che “l’inflazione non è una preoccupazione”? Vediamo, nel brano che segue, quali sono i principali fattori in gioco.

 

The chief source of falling inflation is lower oil prices, but that’s not all. Medical costs in the U.S. have risen in the past two years at the slowest pace since the 1950s, the CPI shows, and rents have started to taper off. Rising rents also played a big role in the spike in inflation last year. The global economy, meanwhile, has taken a turn for the worse and triggered declines in the prices of many key commodities such as metals and grains.

That’s also holding inflation at bay — not to mention stoking concerns about whether the slowdown around the world will spread to the U.S. “A U.S. inflation breakout looks unlikely,” wrote chief U.S. economist Gregory Daco of Oxford Economics. (…) The one worry sign for Wall Street pros and Fed hawks who fidget about inflation are rising wages. Hourly pay is climbing at a 3%-plus rate after years of 2% or smaller gains. Some economists predict wage growth will soon top 4% because of the tight labor market and widening shortages of skilled labor that’s forcing companies to offer better pay. If the cost of labor keeps increasing, firms might try to raise prices and fan the flames of inflation across the economy. Others are not so sure. They point to fierce global competition that’s keeping prices in check, the use of the Internet by consumers to seek out the best deals and ongoing efforts by companies to cut costs, especially with the use of automation and robots. “By enhancing competition, suppressing wages and lowering costs, advanced automation is clamping down on inflation from many angles,” said senior economist Sal Guatieri of BMO Capital Markets.

What’s if the low-inflation-as-far-as-the-eye-can-see-view is wrong? No need to worry about it — for now. “If wages are a problem next year, OK,” Blitz said. “The Fed knows how to deal with that.”

 

inflazione-usa-2010-2019

Fonte: FRED


Nel daily dedicato ai Clienti, The Morning Brief, di oggi 13 febbraio 2019, abbiamo trattato i seguenti temi:

  1. Dollaro USA ancora in rafforzamento: è sceso sotto a 1,1300 contro euro ed è fino a qui il dato forte della settimana
  2. Grande attesa per i dati in arrivo dalla Cina domani e venerdì
  3. Petrolio sempre fermo tra 50 e 55 dollari USA senza una direzione
  4. SEZIONE L'OPERATIVITA'    questa settimana sul piano operativo ci occupiamo dell’andamento degli utili delle Società in Europa
  5. SEZIONE L'ANALISI    il tema della nostra Analisi sarà questa settimana la vicenda delle tariffe tra USA e Cina: è davvero così importante per noi investitori?

 

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