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Cosa abbiamo imparato dal collasso Lehman

E’ molto importante capire che i sette anni trascorsi dopo il fallimento Lehman sono stati gli “anni grassi” e non sono stati scarsi né sul lato investitori, né sul lato “non-soluzioni”

di Redazione Soldionline 15 set 2015 ore 10:47

A cura di Steen Jakobsen, Chief Economist di Saxo Bank

Ad oggi sono passati esattamente sette anni dal tracollo di Lehman Brothers e, invece di utilizzare questo evento come un momento per riflettere su eccessi, lassismi e varie distorsioni, per i policymaker tutto ciò è diventato un catalizzatore del cosiddetto “pretend and extend”.
“Extend” nel senso di essere costantemente alla ricerca di più tempo e “Pretend” nel senso di pensare di essere credibili proponendo finte soluzioni.  La reazione dei policymaker è infatti andata nella direzione di un crescente deficit del sentiment con spese fiscali sempre più elevate.  E quando i soldi finiscono si fa pressione sulle banche centrali affinché stampino denaro. Tanto denaro.
 
La risposta, purtroppo, non è andata verso un cambiamento dell’ordine dell’economia mondiale ma è rimasta nella continuità ignorando l’estrema necessità di riforme, affidabilità, investimenti in persone e produttività.
lehman_brothersMcKinsey ha prodotto quest’anno un report su debito e leverage intitolato “Debito e (non molto) deleveraging” che mostra come , dalla caduta di Lehman , il debito globale abbia registrato un’impennata sbalorditiva a quota 57 trilioni di dollari pari al 17% del PIL.
Più che agire per la ripresa, ci siamo limitati al “pegno” di una futura crescita prendendo a prestito il futuro: il risultato oggi è qualcosa che anche un economista premio Nobel sembra definire come “stagnazione permanente”.
 
E’ molto importante capire che i sette anni trascorsi dopo il fallimento Lehman sono stati gli “anni grassi” e non sono stati scarsi né sul lato investitori, né sul lato “non-soluzioni”. Policymaker e politici continuano a venderci l’illusione che le cose miglioreranno nei prossimi sei mesi, mentre la realtà rimane un vuoto di riforme, di affidabilità e di crescita. Che significa nessuna speranza e un disperato bisogno di una nuova partenza.
 
Il risultato di tutto ciò, naturalmente, è un basso tasso di occupazione, una crescita debole e i più bassi livelli di produttività della storia. Ogni nazione tenta semplicemente di sopravvivere mese per mese in una modalità di crisi e non guardando mai oltre il breve periodo la situazione non può che peggiorare.
Non abbiamo imparato niente dalla storia. Il debito sostituisce la produttività. Le banche oggi hanno regolamentazioni più rigorose ma anche “denaro gratis” dalle banche centrali. Le banche, i politici e gli istituti centrali hanno creato una trinità tutt’altro che santa in cui ogni istituzione è co-dipendente dall’altra per mantenere il potere. Nessuno può permettersi di affrontare la realtà e fermare questa giostra di cattivi investimenti, eccessiva focalizzazione sulla politica monetaria nonostante né la storia né la pratica abbiano mai provato che la trifecta abbia a che fare con la crescita, l’occupazione o la produttività. Semmai è stato provato il contrario.
 
Lehman avrebbe potuto essere una crisi reale, un vero punto di svolta, un cambio di paradigma. Invece abbiamo “comprato” tempo, l’unica risorsa che non dovremmo comprare ma usare in modo efficace. Gli scorsi sette anni sono stati tempo sprecato, dal momento che l’economia e la società sono giunte a un vicolo cieco.
Le elezioni negli stati europei ci stanno mostrando quanto il tessuto sociale sia sotto attacco e la mancanza di lavoro, di innovazione e di crescita siano il risultato finale di un futile esperimento. I prossimi sette anni saranno magri ma in senso positivo. Il costo del capitale crescerà, rimuovendo gli investimenti improduttivi e probabilmente procurando qualche malessere ai mercati azionari, che sono diventati porti sicuri nel corso degli anni grassi del “pretend and extend” al quadrato. Questa è una buona notizia.
La componente salariale del PIL, cioè gli stipendi, sono al livello più basso della storia; anche la produttività è ai minimi storici. La soluzione? E’ chiaro che fermando l’esperimento monetario di un supporto al 20% dell’economia (e cioè banche e le aziende “semi pubbliche”), il restante 80% otterrà più credito, a condizioni più convenienti e a sua volta creerà più posti di lavoro attraverso maggiori investimenti in personale e tecnologia.
 
Ebbene si, la buona notizia è che è molto semplice; la brutta notizia è che la trinità tutt’altro che santa vuole mantenere il potere e le luci della ribalta finché sarà troppo tardi.
Il futuro è definito dalla realtà. La realtà della sfida delle riforme, del ritorno alla produttività. Accettare di cadere è parte del rimettersi in piedi. Lehman e gli ultimi sette anni passeranno auspicabilmente alla storia come il paradigma di come non si deve agire. Sarà l’epoca meno produttiva della storia, quella in cui aggiornare il proprio profilo Facebook è diventato più importante della famiglia, della scuola e degli amici. Un universo parallelo dove la realtà è dall’altro lato rispetto alla vita online.
La realtà è vicina, come dimostra l’incremento della volatilità. L’incremento della volatilità è il segnale di un sistema a corto di tempo. Il gioco delle sedie è cominciato, con il grande rischio che quando la musica si ferma non sia solo una sedia, ma quattro o cinque a mancare.
Comunque, questo movimento verso l’altro lato, la realtà, ci porterà decenni di prosperità, torneremo a concentrarci e a guardare il vero problema: troppo debito e troppi pochi investimenti  in persone. Non sarà che tutti preferiranno essere magri invece che grassi? Certo che sarà così. Quindi non c’è da aver paura della fine del ciclo di questi sette anni. Gli anni grassi sono solo pieni di zucchero. Ora arrivano le proteine. Buon viaggio.

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