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A quattro anni dal "whatever it takes" di Mario Draghi

Quatto anni fa, con il suo intervento il presidente Mario Draghi ha portato calma e stabilità su mercati molto volatili. Le sue parole hanno agito come un interruttore del circuito di avversione al rischio

di Redazione Soldionline 29 lug 2016 ore 11:39

A cura di Anthony Doyle, Investment Director, Retail Fixed Interest di M&G Investments

Facciamo un salto indietro nel tempo al 26 luglio 2012 al whatever it takes di Draghi: i costi di prestito per i Paesi europei “periferici” erano particolarmente alti. Irlanda, Portogallo e Grecia stavano chiedendo un salvataggio, mentre il sistema bancario spagnolo era pericolosamente vicino al collasso. Non si parlava di quando uno Stato membro dell’UE sarebbe uscito dal blocco della moneta unica, ma di quale. Ed ecco che si fa avanti il presidente della BCE, Mario Draghi e, rivolgendosi a una  platea di investitori e dirigenti d’azienda, pronuncia la frase più importante mai proferita da un banchiere centrale nell’era moderna: “Nell’ambito del proprio mandato, la BCE è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. E credetemi, sarà sufficiente.”

All’epoca, la domanda cruciale era cosa sarebbe stato sufficiente.
Tornando ai nostri giorni, ora abbiamo un’idea più chiara di cosa intendesse allora il presidente Draghi. Si riferiva a una gamma di misure monetarie convenzionali e straordinarie, tra cui un taglio del tasso di rifinanziamento principale della BCE dall’1 allo 0%, un taglio del tasso di deposito dallo 0,25 al -0,40%, operazioni di rifinanziamento a lungo termine ormai per oltre 1 trilione di euro, iniezioni di liquidità di emergenza per la Grecia che a oggi hanno raggiunto quota 54 miliardi di euro e un programma di acquisto di asset per 1,1 trilioni di euro (successivamente esteso, ampliato e incrementato di circa un terzo). Di conseguenza, il bilancio della BCE attualmente è pari a 3,2 trilioni di euro (o il 131% del PIL dell’Eurozona).

Questo è il cosa. È stato sufficiente?
Guardando ai rendimenti delle obbligazioni periferiche, si direbbe di sì. Gli investitori non esigono più il premio al rischio di credito di una volta e i rendimenti obbligazionari sono crollati di conseguenza.

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Nel suo discorso, Draghi aveva definito il picco di avversione al rischio legato al rischio di controparte. Come si vede nel grafico in basso, i premi CDS hanno registrato una forte contrazione nell’Eurozona dai livelli del 2012, ma i finanziari subordinati hanno mantenuto una tendenza all’ampliamento fin dal quarto trimestre del 2014. Più di recente, gli investitori si stanno chiedendo quanti crediti deteriorati abbiano in bilancio diverse banche europee e se queste perdite siano sostenibili in alcuni dei sistemi finanziari più fragili dell’area euro.

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Infine, secondo Google, l’ipotesi di una recessione in Europa ha destato preoccupazione più fra i cittadini statunitensi e britannici che non tra quelli europei, negli ultimi due anni. Le ricerche di “recessione Europa” sono state effettuate in larga maggioranza negli Stati Uniti o in Regno Unito (ho controllato anche le espressioni equivalenti in lingua locale: risultano 7 ricerche al mese in media in Germania per “Europa rezession” e 5 in Italia per “recessione Europa”, ad esempio).

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Quatto anni fa, con il suo intervento il presidente Mario Draghi ha portato calma e stabilità su mercati molto volatili. Le sue parole hanno agito come un interruttore del circuito di avversione al rischio e i mercati dei titoli governativi europei ne hanno beneficiato, insieme al sistema finanziario. Questo dimostra che un banchiere centrale con un mandato ha effettivamente la possibilità di esercitare un’influenza decisiva sui mercati finanziari. Si può davvero dire che il presidente Draghi ha salvato il blocco della moneta unica, dato che la BCE è apparsa come l’unica istituzione europea in grado di agire rapidamente, con la determinazione e la forza necessarie per sostenere l’economia europea, in mancanza di un’unione fiscale in Europa.

Purtroppo su questo fronte non è cambiato molto. L’Europa è ancora alle prese con gravi problemi strutturali, accentuati da situazioni economiche molto diverse fra i vari Stati membri dell’area euro, e la Brexit probabilmente si rivelerà un ulteriore freno alla crescita dell’economia. Dal punto di vista economico, l’Europa continua a combattere tassi di disoccupazione elevati e un’inflazione  molto bassa nonostante quattro anni di politica monetaria straordinaria. Con i mercati che si aspettano nuovi stimoli monetari a settembre, per la BCE non sembra ancora finita l’epoca di fare “tutto il necessario”.

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