Tre giorni è durata la recente visita in Cina del presidente statunitense Barack Obama che, nonostante i suoi tentativi, non è riuscito a portare a casa tutti gli accordi a cui anelava. Sia il presidente Hu Jintao che il premier Wen Jiabao con il loro atteggiamento cordiale e apparentemente condiscendente
Articolo a cura di CORNÈR BANCA
Tre giorni è durata la recente visita in Cina del presidente statunitense Barack Obama che, nonostante i suoi tentativi, non è riuscito a portare a casa tutti gli accordi a cui anelava. Sia il presidente Hu Jintao che il premier Wen Jiabao con il loro atteggiamento cordiale e apparentemente condiscendente, hanno invece dato prova di saper tenere testa alla controparte americana, dimostrando, semmai ve ne fosse bisogno, che la Cina si considera una vera potenza economica e politica a livello planetario. Naturalmente non si può parlare di insuccesso di questa missione diplomatica giustamente voluta dalla Casa Bianca, ma di certo su diverse tematiche, come quella del clima o della rivalutazione della divisa cinese, Pechino ha fatto orecchie da mercante. V’è da chiedersi, a questo punto, quali saranno le conseguenze di questo vertice nei mesi a venire.
Quando Richard Nixon incontrò Mao Tse Tung nel 1972 accadde qualcosa di analogo a quanto verificatosi negli ultimi giorni tra Obama e le autorità cinesi. Allora Nixon pensò che grazie alla diplomazia avrebbe potuto raggiungere ampie intese con la Cina comunista, nell’interesse del suo Paese; dopo un’ora di colloqui, invece, si vide con chiarezza che a condurre il gioco era il leader cinese. Prova ne è che quando Nixon toccò note dolenti come le relazioni della Cina con Taiwan, Corea e Vietnam, Mao reagì affermando in tono serafico che quelli erano argomenti fastidiosi, nei quali preferiva non addentrarsi troppo.
Nonostante la Cina oggi stia attraversando un’importante trasformazione e sia emersa dallo stallo in cui si trovava allora durante il lungo regime maoista, a livello diplomatico invece non sembra che lo stile sia cambiato molto, essendo tuttora caratterizzato da una latente rigidità. Barack Obama, forse penalizzato dalla pesante situazione economica e finanziaria degli USA, è giunto la scorsa settimana a Pechino (Canossa?) in forma un po’ dimessa, trovandosi di fronte degli interlocutori palesemente galvanizzati dal dinamismo congiunturale del loro Paese. A sfavore del presidente USA ha inoltre giocato il fatto che la Cina sia attualmente il principale creditore degli Stati Uniti, che tra le sue maggiori preoccupazioni annovera proprio l’ampio debito contratto con l’estero, tramite la vendita di titoli pubblici. Ed infatti uno dei basilari propositi di Obama era quello di rientrare in patria con gli ingredienti giusti per poter aumentare i tassi di interesse USA e restringere il buco di bilancio.
In realtà, non sembra che la sua tre giorni cinese sia servita ad incassare molti successi da questo punto di vista. Hu Jintao non è voluto scendere a compromessi sulla questione della rivalutazione dello yuan, tenuto volutamente basso per non intaccare gli enormi volumi delle esportazioni cinesi, pilastro della salute economica del gigante giallo. Parallelamente, il presidente cinese ha accolto i complimenti di Obama relativi agli interventi fiscali fatti da Pechino per stimolare la domanda interna, altro fattore di squilibrio nelle relazioni commerciali con i mercati internazionali. Tuttavia, questa manovra di stimoli non ha nulla a che fare con una manifestazione di altruismo: se Pechino ha deciso di spostare la leva della politica fiscale e monetaria è perché sa che senza questi incentivi la crescita economica interna potrebbe inaridirsi.
Anche in merito ad altre questioni di natura economica o politica, il presidente cinese è apparso evasivo, ma, come giustamente asseriscono diversi politologi, qualsiasi nazione agisce sempre in difesa dei propri interessi! La Cina è pienamente consapevole di vivere una trasformazione economica che l’ha già spinta al livello di superpotenza mondiale, ma non sembra intenzionata per il momento a scardinare anche la sua struttura istituzionale e politica. Riuscire a proseguire su una linea di coerenza in un contesto del genere, ossia andare verso il libero mercato in un sistema politico che sta ancora cercando di uscire dalla centralizzazione, non è certo un gioco da ragazzi e, soprattutto, può causare atteggiamenti contraddittori se non addirittura vere e proprie dicotomie.
Il prestigio riconquistato dal paese più popoloso del mondo negli ultimi anni sarà pertanto difeso a denti stretti e, forse, l’unico modo per spingere la Cina verso una politica più attenta agli obiettivi comuni è quello di attirarla maggiormente nel sistema internazionale. Agendo in tale maniera, le priorità sull’agenda del presidente cinese potrebbero finalmente collimare con quelle delle altre nazioni. Un passo è stato già compiuto in tal senso nel 2001, con l’ingresso della Cina nel World Trade Organisation, l’organizzazione mondiale del commercio; si tratta di una pietra miliare nella storia delle sue relazioni internazionali, poiché per poter accedere al WTO riuscì a convincere USA e resto del mondo che senza la sua partecipazione diretta, non poteva essere considerata una vera organizzazione mondiale. A tutt’oggi, però, molti nodi giuridici e sociali necessari per la corretta convivenza all’interno del WTO non sono stati ancora sciolti, a causa della complessa struttura che caratterizza questa grande nazione. Otto anni fa si sperava che l’accesso della Cina al WTO avrebbe accelerato il cammino delle riforme, ma così non è stato.
Cina e USA, in definitiva, si sono incontrate in un momento davvero particolare della loro storia, contrassegnato da profonde differenze e da un palese sfasamento temporale. Ciononostante, il recente vertice non deve essere giudicato come un insuccesso per l’America. Piuttosto va riconosciuto che ha gettato diversi argomenti sul tappeto, aprendo le porte a un dialogo che necessiterà di ulteriori incontri al vertice. Ci vorrà quindi ancora tempo per capire se Obama ha tenuto o meno in serbo altre carte da giocare.
Anna Russo
CRONACHE DAI MERCATI FINANZIARI
Il PuntoDopo gli Stati Uniti, anche la zona euro ha fatto segnare nel terzo trimestre dell’anno un’uscita “tecnica” dalla fase recessiva, iscrivendo una modesta crescita del PIL. Meglio ancora ha fatto il Giappone, dove, stando ai dati presentati nei giorni scorsi, il PIL trimestrale è cresciuto al ritmo più veloce degli ultimi due anni, salendo dell’1,2% sul trimestre e del 4,8% su base annua, grazie principalmente alla progressione delle spese dei consumatori e delle imprese, agevolati dai pacchetti di stimolo messi in atto dal governo centrale. Per il paese asiatico, confrontato con il ritorno di una deflazione nella quale era rimasto impigliato per molto tempo negli anni ’90, le prospettive non sono tuttavia rosee e v’è chi paventa il pericolo di ricaduta in una fase recessiva (“double dip recession”), che tuttavia dovrebbe essere scongiurato dalle ventilate misure di sostegno da parte del governo. L’economia giapponese si trascina però diversi problemi, anche strutturali, irrisolti, a cominciare dalla forte dipendenza dalle esportazioni, mentre lo yen continua a rafforzarsi contro il dollaro, per proseguire poi con l’esplosione del debito pubblico (condizionato anche dai noti fattori demografici e d’invecchiamento della popolazione). Come per altri paesi ad economia avanzata, la sostenibilità di una ripresa abbastanza “dopata” dalle misure di sostegno dell’ente pubblico è messa in forse anche in Giappone, dove per i prossimi mesi è prospettabile un rallentamento del ritmo di crescita, rispetto al terzo trimestre 2009. Le apprensioni per lo sviluppo della dinamica congiunturale e per il costante apprezzamento dello yen - un trend che non poggia su alcun fattore fondamentale - hanno contribuito a deprimere il tono di fondo del mercato azionario locale, che nelle ultime quattro settimane ha chiuso nelle cifre rosse.
Se i segni della ripresa sono andati consolidandosi sul piano internazionale, sussistono, come visto, molti dubbi e incertezze sulla sostenibilità di un miglioramento congiunturale ancora molto debole e disomogeneo, gravato da un deteriorato mercato del lavoro e, in diversi paesi, dalla debolezza di un dollaro che sta diventando un vera palla al piede per la ripresa dell’esportazione. I dati reali sono ancora spesso fragili e contraddittori, mentre i precursori di tendenza si stanno risollevando dai minimi. I mercati azionari europei e statunitensi che, dall’inizio di marzo, hanno potuto beneficiare dello “sweet spot” (scenario dolce), contrassegnato da tassi d’interesse storicamente bassi, da prospettive di crescita anemica e da un’evoluzione dei prezzi priva di spinte inflazionistiche (anzi, con tassi temporaneamente negativi), hanno messo a segno ragguardevoli incrementi. Negli ultimi giorni, però, alcune apprensioni sul reale stato di salute dell’economia e una certa stanchezza di fondo hanno provocato qualche battuta d’arresto, che potrebbe segnare anche una fase di consolidamento per il segmento azionario.
Strategie InvestimentoVARIAZIONI DEI PRINCIPALI INDICI E CAMBI
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13.11.2009
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20.11.2009
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min/max 2009
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2009*
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NY - DJII
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10270.47
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10318.16
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0.46%
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6469.95
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10438.17
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17.57%
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NY - NASDAQ
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2167.88
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2146.04
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-1.01%
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1265.52
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2205.32
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36.08%
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NY - S&P 500
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1093.48
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1091.38
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-0.19%
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666.79
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1113.69
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20.83%
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UE- DJ EUROSTOXX 50
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2883.04
|
2833.06
|
-1.73%
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1765.49
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2962.06
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15.75%
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FR - DAX
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5686.83
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5663.15
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-0.42%
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3588.89
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5805.90
|
17.73%
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ZH - SMI
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6351.08
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6277.46
|
-1.16%
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4234.96
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6473.65
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13.42%
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LO - FTSE100
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5296.38
|
5251.41
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-0.85%
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3460.71
|
5396.96
|
18.43%
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PA - CAC40
|
3806.01
|
3729.36
|
-2.01%
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2465.46
|
3913.81
|
15.89%
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MI - FTSEMIB
|
23284
|
22512
|
-3.32%
|
12332
|
24558
|
15.68%
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TK - NIKKEI
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9770.31
|
9497.68
|
-2.79%
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7021.28
|
10767.00
|
7.20%
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HK - HANG SENG
|
22553.63
|
22455.84
|
-0.43%
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11344.58
|
23099.57
|
56.08%
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USD/CHF
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1.0125
|
1.018
|
0.54%
|
1.0034
|
1.1965
|
-4.58%
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|
USD/JPY
|
89.66
|
88.88
|
-0.87%
|
87.13
|
101.44
|
-1.90%
|
|
USD/CAD
|
1.0516
|
1.0706
|
1.81%
|
1.0207
|
1.3064
|
-11.99%
|
|
EUR/USD
|
1.4903
|
1.4862
|
-0.28%
|
1.2457
|
1.5063
|
6.32%
|
|
EUR/CHF
|
1.5093
|
1.5131
|
0.25%
|
1.4579
|
1.5447
|
1.33%
|
|
EUR/GBP
|
0.89373
|
0.9006
|
0.76%
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0.8401
|
0.9786
|
-5.81%
|
|
GBP/USD
|
1.6676
|
1.6503
|
-1.04%
|
1.3503
|
1.7043
|
12.83%
|
|
GBP/CHF
|
1.6882
|
1.6798
|
-0.50%
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1.5235
|
1.8116
|
7.74%
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*variazione da fine 2008 – A cura della Cornèr Banca
Fonte Bloomberg
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