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Grecia, una grave crisi da non sottovalutare

La Grecia “ha perso ogni credibilità internazionale e rischia di essere strangolata dal debito”. Con queste inequivocabili parole il premier socialista ellenico

di Redazione Soldionline 25 gen 2010 ore 15:52
Articolo a cura di Corner Banca

La Grecia “ha perso ogni credibilità internazionale e rischia di essere strangolata dal debito”. Con queste inequivocabili parole il premier socialista ellenico, George Papandreou, aveva esordito a inizio dicembre in un discorso rivolto a una platea di imprenditori e dirigenti sindacali, nel quale presentava il suo piano di riforme per cercare di far uscire il Paese dalla peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni. Alcuni giorni dopo, in Germania, gli ha fatto eco Angela Merkel: “la maggiore preoccupazione dei partner rispetto alla crisi di bilancio che scuote la Grecia è di mantenere la stabilità dell'euro”. Chiarissima anche la cancelliera tedesca quindi, che ha anche ribadito la necessità di rispettare i criteri definiti dal Patto di stabilità e di crescita. Nei giorni successivi, la questione greca è divenuta uno dei principali oggetti di discussione tra i leader europei. V’è da chiedersi: può la crisi finanziaria di un singolo membro costituire una reale minaccia per l’intera UEM?

La risposta più immediata, vedendo il fermento sollevatosi tra fine dicembre e inizio gennaio, sembrerebbe affermativa; quanto prima, le altre nazioni devono agire in maniera concertata per evitare di essere contagiate. Il passo più immediato è stato compiuto dalla Grecia. Alla vigilia di Natale, il parlamento ellenico ha approvato, con i soli voti della maggioranza socialista, un’impegnativa Finanziaria che per il governo rappresenta il primo passo del piano di risanamento dei conti pubblici chiesto dai mercati e dall’Europa. Il bilancio accettato prevede una riduzione del 3,6% del deficit sul PIL nel 2010 attraverso tagli della spesa, parziale congelamento dei salari, lotta all'evasione e ridistribuzione fiscale. Il disavanzo di bilancio è infatti atteso al 12,7% del PIL, vale a dire oltre il quadruplo del limite massimo del 3% previsto dai trattati europei. L'obiettivo contenuto nel piano è di abbassarlo al 9,1% nell’anno in corso e di ridurlo fino al 2,8%, entro il 2012.

La ripresa, secondo le previsioni, inizierà nel 2011 e dal 2012 comincerà anche a contrarsi l’enorme debito pubblico che quest'anno supererà il 120% del PIL. Il voto assai controverso, visto il netto rifiuto dell’intera opposizione, è avvenuto mentre la Grecia assisteva al pesante declassamento del suo debito sovrano, da parte delle agenzie di rating internazionali.

La situazione generale è indiscutibilmente grave e di conseguenza seguita a preoccupare tutti i paesi europei. Poco più di una settimana fa, Elena Salgado, ministro delle Finanze della Spagna, ha compiuto una visita lampo ad Atene per incontrare il suo omologo greco, offrendo solidarietà al governo di Papandreou in questo momento difficile e informandolo sulle priorità della presidenza spagnola dell'UE. La Salgado ha sottolineato l'importanza che il ministro delle finanze greco e di rimando l’intero governo sentano la solidarietà di tutta l'UE.

Ritornando al quesito iniziale è evidente che nella situazione di grande tensione attualmente generatasi in Grecia, l’Europa intraveda una minaccia che sicuramente si potrebbe concretizzare se la crisi fosse lasciata a se stessa. Del resto, non è solo il governo ellenico ad essere sotto pressione per ridurre il deficit di bilancio, visto che tutti gli stati membri dell’UEM devono attenersi ai medesimi rigidi parametri. Altri paesi con pesanti disavanzi fiscali sono, ad esempio, l’Irlanda (12,2% del PIL) e la Spagna (9,6%), ma vi è una sostanziale differenza: mentre, infatti, questi ultimi due paesi hanno un rapporto debito pubblico/PIL pari al 25% e 33% rispettivamente, per la Grecia questa percentuale si situa ora a ben 86 punti, secondo le statistiche dell’OCSE. Anche l’Italia ha un rapporto molto elevato, pari al 97%, ma il deficit rappresenta “solo” il 5,5% del PIL; il Portogallo si posiziona invece in mezzo, con un rapporto debito pubblico/PIL del 56% e un disavanzo del 6,7%. In sostanza, la sfida per la Grecia è di gran lunga superiore e più urgente che per gli altri paesi in sofferenza dell’UEM.

Il piano di emergenza concepito dal primo ministro greco dovrebbe dunque servire a ripristinare un certo equilibrio, all’interno di una crisi che è di natura essenzialmente finanziaria. Infatti, la Grecia finora non ha sofferto una significativa recessione, ma secondo alcuni osservatori l’attuazione delle misure varate dal parlamento di Atene potrebbe generare un rallentamento congiunturale, se non addirittura il congelamento di determinati settori produttivi. Questa è una delle motivazioni che hanno sollevato un gran numero di polemiche all’indomani della votazione parlamentare, benché non vi siano attualmente altri progetti che potrebbero fungere da sostitutivo.

È forse a causa di un crescente scetticismo che alcuni opinionisti europei si sono recentemente spinti oltre, dichiarando che la Grecia dovrebbe uscire dalla zona euro onde evitare di contagiare il resto dell’unione. Tuttavia, non sembra essere questa la soluzione più adatta e tanto meno  quella considerata da Bruxelles, impegnata come detto a sostenere il governo greco nella lotta contro il suo dissesto finanziario. Vi è anche una forte connotazione diplomatica e politica nello sforzo dell’UEM a voler manifestare tutta la propria solidarietà: l’abbandono della Grecia creerebbe un precedente assai pericoloso per il suo stesso futuro, nel caso in cui un altro membro dovesse ritrovarsi in condizioni analoghe.

Non resta dunque che attendere l’attuazione delle riforme approvate nella nuova Finanziaria e concludere laconicamente che se i paesi europei hanno fortemente voluto un’unione economica e monetaria, devono tenere in considerazione la possibilità che uno dei loro membri scivoli in una situazione di crisi e dimostrarsi pronti ad affrontarne uniti le conseguenze.

Anna Russo


CRONACHE DAI MERCATI FINANZIARI
Il Punto


Le conferme di una ripresa disomogenea e fragile per i paesi industrializzati, accanto ad un’accelerazione nella dinamica congiunturale per l’area asiatica del Pacifico, in particolare per la Cina, si sono susseguite nelle prime settimane del 2010. Il Fondo Monetario Internazionale, nei suoi aggiornamenti, ha formulato delle proiezioni improntate a grande cautela, ribadendo il ruolo di “driver” della ripresa da parte della Cina e dei paesi emergenti, ma mettendo pure in guardia dal rischio di una ricaduta nella fase recessiva (“double dip recession”). Cautela è stata pure espressa verso un’eventuale “exit strategy” generalizzata, un monito che era stato lanciato ad inizio anno dal premio Nobel per l’economia Paul Krugman, preoccupato per un prematuro abbandono delle misure di sostegno che potrebbe  provocare una ricaduta analoga a quella del 1937.

Nonostante ciò, l’FMI si starebbe apprestando ad elevare parzialmente l’”outlook” 2010 di diverse economie industrializzate. In questo senso si sono pure mosse le amministrazioni di Germania e Francia: per la prima, si stima ora un tasso interno di crescita dell’1,5%, rispetto all’1,2% precedentemente avanzato, mentre per la seconda la progressione ipotizzata sale dallo 0,75% all’1,2%. Si tratta di tassi oltremodo contenuti, in un contesto generale sul quale pende la spada di Damocle rappresentata da un mercato del lavoro deteriorato e dal pericoloso aumento dei deficit e debiti pubblici.

Le misure di sostegno all’economia e ai mercati finanziari hanno gravato in modo importante sul peggioramento dei conti pubblici. Secondo alcune stime, riportate dal settimanale “Businessweek”, il gruppo dei 20 paesi più industrializzati ha speso più di 2,2 trilioni di dollari nel tentativo di rilanciare l’economia. L’FMI ritiene che l’insieme del debito pubblico di questo gruppo raggiungerà  il 118%  del PIL entro il 2014, dal 78,2% toccato nel 2007, prima dello scoppio della crisi. Gli squilibri nei conti pubblici e i conseguenti “downgrade”  sui debiti sovrani, confermati per alcuni e paventati per altri,  hanno riportato all’attenzione generale il “rischio paese”, preoccupando i mercati finanziari.

In pieno periodo di pubblicazione dei trimestrali aziendali Usa, la scorsa settimana i mercati azionari hanno vissuto sedute contrassegnate da movimenti prevalentemente ribassisti, sui quali hanno inciso le proposte del presidente Usa, Obama, di mettere dei chiari vincoli alle attività delle banche.  La ventilata “ri-regulation” del settore ha provocato non pochi disappunti, innescando correnti di vendita che hanno coinvolto anzitutto i valori bancari, estendendosi poi a tutti i comparti. Per ora si tratta di proposte, non ancora ratificate dagli organi competenti, ma l’indirizzo che le autorità statunitensi vogliono imprimere  sembra abbastanza chiaro. Anche i mercati azionari asiatici, in particolare cinesi, hanno perso terreno, in reazione prevalentemente alle misure di restrizione del credito varate dalle autorità centrali, preoccupate di un eventuale surriscaldamento di un’economia che ha ripreso a marciare a pieno ritmo e che nel quarto trimestre del 2009 ha visto salire il PIL del 10,7% su base annua.

Iris Canonica

VARIAZIONI DEI PRINCIPALI INDICI E CAMBI


 

15.01.2010

22.01.2010

 

     min/max 2010

*2010

NY - DJII

10609.65

10172.98

-4.12%

10157.64

10729.89

-2.45%

NY - NASDAQ

2287.99

2205.29

-3.61%

2200.37

2326.28

-2.81%

NY - S&P 500

1136.03

1091.76

-3.90%

1090.18

1150.45

-2.09%

UE- DJ EUROSTOXX 50

2940.25

2836.80

-3.52%

2806.51

3044.37

-4.36%

FR - DAX

5875.97

5695.32

-3.07%

5639.49

6031.14

-4.40%

ZH - SMI

6576.02

6493.96

-1.25%

6449.22

6666.45

-0.79%

LO - FTSE100

5455.37

5302.99

-2.79%

5253.04

5600.48

-2.03%

PA - CAC40

3954.38

3820.78

-3.38%

3786.29

4088.18

-2.94%

MI  - FTSEMIB

23472

22568

-3.85%

22375.41

24059

-2.93%

TK - NIKKEI

10982.10

10590.55

-3.57%

10528.33

10982.10

0.42%

HK - HANG SENG

21654.16

20726.18

-4.29%

20250.36

22671.92

-5.24%

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

USD/CHF

1.0255

1.0411

1.52%

1.0131

1.0496

0.53%

USD/JPY

90.77

89.82

-1.05%

89.79

93.77

-3.44%

USD/CAD

1.0291

1.0578

2.79%

1.0225

1.0603

0.44%

EUR/USD

1.4387

1.4139

-1.72%

1.4029

1.4579

-1.27%

EUR/CHF

1.4754

1.4726

-0.19%

1.4674

1.4890

-0.74%

EUR/GBP

0.8845

0.8775

-0.80%

0.8651

0.9028

-1.06%

GBP/USD

1.6264

1.6113

-0.93%

1.5897

1.6458

-0.35%

GBP/CHF

1.6677

1.6778

0.61%

1.6317

1.7037

0.23%

*variazione da fine 2009 – A cura della Cornèr Banca
Fonte Bloomberg

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