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Economia mondiale: se il rischio crescita prende il sopravvento

La crisi del debito sovrano innescata da alcuni paesi della zona euro, oltre a provocare il marasma sui mercati a cui abbiamo assistito nei mesi scorsi

di Redazione Soldionline 6 set 2010 ore 16:34
Articolo a cura di Corner

La crisi del debito sovrano innescata da alcuni paesi della zona euro, oltre a provocare il marasma sui mercati a cui abbiamo assistito nei mesi scorsi, ha ulteriormente messo in luce la fragilità dei conti pubblici di paesi come gli Stati Uniti e il Giappone, rievocando lo spettro di una nuova crisi finanziaria globale.

Le principali conseguenze  di questa situazione si sono avute nel Vecchio continente, dove l’euro, simbolo identitario di un’area dalle identità differenziate, ha subito un forte deprezzamento e dove gli “spread” nei rendimenti dei titoli di Stato si sono sensibilmente ampliati. Le autorità europee sono subito corse ai ripari per evitare il peggio, mettendo in atto un programma di sostegno ai paesi in difficoltà e introducendo misure di austerità volte a riportare i conti pubblici entro binari più controllabili. Ma proprio queste misure, che concorrono a limitare i redditi e i consumi, gravano su economie la cui già fragile crescita rischia di diventare asfittica o addirittura di essere trasformata in una decrescita. 

Facendo una rapida radiografia dello scenario economico generale, in questo periodo balzano agli occhi tre punti fondamentali. I paesi emergenti - del BRIC, ma non solo- come la Cina sono saldamente al timone di una crescita che arranca invece in altre aree, come gli Stati Uniti. Questo scenario inquieta le autorità di Washington, dopo che il popoloso paese asiatico  ha detronizzato il Giappone dal rango di seconda potenza economica mondiale, in termini di valore del PIL.

Le prospettive del BRIC non lasciano tuttavia dubbi sul crescente peso economico ( e anche politico) dell’area: il PIL complessivo dei quattro paesi dovrebbe infatti raggiungere nel 2015 il 22% del PIL mondiale, dall’8% totalizzato nel 2000 e dal 16% prospettato per il 2010. E qualcuno si chiede se gli Stati Uniti  non saranno costretti ad abbandonare lo scettro della leadership economica mondiale già entro qualche anno!

Al di là di previsioni alquanto opinabili, appare tuttavia chiaro come la potenza cinese voglia giocare  appieno le proprie carte sullo scacchiere economico e politico internazionale. Negli ultimi tempi, per esempio, le autorità di Pechino hanno deciso di diversificare le riserve valutarie, optando per altre divise asiatiche, quali lo yen, con l’obiettivo di rendere lo yuan moneta di riferimento per l’area asiatica.

Il secondo elemento importante che caratterizza l’attuale quadro macroeconomico è rappresentato dalla difficoltà dei paesi con economie “mature” ad affermare una crescita sulla cui solidità e sostenibilità si stanno addensando molti dubbi, tanto che si riparla  della possibilità di cadere in una “double dip recession”.

Gli Stati Uniti, che fino a qualche mese fa parevano in procinto di avviarsi verso un rafforzamento della dinamica congiunturale, sono stati investiti da una fitta serie di dati economici negativi che ha portato anche ad una revisione al ribasso dei dati previsionali.

In Europa, nonostante l’apice della crisi del debito pubblico appaia superato, i dati economici mostrano una situazione ancora fragile, con la Germania in evidente ripresa, mentre altri paesi faticano ad uscire dalle secche in cui si trovano. Più in generale, appare evidente come l’economia del Vecchio continente si stia muovendo a due velocità, uno scenario certo non nuovo, ma che in questo momento -caratterizzato dalla crisi della moneta unica- assume una particolare valenza.

Al di fuori dell’UE, l’economia elvetica  si è ripresa più rapidamente di quella dei paesi vicini, dando prova di  robustezza, attraverso anche il miglioramento progressivo del mercato del lavoro, la buona tenuta dei consumi e della domanda interna. Dopo un primo semestre dell’anno che ha fatto registrare tassi di crescita annui intorno al 2,5%, i prossimi mesi – stando agli indicatori di tendenza- potrebbero far emergere un modesto rallentamento, senza compromettere una ripresa che appare abbastanza consolidata. Sull’evoluzione futura pesano tuttavia i delicati rapporti di cambio, con il franco tornato a ricoprire il tradizionale ruolo di bene rifugio.

In area asiatica, in Giappone la crescita economica rallenta vistosamente, all’interno di un contesto penalizzato da una persistente deflazione e dalla forza di uno yen che sta mettendo a repentaglio il fondamentale settore dell’esportazione. L’adozione di misure di sostegno all’economia durante la fase recessiva e la crisi del sistema finanziario  hanno sì fornito dei validi supporti, contribuendo pure a dopare certi indicatori; ora però i loro effetti vanno progressivamente scemando, mentre i problemi di fondo restano. E gli spazi per ulteriori interventi da parte delle autorità politiche e monetarie non sono infiniti, tutt’altro. Ve ne sono pochi in ambito di politica creditizia, con tassi d’interesse che, sia negli Stati Uniti che in Giappone, si muovono intorno allo zero e che verosimilmente resteranno tali anche nei prossimi mesi. Strette fra l’incudine di contenere deficit divenuti esplosivi e il martello della necessità di sostenere l’economia, le autorità delle “economie mature” si trovano di fronte a dei dilemmi che toccano anche annosi problemi strutturali. Sull’Europa e sul Giappone pesano inoltre il fattore demografico – con un progressivo invecchiamento della popolazione- e l’assenza di vere riforme strutturali nella spesa pubblica e nel welfare, in particolare.

Il terzo punto importante di questo scenario si basa sulla constatazione che la crisi del debito dei paesi delle economie mature, di fatto, è diventata una crisi della crescita. L’espansione media dell’economia Usa e di altre economie (europee e giapponese), stanti anche i problemi strutturali citati, è infatti da anni mediamente contenuta  e tale da non permettere un miglioramento sostanziale del mercato del lavoro. Tanto più ora che, in diversi paesi, sono state introdotte misure di austerità volte ad impedire la tracimazione dei deficit statali. Anche le riforme fiscali, finalizzate a rilanciare consumi e domanda interni, sono state bloccate (si pensi alla Germania), con conseguenze facilmente deducibili.

Iris Canonica

Il Punto

Nell’ultimo periodo i mercati azionari si sono mossi all’interno di un range caratterizzato da elevata volatilità.
Con un’ottica previsionale, nel breve periodo non sembrano esservi prospettive particolarmente positive per i listini azionari.
A fronte di un’area G7 stagnante, resta l’incognita “cinese”, ormai fondamentale anche per i mercati azionari globali; qualora ci fossero sorprese positive in termini di crescita, gli effetti sarebbero probabilmente positivi su tutti i principali listini. Al di là del fattore “Cina”, non vi sono all’orizzonte elementi per ipotizzare un sensibile rialzo del mercato azionario.

Se il rallentamento in corso nell’area G7, ed in particolare negli Usa, dovesse proseguire e trasformarsi in una nuova fase recessiva, allora i mercati potrebbero subire un’ulteriore correzione; in caso invece di continuazione del rallentamento, tuttavia sempre all’interno di una crescita economica, ci troveremmo probabilmente a fronte di mercati dall’andamento laterale.

Non dimentichiamo, infine, che quanto detto va posto in un contesto di base sempre tendenzialmente positivo per i mercati azionari, caratterizzato dall’assenza di valide alternative d’investimento (rendimenti obbligazionari non attrattivi) e da una politica monetaria decisamente espansiva.

Con riferimento ai mercati obbligazionari, il progressivo deterioramento dei dati macroeconomici ha favorito un’ulteriore riduzione dei rendimenti dei titoli governativi, peraltro già su livelli storicamente bassi.

Sugli attuali livelli (treasury Usa in area 2,6% e bund in area 2,30%) possiamo affermare che il mercato obbligazionario sta, a differenza del comparto azionario, già scontando una nuova fase recessiva.

Al di là del materializzarsi di un “double dip” o solamente di un rallentamento della crescita, in considerazione delle aspettative sull’evoluzione congiunturale, dei problemi dell’Eurozona, delle dichiarazioni delle principali banche centrali (vedi in particolare la Federal Reserve statunitense) e dell’assenza di aspettative inflazionistiche, non vi sono motivi per intravvedere un importante mutamento di scenario nei prossimi mesi.

Ci attendiamo quindi una continuazione della situazione attuale almeno fino al primo trimestre del 2011.

All’interno dell’Eurozona, l’analisi dell’andamento dei titoli governativi ci fa ritenere che, nonostante il superamento della fase acuta, la situazione sia tutt’altro che risolta, come dimostrato dai differenziali di rendimento tra il bund tedesco ed i governativi dei paesi strutturalmente deboli dell’unione, tuttora decisamente elevati.

Riteniamo opportuno mantenere un posizionamento su debitori di elevata qualità e sulla parte breve della curva (scadenze 1-3 anni).

Strategie Investimento

VARIAZIONI DEI PRINCIPALI INDICI E CAMBI 

 

27.08.2010

03.09.2010

 

     min/max 2010

2010*

NY - DJII

10150.65 10447.93 2.93% 9614.32 11258.01 0.19%

NY - NASDAQ

2153.63 2233.75 3.72% 2061.14 2535.28 -1.56%

NY - S&P 500

1064.59 1104.51 3.75% 1010.91 1219.80 -0.95%

UE- DJ EUROSTOXX 50

2630.35 2746.23 4.41% 2448.10 3044.37 -7.42%

FR - DAX

5951.17 6134.62 3.08% 5433.02 6321.38 2.97%

ZH - SMI

6183.14 6400.71 3.52% 5934.95 6990.70 -2.22%

LO - FTSE100

5201.56 5428.15 4.36% 4790.04 5833.73 0.28%

PA - CAC40

3507.44 3672.2 4.70% 3287.57 4088.18 -6.71%

MI  - FTSEMIB

19817 20640 4.15% 18044 24059 -11.22%

TK - NIKKEI

8991.06 9114.13 1.37% 8796.45 11408.17 -13.58%

HK - HANG SENG

20597.35 20971.5 1.82% 18971.52 22671.92 -4.12%

 

           

 

           

USD/CHF

1.028 1.0164 -1.13% 1.0065 1.1731 -1.85%

USD/JPY

85.22 84.31 -1.07% 83.6 94.99 -9.36%

USD/CAD

1.0508 1.0388 -1.14% 0.9931 1.0853 -1.37%

EUR/USD

1.2763 1.2896 1.04% 1.1877 1.4579 -9.95%

EUR/CHF

1.3119 1.3109 -0.08% 1.2852 1.4905 -11.64%

EUR/GBP

0.8218 0.8345 1.54% 0.8068 0.9150 -5.91%

GBP/USD

1.5529 1.5452 -0.50% 1.4231 1.6458 -4.44%

GBP/CHF

1.5964 1.5702 -1.64% 1.5515 1.7114 -6.20%

*variazione da fine 2009 – A cura della Cornèr Banca
Fonte Bloomberg

da

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