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Azioni growth per ora meglio delle azioni cicliche

La prima metà del 2019 è stata caratterizzata da ottime performance per le azioni più sensibili ai tassi d’interesse, che hanno decisamente sovraperformato i titoli ciclici. Cosa fare adesso?

di Redazione Soldionline 19 lug 2019 ore 10:14

La prima metà del 2019 è stata caratterizzata da ottime performance per le azioni più sensibili ai tassi d’interesse (lusso, food, immobiliare, in misura minore le “utilities”…), che hanno decisamente sovraperformato i titoli ciclici.
"Che cosa fare allora adesso che lo scarto di valorizzazione tra queste due categorie si fa estremo?", si sono chiesti gli analisti di ODDO BHF Asset Management.
Per rispondere a questa domanda gli esperti hanno analizzato gli effetti derivanti da tre cambiamenti di scenario.

 

trading-azioniLe azioni growth più sensibili ai tassi d’interesse (lusso, be-vande, immobiliare, in misura minore le “utilities”…) hanno di recente compiuto un percorso senza paragone rispetto a quello delle azioni cicliche. Gli investitori hanno quindi ovvia-mente preferito i titoli growth ad ogni costo, in un contesto in cui la crescita appassiva. Che cosa fare allora adesso che lo scarto di valorizzazione tra queste due categorie si fa estremo?

Analizziamo gli effetti di un cambiamento d’ipotesi:

 

1. Calo del tasso d’attualizzazione

Non serve essere grandi matematici per comprendere che le prospettive di rivalorizzazione in questo caso sarebbero esplosive. Il prezzo teorico di un’azione calcolato a partire dall’attualizzazione dei flussi di cassa a 10 anni aumenta im-mediatamente dell’8% se si abbassa il tasso di un punto per-centuale (dal 5% al 4%, per esempio). Rientreremmo in tal caso in questo nuovo paradigma in cui la crescita dei flussi di cassa e la loro ampiezza diventerebbero il fattore discrimi-nante nella valutazione delle azioni. In questo senso, questo scarto di valorizzazione non sarebbe un’anomalia, ma la nuova norma.

2. Presa in considerazione dei tassi negativi nei premi di rischio

Il premio di rischio misurato come lo scarto tra il rendimento previsto delle azioni (1/PE) e il tasso privo di rischio a 10 anni torna ai picchi registrati durante il crollo dei mercati di fine 2018.Su alcuni titoli il tasso di rendimento previsto è del 12% (rapporto prezzo/utile di 8) con una buona visibilità sui flussi futuri. Possiamo davvero permetterci di non investire in titoli simili, mentre l'insieme degli attivi cosiddetti non rischiosi of-fre rendimenti nulli, se non negativi?

3. Valutare la "disruption”

Un primo tentativo di risposta passa per l’analisi delle possi-bili perturbazioni (disruption) future in alcuni settori, sia che siano di natura normativa, che “schumpeteriana” (la distru-zione creatrice). Anche in questo caso occorre reinventarsi nuovamente e non accontentarsi di analizzare i classici dati strutturati, concentrandosi invece e rapidamente sui Big Data, gli unici in grado di svelare le nuove tendenze
Stiamo per tornare alla media e al recupero delle azioni scon-tate o sta per iniziare l’era della nuova norma, con un prosie-guo del trend del momento che favorisce le società growth? Saremmo tentati di scegliere la prima ipotesi, se pensiamo alla forza delle previsioni di calo dei tassi rispetto alla con-giuntura.
Se non altro, se l’analista-gestore riesce a selezionare delle società con premi di rischio altrettanto allettanti, in grado di resistere all’attuale capovolgimento tecnologico e geopoli-tico, le performance di questo tipo di portafoglio saranno pe-renni nel tempo, anche in caso d’inversione del ciclo.

 

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