Mentre la monnezza di Napoli quotidianamente tiene la scena su giornali e Tg è stato dato poco risalto all’inchiesta della magistratura sugli affari derivanti dalla produzione di energia negli inceneritori del gruppo Scotti. Si quello del riso; l’azienda aveva messo su la Scotti Energia per ricavare profitto nel bruciare la “lolla”.
È uno scarto ricavato dalla lavorazione del riso, e l’energia prodotta bruciandola è assimilabile a quella prodotta con altre fonti rinnovabili. Dunque tra il 2005 e il 2009, secondo la Procura della Repubblica di Pavia, il GSE avrebbe indebitamente versato nelle casse del “dott. Scotti” almeno 21 milioni di euro.
Secondo l’accusa, con l’andar del tempo la lolla sarebbe stata sostituita da spazzatura diversa e che in alcuni casi conteneva sostanze tossiche in maniera superiore ai limiti consentiti; il Corpo Forestale dello Stato ritiene che l’inceneritore sia stato alimentato da una miscela composta soprattutto da plastica e legname, e solo in minima parte da lolla.
Lo Stato non avrebbe dunque dovuto pagare contributi per energie rinnovabili, oltre ovviamente al problema dell’inquinamento dell’aria.
Da qui l’accusa di truffa e sette persone arrestate, tra cui tre manager del gruppo e lo stesso presidente della Scotti Energia, Giorgio Radice.
Se le accuse fossero confermate l’azienda dovrà restituire le somme indebitamente percepite, e questo grazie alla magistratura.
Ma gli organi deputati al controllo, dov’erano tutto questo tempo? In realtà il GSE aveva fatto un’ispezione di verifica tecnica il 14 maggio 2009 dove aveva rilevato che non solo si bruciavano materiali non conformi alla direttiva ma anche l’impianto differiva in maniera sostanziale da quello autorizzato. Dunque fuori norma rifiuti e inceneritore.
A dicembre dello stesso anno però qualcosa cambia, il risultato della verifica ribaltato, e il bilancio della Scotti Energia si chiude con 2,3 milioni di utili su 12,7 di ricavi.
La Monnezza, a Napoli un problema, altrove un affare. Ecco una delle grosse differenze tra Nord e Sud.
I Pavesi, molto più “furbi” dei Napoletani.






Alberto Galvi dice:
22 nov 2010 alle 10:17Caro Alessandro hai ragione a segnalare queste differenze, però non è vero che i pavesi sono più furbi dei napoletani, non bisogna mai generalizzare. A Pavia negli ultimi 20 anni hanno chiuso moltissime fabbriche (vedi Necchi), in parte per colpa della cattiva gestione delle diversi amministrazioni comunali e in parte per colpa dei proprietari delle aziende, da questo punto di vista Pavia è simile a una città del Sud italia.
alessandro di napoli dice:
22 nov 2010 alle 18:16Caro Alberto, come ben intuisci, le mie sono provocazioni. Poi FURBI è tra virgolette
Ed inoltre, ognuno di noi da un peso ed un valore diversi alla furbizia, giusto?