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Banche americane in cerca di stabilità

I risultati pubblicati in questo periodo dalle grandi banche statunitensi mostrano che la situazione sta lentamente migliorando

di Redazione Soldionline 27 feb 2012 ore 15:10
Articolo a cura di Corner

I risultati pubblicati in questo periodo dalle grandi banche statunitensi mostrano che la situazione sta lentamente migliorando, benché restino tuttora molto evidenti gli strascichi della grave crisi scoppiata poco più di tre anni fa negli Stati Uniti e che, nel giro di poco tempo, riuscì a  contaminare la finanza internazionale.

Facendo una rapida retrospettiva sui fatti occorsi si può dire che tutto ebbe inizio con lo scoppio della bolla del mercato immobiliare americano nel 2004, dopo un lungo periodo in cui i prezzi delle case erano cresciuti costantemente. A un numero crescente di famiglie veniva data l’opportunità di accendere un mutuo, in maniera quasi indiscriminata. I creditori, infatti, si erano dati alla pratica dei prestiti “subprime” – concedendo prestiti a persone poco solubili. I mutui “subprime” prevedevano un tasso d’interesse molto basso per i primi anni e un brusco aumento in quelli successivi. Di solito i rischi non venivano spiegati nei dettagli e  il settore passò praticamente inosservato agli occhi del Governo americano, dopo anni di deregolamentazione costante.

Quando arrivò il momento di ripagare, i tassi d’interesse sui mutui “subprime” schizzarono alle stelle e molti debitori non poterono rifinanziare. Nel frattempo, i debiti erano stati venduti sotto forma di azioni a investitori ed istituti bancari di tutto il mondo. Improvvisamente le banche si rifiutarono di farsi prestiti a vicenda, situazione che determinò il cosiddetto “credit crunch” ossia un periodo in cui c’è poca liquidità nel sistema perché nessuno presta denaro. Le perdite cominciarono ad accumularsi. A luglio 2008, grandi banche e istituzioni finanziarie a livello mondiale denunciarono perdite per circa 435 miliari di dollari e molti istituti americani dichiararono fallimento. Tra questi forse il più eclatante fu quello della banca d’affari statunitense Lehman Brothers, il più grande fallimento in assoluto nella storia delle bancarotte mondiali che traumatizzò gli investitori e paralizzò i mercati finanziari di tutto il mondo.

Superato l’apice della crisi, nel corso degli ultimi anni gli istituti bancari americani hanno cercato di riemergere e, come detto, i dati dell’ultimo trimestre 2011 confermano che tre anni fa le loro condizioni erano decisamente peggiori. Non ci sono state dichiarazioni di fallimento e non si sono neanche percepiti i segnali di un’imminente bancarotta. Vi sono state persino positive reazioni da parte degli investitori. Bank of America, per esempio, ha visto la propria quotazione in borsa salire sensibilmente dai minimi dell’anno ed anche altri istituti dello stesso calibro hanno registrato un andamento analogo. Tuttavia, si legge in una recente analisi condotta dal settimanale “The Economist”, il ROE, il valore che si riferisce alla redditività del capitale, risulta tuttora piuttosto basso rispetto ai livelli conosciuti in un passato più glorioso.

Tra i migliori “performer” del trimestre si pone in prima posizione Wells Fargo che ha esteso la sua attività nel settore del “retail banking” attraverso importanti acquisizioni, mentre non ha vissuto i contraccolpi dovuti alla crisi di un altro settore denominato ”investment banking”, che invece ha penalizzato altri colossi della finanza. Infatti, il periodo ottobre-dicembre 2011 si è rivelato particolarmente duro per questo tipo di attività negli USA, come del resto era già avvenuto nei trimestri precedenti e gli analisti ritengono che sia tuttora in pieno fermento. Goldman Sachs, una delle maggiori banche di investimento americane, nonché uno dei giganti mondiali nel settore degli investimenti bancari e azionari, ha pubblicato un ROE inferiore al 6%. Sebbene si tratti di un dato superiore alle previsioni di molti analisti, in realtà su questo risultato ha agito la riduzione imprevista di due voci di bilancio: i costi operativi e le imposte.

Vi sono altri casi che evidenziano quanto si diceva all’inizio in merito ad una situazione che sta iniziando a generare un moderato ottimismo per il futuro. Proprio l’andamento dei costi sembra stia diventando un elemento cruciale in questo particolare frangente. Non sono pochi infatti a sostenere che la salute delle banche americane nell’immediato futuro dipenda quasi esclusivamente dalla loro capacità di contenere le voci di spesa. JP Morgan Chase è stato uno dei pochissimi istituti ad aumentare il numero dei dipendenti, per esempio, al punto da essere persino criticata per questo motivo.

Il controllo dei costi e delle eccedenze è ormai all’ordine del giorno perché la crescita dei ricavi continua ad essere troppo modesta. Nel 2011 i ricavi netti di Goldman Sachs sono scesi del 9% per quanto concerne l’investment banking e analoghe percentuali negative si riscontrano anche in altri settori della banca d’affari. Ciononostante e a dispetto del clima poco entusiasmante, nessuna delle banche ha annunciato un cambiamento di strategia o di approccio, il che suggerisce che la maggioranza ritiene che le condizioni attuali siano transitorie.

Vi è un’istituzione finanziaria tuttavia negli USA che ha trovato il modo per fare denaro nel sistema classico. La Federal Reserve ha annunciato utili provvisori di 77 miliardi di dollari per il 2011, il che starebbe a significare che i suoi risultati hanno decisamente surclassato quelli del resto dell’industria finanziaria americana. Tuttavia si tratta della banca centrale americana e non di un istituto bancario privato o quotato in borsa. Resta quindi da capire se questo possa essere interpretato come un segnale positivo oppure di scarso significato.

Anna Russo
Comunicazione, Immagine e PR

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