Alle volte sembra che in Italia si faccia di tutto per non capire. La Fiat ha avviato, con Marchionne, un processo di delocalizzazione per diventare una vera azienda globale. Le aziende globali hanno un solo obiettivo, produrre al più basso costo possibile e vendere col più ampio margine possibile.
Dal punto di vista degli azionisti è la formula magica, passa per questa semplice formuletta la redditività del capitale investito. È l’aderenza a quest’obiettivo che porta il titolo azionario a essere più o meno apprezzato da investitori e traders e da questo, si trae la gioia o il dolore. Il buon AD deve muovere tutte le leve a sua disposizione per portare la nave in porto e il porto della Fiat è dove la mano d’opera costa meno.
Non ci voleva la zingara per capire che il progetto Fiat in Serbia, paese a noi così vicino in un mondo sempre più piccolo, diminuisse gli occupati in Italia. In Serbia un operaio guadagna forse 400 euro al mese, non c’è partita per nessun Europeo. La Fiat diminuirà sempre di più le produzioni in casa e lo farà ancora più velocemente oggi che ha raggiunto, con la testa di ponte negli USA, una vera dimensione mondiale.
La Fiat non è più un’azienda Italiana, è bene saperlo, e ragiona, giustamente, da multinazionale, non fa politica ma automobili e non c’è spazio nel suo DNA per questioni sociali. A Kagrujevac, all’ombra degli impianti che furono la gloria industriale ai tempi di Tito e in altre aree della Serbia si sono già sistemati anche Coreani e Tedeschi e i dirigenti politici puntano a far diventare il Paese un polo di attrazione per le industrie dell’Automobile e della componentistica.
Sul piatto hanno messo un bel pacco di fiches, un decennio di esenzioni fiscali a partire dal 2008, un contributo di 10.000 euro per ogni operaio assunto, varie altre esenzioni fiscali e accordi per la formazione rendono più che allettante la location.
Se confrontiamo i vantaggi economici con le grane di Pomigliano, Termini o Mirafiori, la scelta è obbligata. Il sogno di una grande azienda di automobili che facesse da traino alla crescita dell’occupazione nel nostro Paese, con ricadute sulla tenuta sociale è bello che sepolto; o almeno in questo non potrà essere utile la Fiat.
Se Marchionne vuol far lavorare i Serbi, nessuno potrà mai impedirlo; quello che si può e si deve impedire è che oltre al danno ne abbiamo anche le beffe. La politica industriale nazionale non deve più seguire gli umori delle imprese sovranazionali; contributi allo sviluppo, fiscalità agevolata e tutto quanto possibile devono essere rivolti alle imprese che localizzano sul territorio della penisola i loro sforzi e i loro investimenti.
Non si deve rincorrere la dimensione ma la qualità industriale. L’Italia dovrà dotarsi per forza di un sistema industriale fatto d’imprese che esportano lavoro nazionale, non che vedono nel bel paese solo un mercato. Se in Italia non produrremo più niente, si abbasserà il tenore di vita generale e quando avremo finito i soldi da spendere non ci sarà più uno Stato sociale, fatto questo, non esisterà più neanche uno Stato.









donato dice:
26 lug 2010 alle 12:39ma la cassa integrazione quale nazione la paga ? e da quanti anni ?