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Mercati valutari: un nuovo ruolo per il dollaro USA

Secondo Martin Feldstein l’attuale debolezza del dollaro dipende dall’importante cambiamento del suo ruolo sulla scena mondiale

di Redazione Soldionline 17 dic 2009 ore 12:15
Secondo Martin Feldstein, famoso professore di economia presso l’Università di Harvard nonché presidente emerito del National Bureau of Economic Research, l’attuale debolezza del dollaro dipende dall’importante cambiamento del suo ruolo sulla scena mondiale. E proprio in ragione di questa nuova funzione, l’attuale crisi di fiducia nei suoi confronti potrebbe esaurirsi in un lasso di tempo non troppo lungo. Queste le conclusioni a cui Feldstein giunge, al termine di un’interessante analisi pubblicata recentemente sul quotidiano britannico “Financial Times”.

Il professore di Harvard esordisce affermando che quando gli domandano se il persistente indebolimento del dollaro è dovuto al venir meno della sua funzione come valuta di riserva internazionale, preferisce rispondere che la maggioranza delle nazioni non detiene più riserve valutarie nel senso tradizionale del termine. In realtà, il cambiamento in atto è molto più ampio e profondo, toccando il significato stesso di riserve valutarie. Oggi si parla più di investimenti da parte dei governi, che di accumulo vero e proprio di denaro, investimenti che possono essere di natura obbligazionaria, valutaria, azionaria ecc… All’interno di questo particolare contesto, il dollaro continua per ora ad esercitare un ruolo di primo piano, ragion per cui da “moneta di riserva” si sta trasformando in “moneta degli investimenti”.

Questa evoluzione del biglietto verde affonda le radici nella storia del secondo dopo-guerra. Nei decenni che seguirono la cessazione del conflitto, praticamente quasi tutti i paesi del mondo legarono il tasso di conversione delle proprie monete al dollaro (regime di cambi fissi e semi-fissi), con la possibilità di aggiustamenti progressivi in caso di differenze sostanziali negli indici dell’inflazione o negli equilibri della bilancia commerciale. Nei periodi in cui le importazioni eccedevano di molto le esportazioni, per esempio, un paese utilizzava le proprie riserve in dollari per pagare il surplus dell’import; per parecchio tempo, il dollaro rimase quindi la valuta più liquida e l’unica di riferimento per l’intero sistema mondiale.

Questa struttura, però, col passare degli anni è divenuta insostenibile a causa della trasformazione di molte economie mondiali, della globalizzazione e degli altri radicali cambiamenti che hanno caratterizzato il mondo economico e finanziario nell’ultimo ventennio. Oggi il sistema si basa sulla libera fluttuazione dei tassi di cambio, al cui interno i mercati stessi possono, in linea di principio, determinarne i rapporti. Per coprire gli eventuali squilibri tra il valore delle importazioni e quello delle esportazioni non sembra più necessario quindi ricorrere alle riserve valutarie. Sono le oscillazioni stesse dei cambi che fungono da equilibratori.

Ad incidere maggiormente sul cambiamento delle riserve valutarie, furono principalmente le esperienze di fine anni Novanta. Nel 1997, per la precisione, il governo tailandese tentò di sopravvalutare forzatamente la propria divisa (baht), attingendo soprattutto alle proprie riserve. Una volta esaurite queste ultime, fu invece costretto a svalutare il baht. Gli speculatori si lanciarono in seguito sulle altre valute asiatiche e in breve anche diversi paesi assistettero ad un progressivo prosciugamento delle loro riserve valutarie.

Gli episodi asiatici rivelarono, anzitutto, che è molto pericoloso mantenere artificialmente sopravvalutata una divisa. Inoltre, anche se il tasso di cambio non è troppo elevato, un paese può facilmente cadere vittima degli speculatori se non ha un’adeguata copertura in valuta internazionale. Molti paesi risposero a quegli eventi, svalutando le proprie monete per facilitare le esportazioni e gestire le eccedenze della bilancia commerciale. Nel frattempo, cominciarono ad investire sui mercati internazionali, acquistando principalmente titoli emessi in dollari statunitensi; la Cina, per esempio, oggi detiene circa 2'000 miliardi di investimenti in dollari, seguita da Taiwan con 300 miliardi, Corea del Sud 200 e  Tailandia 100.

Tutti questi fondi non sono più utilizzati per coprire squilibri temporanei della bilancia delle partite correnti o fluttuazioni dei tassi di cambio. Si tratta piuttosto di investimenti a lungo termine, che esercitano anche un’azione protettiva contro eventuali attacchi da parte degli speculatori. Qualcosa di analogo si sta ad esempio verificando tra i paesi produttori di petrolio, che hanno iniziato a convertire le  riserve di barili in attivi finanziari, con l’obiettivo di garantire adeguati introiti alle future generazioni.

Oltre a concepire diversamente il ruolo delle riserve valutarie, la maggioranza delle nazioni oggi ritiene indispensabile diversificare la natura e la divisa degli investimenti, come Cina e Corea, che hanno ampiamente investito anche in euro. Ed è proprio questa diversificazione valutaria e la conseguente diminuzione della domanda di dollari che ne sta penalizzando la quotazione.

Ciononostante, conclude Feldstein, il dollaro continuerà ad essere il principale strumento di liquidità per la maggioranza degli investimenti mondiali. Non appena questa situazione terminerà, la domanda di dollari smetterà di contrarsi e la svalutazione subita nell’ultimo anno favorirà la riduzione del deficit commerciale USA. Quella che per ora si manifesta come una chiara crisi di fiducia nei confronti della valuta di riferimento per antonomasia, sarebbe quindi solo una fase del processo evolutivo che, alla fine, fermerà l’indebolimento del biglietto verde. O almeno questo è quanto sostiene il prof. Martin Feldstein!

Anna Russo
 

CRONACHE DAI MERCATI FINANZIARI
Il Punto

Dopo la crisi debitoria innescata dal fondo statale Dubai World, che aveva fatto temere per un momento l’impatto sistemico, i mercati finanziari hanno vissuto la scorsa settimana momenti di apprensione per l’allarme sul debito di alcuni paesi europei membri dell’UEM (Unione Monetaria Europea). L’agenzia Fitch ha infatti declassato il debito sovrano della Grecia, portandolo da “A-“ a “BBB+”, una mossa che, se dovesse essere seguita anche dalle altre due importanti agenzie di rating, rischierebbe pure a medio termine di portare all’esclusione dei titoli di Stato greci dalle aste della BCE. Le autorità greche hanno chiaramente escluso il rischio dell’insolvenza, ma la situazione appare seria per un paese il cui deficit di bilancio per rapporto al PIL è salito al 12,7%, mentre il debito pubblico sta toccando il 112,6%.

Seppur in maniera meno grave, la mannaia delle agenzie di rating ha colpito anche un altro importante paese mediterraneo, la Spagna. Dopo aver ridotto in gennaio da “AAA” ad “AA+” la valutazione del debito sovrano, Standard & Poor’s ha nei giorni scorsi abbassato l’”outlook”  da stabile a negativo.

Complici le importanti misure di sostegno all’economia e i tangibili supporti al sistema finanziario, nonché gli irrisolti problemi strutturali di diversi paesi,  i tempi del rispetto dei parametri finanziari dettati dal trattato di Maastricht – un tetto del 3% nel rapporto deficit di bilancio / PIL e uno del 60% nel rapporto debito pubblico / PIL- sono davvero molto lontani. A situazioni eccezionali, quali la pesante recessione,  non ancora del tutto archiviata, e la crisi del sistema finanziario, molti paesi hanno risposto con misure altrettanto eccezionali, mettendo mano ad importanti fondi pubblici e contribuendo così ad accelerare la corsa del debito.

In questo ambito, non stanno meglio paesi quali la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il cui deficit di bilancio quest’anno supererà il 10% del PIL, e neppure il Giappone, con il suo esorbitante debito pubblico, che l’FMI stima raggiungerà il 227% del PIL l’anno venturo. Nei confronti del Regno Unito e del Giappone l’opzione del “downgrade”, seppur prontamente smentita, era d’altronde già stata paventata e non senza ragione. Sull’evoluzione delle finanze pubbliche, soprattutto delle economie avanzate, le stime non sono molto confortanti e pertanto l’aumento del fardello debitorio potrebbe ulteriormente accrescere il rischio per i mercati finanziari.

Quanto successo ha già portato nel mercato del reddito fisso ad un allargamento degli “spread” tra i rendimenti del Bund e quelli dei titoli di Stato di paesi quali la Spagna, la Grecia e l’Italia. Il fenomeno “fly to quality” ha interessato il Bund sulle scadenze più lunghe, con il rendimento del decennale tornato al 3,15%, minimo degli ultimi sette mesi. Per il 2010, intanto, le emissioni governative in rimborso ammontano a 600 miliardi di euro, accanto a nuove emissioni stimate a 900 miliardi di euro. Il “rischio paese” ha avuto ripercussioni negli ultimi giorni anche sui mercati valutari, dove l’euro ha perso terreno nei confronti del dollaro.

Iris Canonica       

VARIAZIONI DEI PRINCIPALI INDICI E CAMBI

 

04.12.2009

11.12.2009

 

     min/max 2009

*2009

NY - DJII

10388.90 10471.50 0.80% 6469.95 10516.70 19.31%

NY - NASDAQ

2194.35 2190.31 -0.18% 1265.52 2214.39 38.89%

NY - S&P 500

1105.98 1106.41 0.04% 666.79 1119.13 22.49%

UE- DJ EUROSTOXX 50

2910.33 2862.32 -1.65% 1765.49 2962.06 16.94%

FR - DAX

5817.65 5756.29 -1.05% 3588.89 5805.90 19.67%

ZH - SMI

6501.16 6411.58 -1.38% 4234.96 6521.12 15.85%

LO - FTSE100

5322.36 5261.57 -1.14% 3460.71 5396.96 18.66%

PA - CAC40

3846.62 3803.72 -1.12% 2465.46 3913.81 18.20%

MI  - FTSEMIB

22926 22412 -2.24% 12332 24558 15.17%

TK - NIKKEI

10022.59 10107.87 0.85% 7021.28 10767.00 14.09%

HK - HANG SENG

22498.15 21902.11 -2.65% 11344.58 23099.57 52.23%

 

           

 

           

USD/CHF

1.0167 1.0344 1.74% 0.9917 1.1965 -3.05%

USD/JPY

90.54 89.08 -1.61% 84.83 101.45 -1.68%

USD/CAD

1.0580 1.0602 0.21% 1.0207 1.3065 -12.85%

EUR/USD

1.4858 1.4616 -1.63% 1.2458 1.5145 4.56%

EUR/CHF

1.5102 1.5124 0.15% 1.458 1.5447 1.29%

EUR/GBP

0.90175 0.8992 -0.29% 0.8401 0.97845 -5.96%

GBP/USD

1.6474 1.6261 -1.29% 1.3506 1.7043 11.18%

GBP/CHF

1.6751 1.6823 0.43% 1.5231 1.8115 7.90%
TAG: usa

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