Occupazione, spina nel fianco di molte PMI europee
La crescita dei posti di lavoro nella maggioranza delle piccole e medie imprese (PMI) europee stenta a decollare
di Redazione Soldionline 22 feb 2010 ore 11:17La crescita dei posti di lavoro nella maggioranza delle piccole e medie imprese (PMI) europee stenta a decollare. Recenti analisi evidenziano che gli ingranaggi dell’occupazione sono tuttora bloccati, poiché gli strascichi della crisi finanziaria internazionale esercitano una forte pressione sui bilanci aziendali e comprimono i margini di profitto. Onde evitare conseguenze disastrose, molti imprenditori preferiscono muoversi con assoluta cautela, contenere i costi e, conseguentemente, non incrementare gli organici delle proprie aziende. Ma quali sono, nello specifico, le cause principali di questa situazione che crea uno stallo inquietante nella crescita dell’occupazione?
La questione non è certo di poco conto. Le PMI, infatti, rappresentano la spina dorsale dell’imprenditoria europea, con un’incidenza decisamente superiore rispetto a quanto si riscontra, per esempio, negli Stati Uniti, sia in termini di produzione che di impieghi. Basti pensare che la forza lavoro attiva nelle PMI costituisce circa i due terzi dell’intera occupazione europea, mentre questa percentuale negli USA è “solo” del 55%. La maggioranza delle PMI mostra una condizione di fragilità, confermata anche dal crescente quoziente di fallimenti, e addossa la responsabilità principale agli istituti di credito; colpite a loro volta dalla crisi, molte banche hanno infatti rallentato e reso assai più selettiva la concessione di finanziamenti, compromettendo le capacità di queste aziende di procedere a nuovi investimenti e assunzioni di personale.
Per le banche, però, il discorso è un po’ diverso. Pur essendo palese che la crisi internazionale ha pesato sui bilanci degli istituti di credito, alle accuse di essere troppo restrittivi questi rispondono affermando che molte PMI sono diventate eccessivamente dipendenti dai prestiti bancari; con tutta probabilità, ribadiscono le banche, durante i periodi di congiuntura favorevole queste aziende non avevano colto l’opportunità per diversificare la loro attività, consolidare la propria situazione patrimoniale e ridurre i costi operativi per cui si sono trovate del tutto impreparate di fronte alla penuria di credito, cosa che, normalmente, accompagna le recessioni. Se poi si considera la portata mondiale della crisi finanziaria degli ultimi due anni, il significato di quest’ultima affermazione si rafforza.
Nelle prossime settimane le PMI europee pubblicheranno i risultati del passato esercizio e si teme che le notizie non saranno particolarmente incoraggianti, considerata la situazione finanziaria generale e l’accentuato calo delle vendite verificatosi in molti settori nel 2009. Tra le più penalizzate potrebbero figurare le industrie produttrici di macchine utensili e del settore metalmeccanico, indicate da buona parte degli analisti come le principali perdenti sul fronte delle vendite a causa della diminuzione della domanda e degli investimenti aziendali. Il problema è che proprio questo ramo industriale occupa una posizione di spicco nel palcoscenico dell’imprenditoria europea e, pertanto, una conferma di attività stagnante e risultati negativi avrebbe un’ampia risonanza.
Tali preoccupazioni che, tra l’altro, contribuiscono a tenere gli imprenditori con il freno tirato sul fronte dell’occupazione, sono condivise da più nazioni a cominciare dalla Germania, capofila europeo nel settore delle PMI. Anche in Italia, paese in cui questa categoria del ramo imprenditoriale è parimenti rinomata, l’atmosfera è simile ed in più le PMI ultimamente stanno facendo pressione sulle banche del paese per ottenere un accesso più facile al credito. D’altro canto, però, gli istituti di credito sono costretti a chiedere maggiori garanzie per non incappare nei rischi di inadempienza e insolvenza dei loro debitori; tali procedure allungano i tempi di concessione dei prestiti e risultano spesso incompatibili con la velocità di finanziamento di cui sovente necessitano le imprese, per condurre in porto i loro progetti di sviluppo.
Proprio quest’ultimo aspetto è assai evidente in Portogallo e nella Repubblica Ceca, il cui numero di PMI per abitante è superiore a tutti gli altri paesi europei. Il Portogallo, inoltre, risente di una percentuale assai elevata di fallimenti aziendali: nel 2008 quasi il 70% di tutte le PMI del paese erano finite in bancarotta e si teme che nel 2009 vi sia stato un ulteriore incremento dei fallimenti, pari al 20%. Anche le grandi economie europee, comunque, non hanno di che rallegrarsi sotto questo aspetto. Si prevede che il totale dei fallimenti nel settore delle PMI di Francia, Germania, Spagna, Italia e Gran Bretagna possa aver raggiunto quota 154'000 a fine 2009 (fonte Financial Times), contro i 63mila statunitensi e i 16mila giapponesi. Insomma le cifre, se confermate, parlano da sole.
È bene tuttavia non dimenticare che, nonostante questo quadro sicuramente poco roseo, parecchie PMI uscite indenni o quasi dalla crisi stanno ora affilando le armi per tornare a combattere, grazie ad alcuni primi sintomi di ripresa della domanda. A rimanere generalmente depresso, invece, è l’andamento dell’occupazione, come si diceva all’inizio. Anche le imprese che hanno gestito meglio il periodo più acuto della crisi e della recessione preferiscono mantenere un atteggiamento prudenziale prima di ampliare l’organico.
In sostanza, ad avere il sopravvento ora è la paura di gravare sui costi operativi, con il rischio di compromettere la capacità di essere competitivi proprio quando la domanda non ha ancora chiaramente invertito la tendenza verso l’alto. Difficile pronosticare, per il momento, un reale cambiamento di rotta e, con molta probabilità, i risultati d’esercizio in arrivo non aiuteranno le PMI europee a muoversi con maggior determinazione, almeno nel breve termine.
Anna Russo
CRONACHE DAI MERCATI FINANZIARI
Il Punto
Nell’ottava appena trascorsa, le apprensioni legate al “rischio paese”, generato dai problemi finanziari della Grecia, hanno nuovamente tenuto banco sui mercati finanziari. Scartata l’ipotesi di far ricorso al Fondo Monetario Internazionale e dopo il sostegno “politico”, ma piuttosto vago, ricevuto da Bruxelles, i ministri delle Finanze dell’Unione Europea hanno dato 30 giorni di tempo al governo greco per provare la propria determinazione a riassorbire i deficit pubblici. Entro le prossime settimane, dunque, il paese mediterraneo dovrà formalizzare importanti misure di bilancio, sulle quali però molti operatori nutrono più di un dubbio. Nel frattempo, la Grecia torna sul mercato con una nuova emissione di obbligazioni a cinque anni, un importante test per il paese e anche per gli ormai delicati equilibri all’interno dell’area euro.
Seppur parzialmente rassicurato dalle indicazioni dell’UE, il mercato del reddito fisso ha continuato a registrare al proprio interno importanti differenziali di rendimento. Alla fine della scorsa settimana, lo scarto fra il rendimento del Bund tedesco a 10 anni e il titolo del Tesoro greco di pari durata superava i 300 punti base: 3,27% per il primo e 6,49% per il secondo. L’allargamento degli “spread” non coinvolge solo l’Europa, ma tocca ora anche gli Stati Uniti, dove negli ultimi tempi si è assistito ad una fuoriuscita di capitali dai fondi che investono in titoli ad alto rendimento.
Se sul mercato dei capitali le tensioni persistono e potrebbero pure intensificarsi, dal fronte macroeconomico gli indicatori pervenuti negli ultimi tempi sono spesso apparsi in chiaroscuro. Nella zona euro i dati reali restano, nel complesso, fragili (si pensi solo al PIL del quarto trimestre del 2009) e i precursori di tendenza non depongono certo a favore di uno scenario di marcata ripresa, tutt’altro. L’indice ZEW tedesco ha perso quota in febbraio, mentre fra i PMI (l’indice allestito dai direttori commerciali), quello relativo al settore manifatturiero si è rafforzato, accanto però ad un rallentamento accusato dal settore dei servizi.
Negli Stati Uniti, come un fulmine a ciel sereno è giunta giovedì scorso la decisione della Fed di alzare il tasso di sconto di 25 punti base, dallo 0,50% allo 0,75%. Giorni prima, il governatore della banca centrale Usa, Bernanke, aveva in qualche modo preannunciato la misura (giustificandola con la necessità di ampliare il differenziale tra il tasso fondamentale, prossimo allo zero, e il tasso di sconto a cui le banche possono prendere a prestito dalla Fed), nessuno però si aspettava che il provvedimento giungesse in tempi così brevi. Al di là della limitata portata della decisione e dei toni rassicuranti delle autorità monetarie Usa, i mercati temono che la mossa rappresenti un segnale inequivocabile di chiusura della fase di emergenza di sostegno all’economia e possa essere il preludio a manovre di stretta creditizia nei prossimi mesi.
Iris Canonica
VARIAZIONI DEI PRINCIPALI INDICI E CAMBI
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12.02.2010 | 19.02.2010 | min/max 2010 | *2010 | ||
| NY - DJII | 10099.14 | 10402.35 | 3.00% | 9835.09 | 10729.89 | -0.25% |
| NY - NASDAQ | 2183.53 | 2243.87 | 2.76% | 2100.17 | 2326.28 | -1.11% |
| NY - S&P 500 | 1075.51 | 1109.17 | 3.13% | 1044.50 | 1150.45 | -0.53% |
| UE- DJ EUROSTOXX 50 | 2674.46 | 2793.37 | 4.45% | 2617.77 | 3044.37 | -5.83% |
| FR - DAX | 5500.39 | 5722.05 | 4.03% | 5433.02 | 6031.14 | -3.95% |
| ZH - SMI | 6416.20 | 6709.68 | 4.57% | 6240.24 | 6720.87 | 2.50% |
| LO - FTSE100 | 5142.45 | 5358.17 | 4.19% | 5033.01 | 5600.48 | -1.01% |
| PA - CAC40 | 3599.07 | 3769.54 | 4.74% | 3545.91 | 4088.18 | -4.24% |
| MI - FTSEMIB | 21036 | 21772 | 3.50% | 20465.51 | 24059 | -6.35% |
| TK - NIKKEI | 10092.19 | 10123.58 | 0.31% | 9867.39 | 10982.10 | -4.01% |
| HK - HANG SENG | 20268.69 | 19894.02 | -1.85% | 19423.05 | 22671.92 | -9.05% |
| USD/CHF | 1.0754 | 1.0757 | 0.03% | 1.0131 | 1.0899 | 3.87% |
| USD/JPY | 89.96 | 91.52 | 1.73% | 88.56 | 93.77 | -1.61% |
| USD/CAD | 1.0503 | 1.0391 | -1.07% | 1.0225 | 1.0781 | -1.34% |
| EUR/USD | 1.3632 | 1.3613 | -0.14% | 1.3444 | 1.4579 | -4.94% |
| EUR/CHF | 1.4660 | 1.4645 | -0.10% | 1.4620 | 1.4891 | -1.29% |
| EUR/GBP | 0.8681 | 0.8797 | 1.35% | 0.8603 | 0.9028 | -0.81% |
| GBP/USD | 1.5701 | 1.5473 | -1.45% | 1.5357 | 1.6458 | -4.31% |
| GBP/CHF | 1.6887 | 1.6642 | -1.45% | 1.6317 | 1.7114 | -0.58% |
*variazione da fine 2009 – A cura della Cornèr Banca
Fonte Bloomberg
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