A circa sei mesi dall’ultimo aggiornamento, effettuiamo una nuova analisi sulle aspettative dei mercati finanziari, relativamente ai futuri movimenti delle Banche Centrali sui tassi di riferimento.
Articolo a cura di JCAssociati.it
A circa sei mesi dall’ultimo aggiornamento (report del 3 giugno), effettuiamo una nuova analisi sulle aspettative dei mercati finanziari, relativamente ai futuri movimenti delle Banche Centrali sui tassi di riferimento.
Con la fase peggiore della crisi ormai alle spalle (almeno per quanto riguarda i mercati finanziari) e timide aspettative di ripresa, il ruolo delle Banche Centrali è estremamente delicato. Se decideranno di tornare ad alzare i tassi di riferimento troppo presto, rischieranno di compromettere l’ancora debole ripresa economica. Se invece esiteranno troppo, rischieranno di innescare aspettative inflazionistiche con conseguenze altrettanto gravi.
Dal punto di vista degli investitori obbligazionari, valutare il possibile comportamento delle Banche Centrali è fondamentale soprattutto per le scelte di posizionamento sulla curva dei tassi. Con un notevolissimo differenziale di rendimento tra le scadenze brevi e quelli medio-lunghe, le scelte di investimento (o delle condizioni di finanziamento per chi deve accendere un mutuo) possono essere estremamente diverse, a seconda che si pensi che questo differenziale potrà diminuire o rimanere più a meno invariato (riteniamo infatti improbabile un ulteriore notevole aumento dai livelli attuali).
Per determinare le aspettative di mercato quindi, utilizziamo come sempre i contratti Future su Euribor, Eurodollaro e £ Libor, che indicano quale dovrebbe essere il rendimento di un deposito bancario a tre mesi con partenza ad un determinata data futura.
EuroContinua la revisione a ribasso, che indica un progressivo spostamento temporale in avanti del momento in cui la BCE comincerà ad alzare i tassi.
L’aumento è previsto adesso nella seconda metà del 2010, oltre tre mesi di slittamento rispetto alle aspettative dello scorso giugno.
USDIn Dollari le aspettative sono state riviste ancora più notevolmente a ribasso, con aggiustamenti che sfiorano il punto percentuale. Anche in questo caso la fase di aumento dei tassi di riferimento è stata spostata in avanti, dal primo al terzo trimestre del 2010.

GBPIn Sterline l’adeguamento a ribasso è una via di mezzo dei due precedenti; la fase di rialzo viene prevista anche in questo caso per la seconda metà del 2010.

In generale quindi, si può concludere che i tre mercati analizzati si sono mossi in maniera piuttosto uniforme, abbassando le aspettative di rialzo dei tassi di riferimento e spostandole in avanti nel tempo.
Ovviamente nei sei mesi passati, chi ha puntato su titoli a medio-lungo termine ha potuto beneficiare di rendimenti più elevati, senza subire alcuna conseguenza negativa. Chi invece ha preferito investire in titoli a breve scadenza o a tasso variabile, non solo a avuto risultati inferiori, ma ha anche dovuto subire un ulteriore abbassamento del rendimento immediato del proprio patrimonio.
Quello che è successo negli ultimi sei mesi, non è detto però che continui a succedere anche nei prossimi sei; a questo proposito le aspettative di minore rialzo dei tassi di riferimento da parte delle Banche Centrali è stato accompagnato da rialzi dei listini azionari e da una lieve riduzione del tasso di inflazione atteso.
Se il rialzo dei listini può essere considerato (almeno in parte) come una conseguenza delle ridotte aspettative sui tassi di riferimento, la discesa delle aspettative sull’inflazione sembra invece del tutto incoerente.
Da qualche parte infatti l’equazione non quadra: se salgono i listini azionari e scendono i tassi (o salgono meno delle attese), deve essere considerato fortemente probabile un aumento dell’inflazione. Se l’inflazione invece non aumenta, significa che non c’è ripresa economica e quindi i listini azionari non possono continuare a salire.
Dei due scenari precedenti, continuiamo a ritenere il secondo (no crescita – no inflazione) più probabile del primo; tuttavia, anche alla luce della buona tenuta dei listini azionari e dei primi timidi segnali di stabilizzazione dell’economia, il rapporto rischio/rendimento delle obbligazioni legate all’inflazione ci sembra decisamente migliorato rispetto a qualche mese fa.

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