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Aumento dei rischi legati alla stretta monetaria della Fed

Secondo Mark Haefele (UBS) una politica monetaria della FED è più difficile da gestire, perché non sempre una stretta monetaria mette in difficoltà i mercati

di Redazione Soldionline 30 ago 2017 ore 10:45

"Una politica monetaria della FED è più difficile da gestire, perché non sempre una stretta monetaria mette in difficoltà i mercati". E' questo il pensiero di Mark Haefele, Global Chief Investment Officer Wealth Management di UBS. L'esperto, infatti, ha ricordato che le azioni globali hanno recuperato più del 18% da quando la banca centrale guidata da Janet Yellen ha cominciato ad alzare i tassi a dicembre 2015. Nell'analisi seguente Mark Haefele indica tre fattori che potrebbero indicare un cambiamento nella politica monetaria della FED.

 

federal-reserve_2Il rischio di una virata restrittiva della Fed ci è più familiare della minaccia di un conflitto nucleare, ma per certi aspetti è più difficile da gestire, perché non sempre una stretta monetaria mette in difficoltà i mercati. Infatti, anche se la Fed ha alzato i tassi d’interesse quattro volte da dicembre 2015, le azioni globali hanno guadagnato il 18% – a nostro avviso, anche grazie all’orientamento della banca centrale, che si è impegnata a sostenere la crescita e non scoraggiare gli investitori.

 

Interpreteremmo invece come un segnale d’allarme un’eventuale decisione dell’autorità monetaria statunitense di puntare sul controllo dei prezzi, penalizzando la crescita. L’esempio storico più simile è rappresentato dalla brusca stretta monetaria operata dalla Fed per contenere l’inflazione sotto la guida dell’allora Presidente Paul Volcker, che contribuì a innescare la recessione del 1980–82 e a far crollare il mercato azionario americano.

 

Illustriamo dunque i fattori che potrebbero indicare un cambiamento di posizione imminente o in corso da parte della Federal Reserve.

 

Primo, monitoreremo eventuali bruschi aumenti dell’inflazione. Senza dubbio la Fed può permettersi di sostenere la crescita grazie all’andamento dell’inflazione, che si mantiene da tempo inferiore alle attese. La disoccupazione al 4,3% aumenta però le probabilità di un’accelerazione dei prezzi, che potrebbe indurre la banca centrale a cambiare obiettivo, passando dal sostegno all’occupazione al contenimento dell’inflazione.

 

Secondo, seguiremo da vicino gli sviluppi nell’ambito della nomina del successore di Janet Yellen. Se aumentassero le probabilità che la presidenza della Fed venisse affidata a un «falco», come John Taylor o Kevin Warsh, i mercati potrebbero temere la conclusione imminente del sostegno alla crescita. In base alla regola formulata dallo stesso Taylor, i tassi d’interesse dovrebbero già attestarsi al 3%.

 

Terzo, analizzeremo le aspettative relative ai tassi reali. Secondo le stime della Federal Reserve, l’attuale orientamento «neutrale» della politica monetaria statunitense si basa sull’ipotesi che i tassi nominali siano pari al tasso d’inflazione. Ma se la Fed dovesse indicare l’intenzione di alzare i tassi a un livello nettamente superiore all’indice dei prezzi, ciò significherebbe che la banca centrale si prepara a ritirare il suo sostegno alla crescita oppure che percepisce un aumento del tasso neutrale. Entrambe queste eventualità potrebbero danneggiare il mercato azionario (fig. 3).

 

Se i dati in uscita cominciassero a puntare in direzione di un orientamento più restrittivo della Fed, dovremmo rivedere il nostro posizionamento; tuttavia, dato che per ora la Fed mantiene ancora il suo sostegno alla crescita, restiamo investiti in un contesto di rialzi dei tassi graduali.

 

La titolarità dell'analisi che qui riportiamo è dell'autore della stessa, e l'editore - che ospita questo commento - non si assume nessuna responsabilità per il suo contenuto e per le finalità per cui il lettore lo utilizzerà.

 

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