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Default Italia: è ancora possibile? Se sì, come evitarlo?

Parametri di rischiosità in continuo peggioramento, rating del debito a livelli preoccupanti. Lo spread non sembra tenerne conto. Ma i nodi potrebbero venire al pettine, prima o poi

di Marco Delugan 27 apr 2015 ore 14:50

Non se ne parla più, ma i parametri fondamentali di rischiosità del debito pubblico italiano stanno continuamente peggiorando e importanti agenzie di rating la valutano piuttosto male. Il Quantitative Easing darà fiato ai paesi europei almeno fino al termine dell’operazione, stabilita per l’autunno del 2016. Ma prima o poi i nodi torneranno al pettine, come accade sempre, e potrebbe non essere una bella cosa. Ne abbiamo parlato con Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente.
 
Le agenzie di rating non danno una valutazione lusinghiera del debito pubblico italiano. Cosa vuol dire?
 
Le agenzie di rating sono delle società private di consulenza finanziaria, quindi non hanno alcun ruolo istituzionale pubblico, ma hanno molta influenza sul mercato perché i loro giudizi e i loro pareri sono vincolanti, ad esempio, per un investimento da parte dei fondi di investimento e anche dei fondi pensione.
 
default italia | S&P's ci considera BBB-Secondo Standard & Poor’s, una delle tre più importanti agenzie di rating, il rating del debito pubblico italiano è BBB-. Questo livello è un punto di demarcazione tra un titolo (o un debito) non rischioso o poco rischioso e il titolo (o un debito) considerato ad alto rischio.
 
Il passaggio al livello immediatamente inferiore la frontiera del BBB- prevede una serie di conseguenze tecniche per cui i titoli ad alto rischio devono essere liquidati e dunque uscire dai portafogli dei fondi; ciò può provocare un effetto a catena che autoalimenta il livello del rischio e che può generare ulteriori ribassamenti del rating.
 
Nessuno ne parla più, ma esiste il rischio default per il debito pubblico italiano?
 
In questo momento storico, mentre da un lato registriamo un sistematico peggioramento di tutti i parametri economici rispetto soli tre anni fa, dall’altro assistiamo a una visione assolutamente benevola della situazione debitoria italiana. Ad esempio, il più diffuso e seguito parametro che offre una valutazione economica del rischio di insolvenza è lo spread (ovvero il differenziale di interesse tra BTP e BUND). Attualmente è a livelli minimi, molto più bassi rispetto al 2011 ed al drammatico passaggio di consegne dal Governo Berlusconi al Governo Monti. Questo dovrebbe far pensare che forse quelle valutazioni di rischiosità allora erano probabilmente troppo alte, e possono essere state esaltate dalle dinamiche speculative dei mercati.

In questo momento, invece, siamo in una fase buonista dei mercati, che probabilmente in questi numeri non sta scontando (valutando) effettivamente tutto il rischio insito nel debito pubblico italiano; debito che è aumentato molto in questi tre anni e sta sfiorando la cifra di 2,2 trilioni di euro: 2.200 miliardi di euro.
 
Come è ovvio che sia, i nodi verranno al pettine. Ma siamo ancora un paese sbranabile, e quindi appetibile. Le svendite delle aziende di Stato e le vendite di aziende storiche italiane passate in mani straniere, fanno di questo momento storico una sorta di tavola imbandita per i capitali stranieri. Questi non sono affatto considerabili investimenti in Italia che tendono a favorire lo sviluppo del paese quanto piuttosto valori che porteranno lucri ed anche tasse all’estero. I nodi verranno al pettine probabilmente dopo il banchetto, quando liquidati importanti pezzi della struttura industriale, dei marchi, delle tecnologie ed abilità nazionali e delle banche allora potrà ripartire la speculazione di più chiara matrice finanziaria.
 
Cosa potrebbero comperarsi?
 
Già si sono comprati parecchio: pezzi di Terna, Rete Gas, e l’elenco sarebbe lungo e triste. Le tecniche sono fondamentalmente quelle usuali, e cioè le privatizzazioni ma anche private - basti pensare a Pirelli.
 
Si può rimanere colpiti nel vedere le sigle DB che sta per Deutsche Bank sui pullman del trasporto pubblico lombardo che faranno servizio navetta nell’occasione dell’Expo e che servono intere province della Lombardia. E si pensi anche a quanto siano diventate appetibili per il capitale finanziario estero le banche popolari con la cancellazione del voto capitario.
 
Si potrebbe anche andare oltre, e pensare a uno scenario di privatizzazione del settore sanitario con un modello assicurativo, magari dando seguito alle ipotesi di intervento sul sistema che il Governo Monti aveva già ipotizzato.
 
E non bisogna dimenticare i fondi speculativi, i cosiddetti fondi locusta, che andranno a mangiarsi a prezzi di saldo i debiti cartolarizzati dalle banche.
 
Ma il Quantitative Easing non dovrebbe aiutare l’Europa a uscire dalla crisi?
 
Il QE è una sorta di rilavaggio e rideposito dei titoli di stato nelle banche tramite il sistema bancario. E’ un drenaggio di titoli di stato che non vengono più riportati nelle casse della BCE ma in quelle delle banche azioniste della BCE stessa, e cioè nelle banche nazionali tra cui anche la Banca d’Italia. Più che una manovra economica è una manovra sul debito.
 
Ci sono molte aspettative sugli effetti del QE sull’economia. Ma io ho molti dubbi sul fatto che ci sia davvero una cinghia di trasmissione tra questa fornitura di liquidità e la realtà economica. E questo per via dell’intermediazione del sistema bancario.
 
Da un lato, non vedo perché un’impresa dovrebbe investire quando c’è una situazione preoccupante. Non tutte le imprese possono esportare ad ritmi alti, o hanno mercati di esportazione appetibili. La ripresa di un paese come l’Italia dovrebbe essere trainata sostanzialmente dai consumi e per effettuare consumi ci vuole reddito e se non c’è reddito e la spesa pubblica viene tagliata senza comprendere che i tagli orizzontali non efficentano certo la spesa, è difficile che le cose possano migliorare.
 
D’altro canto anche le banche faranno fatica a prestare denaro alle imprese, anche perché le imprese soffrono di una situazione economica abbastanza critica soprattutto tra le imprese medio/piccole che sono la base della struttura economica italiana.
 
Per evitare tutto questo, come si potrebbe fare?
 
Ci dovrebbe essere una categoria politica che abbia la consapevolezza del momento di criticità, che dica la verità e la smetta di raccontare sciocchezze, speranze e fantasie, che dia l’esempio riducendo i propri emolumenti e i propri privilegi.
 
Ma tutto questo non potrà bastare. Una carta importante potrebbe essere una sorta di piano Marshall per l’Europa, come già proposto tempo fa dai sindacati tedeschi. Un grande programma di investimenti pubblici e privati in settori strategici come le energie alternative, la riduzione dei consumi energetici, le infrastrutture, l’efficientamento della pubblica amministrazione, e nei settori strategici dell’industria e dei servizi. Insomma, un’inversione di rotta rispetto alle politiche attuali di austerità e impoverimento economico e sociale che stanno soltanto peggiorando le cose.

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