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Diversificare ai tempi del Coronavirus

La forte volatilità registrata negli ultimi mesi dai mercati azionari internazionali, in coincidenza con la pandemia da Covid-19, ha costretto diversi investitori a ripensare alle proprie strategie di investimento.

di Redazione Soldionline 23 set 2020 ore 11:14

La forte volatilità registrata negli ultimi mesi dai mercati azionari internazionali, in coincidenza con la pandemia da Covid-19, ha costretto diversi investitori a ripensare alle proprie strategie di investimento. A questo proposito Matteo Ramenghi - Chief Investment Officer UBS WM Italy – ha sottolineato la possibilità di diversificare in altre attività che generino rendimenti stabili e che consentano di attutire le fasi di volatilità dei portafogli. Non deve stupire, quindi, secondo l’esperto, il rally registrato dall’oro nel corso del 2020, considerato come “un elemento di stabilizzazione dei portafogli in caso di volatilità del mercato azionario e di aumento dell’inflazione”. Nell’analisi seguente Matteo Ramenghi prova a suggerire alcune strategie per contrastare la volatilità dei mercati azionari.

 

coronavirus-investimenti«Le politiche monetarie ultra espansive aumentano la correlazione tra asset class, rendendo più complesso trovare la giusta diversificazione. Ma le alternative non mancano»
La ripresa economica dopo il lockdown e la prospettiva di un nuovo ciclo economico supportato da politiche monetarie e fiscali espansive continuano a sostenere i mercati. Ma la capacità degli investitori di assumere rischi dipende anche dalla possibilità di diversificare in altre attività che generino rendimenti stabili e che consentano di attutire le fasi di volatilità dei portafogli.

Le politiche monetarie sono ormai espansive dal 2009 ma da quest’anno si sono intensificate. L’enorme nuova liquidità creata dalle banche centrali viene riversata inizialmente sui titoli di Stato, comprimendone i rendimenti. Ne consegue il duplice risultato di aiutare gli Stati più indebitati e spingere gli investitori verso altri segmenti del mercato che possano offrire maggiori rendimenti, facilitando così le aziende nella ricerca di capitale di rischio. Vi sono ovviamente delle controindicazioni: la liquidità non genera più rendimento e, anzi, comporta un costo per gli investitori, se si prende in considerazione l’inflazione. Il settore finanziario si trova a operare con margini ridotti, in un contesto nel quale molte banche centrali (come la Banca centrale europea) applicano tassi d’interesse negativi sulla liquidità in eccesso depositata dagli intermediari. Problemi simili si verificano per i regimi pensionistici, che trovano più difficile ottenere rendimenti sufficienti a coprire gli impegni presi con i propri assicurati ecc. Un altro effetto di questo nuovo paradigma è la minore sensibilità dei mercati finanziari al ciclo economico. I mercati sembrano reagire più alla quantità di liquidità che viene immessa che all’effettiva crescita economica, tanto che tra gli operatori circolano espressioni come «bad news is good news», per indicare come dati economici deboli possano favorire le borse se inducono le banche centrali a immettere nuova moneta. In questo scenario azioni e obbligazioni si muovono spesso in parallelo, contraddicendo molte teorie dei mercati finanziari. Queste suggeriscono, infatti, che dovrebbero avere andamenti opposti: le azioni dovrebbero salire sulla base di prospettive economiche favorevoli, che a loro volta dovrebbero indurre le banche centrali ad alzare i tassi, penalizzando l’obbligazionario. Ma oggi sia azioni che obbligazioni reagiscono soprattutto alla liquidità che viene introdotta sui mercati e spesso si muovono all’unisono. L’equilibrio che si è creato difficilmente muterà nel breve termine, perché è basato su politiche monetarie di medio termine (recentemente affermate dalla Federal Reserve) e su attese di un’inflazione molto bassa. Viviamo infatti in un periodo caratterizzato da potenti forze deflattive: basti pensare all’invecchiamento della popolazione nelle economie più ricche e all’impatto della tecnologia. In aggiunta, la delicata fase che attraversa l’economia non favorisce la domanda e l’inflazione. Nel precedente ciclo economico, le immissioni di liquidità non hanno portato a un aumento dell’inflazione perché, con l’eccezione degli Stati Uniti, le politiche fiscali erano per lo più restrittive. Questa volta però la situazione è diversa, perché le politiche fiscali sono allineate a quelle monetarie in tutte le economie avanzate, compresa l’Unione europea. Inoltre, la rilocalizzazione delle attività produttive dai mercati emergenti alle economie avanzate avviata dopo il COVID-19 potrà avere un impatto sull’inflazione.

Per questa ragione molti investitori hanno puntato sull’oro, che si è apprezzato di oltre il 20% da inizio anno. Rappresenta in effetti un elemento di stabilizzazione dei portafogli in caso di volatilità del mercato azionario e di aumento dell’inflazione e tatticamente lo vediamo con favore. Tuttavia, è uno strumento infruttifero ed è scambiato in dollari, quindi per gli investitori europei presenta un rischio in più e può rappresentare solo una porzione modesta di un portafoglio. D’altra parte nemmeno le obbligazioni indicizzate all’inflazione sembrano offrire particolari occasioni di acquisto, perché scontano già un aumento medio dei prezzi vicino a quello atteso. Alcuni asset reali potrebbero rispondere meglio alle esigenze di maggiore diversificazione, per esempio gli immobili o le materie prime più cicliche come il petrolio. Tuttavia gli elevati costi d’investimento e la scarsa liquidità vanno tenuti in considerazione nel definire il peso che questi strumenti possono avere all’interno di un portafoglio. Come sempre, il modo migliore di gestire il rischio è mitigarlo con un’ampia distribuzione per asset class, esposizioni geografiche e settoriali, con un chiaro approccio alla sostenibilità che limiti i rischi ambientali e sociali. In considerazione delle politiche economiche espansive in tutte le principali economie, rimaniamo positivi sul mercato azionario, in particolare l’azionario sostenibile e, nel campo del credito, sui titoli di Stato di Italia, Portogallo e dei Paesi emergenti in valuta forte.

 

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