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Quando Max Weber studiava la fabbrica

Itinerario negli studi del grande sociologo. Riflessioni sull’azienda, il lavoro e il capitalismo moderno… Torniamo all’estate del 1908 e scopriamo qualche parallelismo con l’oggi

di Marco Delugan 16 gen 2009 ore 10:38

Siamo nell’estate 1908, a Oerlinghausen, in Vestfalia. Uno dei padri della sociologia moderna, Max Weber (1864-1920), ha pubblicato da tre anni il suo capolavoro l’Etica protestante e lo spirito del capitalismo e si sta affermando come più importante sociologo tedesco, insieme al suo collega Werner Sombart. Sta di nuovo male: non riesce a riprendersi definitivamente dalla grave depressione che lo aveva colto nel 1898, alla morte del padre. Eppure quell’estate la moglie è contenta, scrive, infatti, Marianne Weber: ‘Lavora al mattino e detta al pomeriggio, in breve, vive come se la malattia l’avesse abbandonato’. 

Max Weber studia la fabbrica tessile di cui è socio: ‘si immerge nell’esame dei libri paga e dei registri orari del telaio, calcola con alacrità le curve delle prestazioni orarie […] allo scopo di sondare le cause psicofisiche delle variazioni di produttività’, dice la moglie. 

Weber sta lavorando ad un colossale progetto di ricerca sulle condizioni di lavoro industriale per il Verein für Sozialpolitik; lascerà soltanto un lungo promemoria, ma non figurerà tra i curatori finali.

Weber aveva sempre avuto un interesse sulle modalità operative del capitalismo moderno, nell’Etica protestante l’aveva studiato da storico. Ora si proponeva di studiarlo sociologicamente, attraverso quella che lo studioso Maurizio Ricciardi chiama ‘una lunga e attenta analisi del lavoro di fabbrica’. 

A Weber si presenta da subito un paradosso: filosoficamente gli pare che non esista una differenza di destino tra gli operai e gli imprenditori, sono tutti protestanti, hanno rapporti umani e valori morali, vivono di quella che egli aveva definito ‘ascesi inframondana’. La pratica, però – il nostro lo riconosce assai presto – è un’altra: opposta. Nella pratica si determina un’asimmetria esplicita, dato che lo stile di vita dell’imprenditore è improntato sull’azione, mentre quello dell’operaio sulla rinuncia. La filosofia del capitalismo originario è etica, dirà Weber, quella della globalizzazione dei primi del ‘900, no. L’etica vien soppiantata dall’utilitarismo. Arriverà a dire, il nostro Max, che l’apparato di fabbrica ‘ha trasformato il volto spirituale del genere umano in modo da renderlo irriconoscibile e lo trasformerà ancora ulteriormente’.

Poi Weber si lamenta con le sue carte: gli pare di non riuscire a ricostruire il ‘quadro oggettivo dei rapporti’, gli si ripropone la difficoltà del sociologo: la consapevolezza di non potere stabilire un rapporto equo con il lavoratore e, di conseguenza, la possibilità che i racconti del lavoratore non siano oggettivi, ma soggettivi, forsanco faziosi. È, in fondo in fondo, il problema, più generale, della ricostruzione della realtà, è un problema che coinvolge tutto il realismo culturale occidentale. Weber indicherà ad Adolf Levenstein la necessità di porsi come “compagno” nei confronti degli operai, perché solo così si può “utilizzare il tu”, stabilendo una prossimità altrimenti impossibile per il ricercatore esterno.

È da questo studio che si ricomincia a parlare di “politicità” nel rapporto di lavoro: il lavoro di fabbrica non può essere ridotto alla sua meccanicità, ma esso deve essere considerato nel quadro più complesso che tenga conto di tutte le condizioni lavorative. Per esempio, non sempre è semplice distinguere tra ‘colletti bianchi’ e ‘colletti blu’, tra lavoro qualificato e non qualificato, tra manuale e intellettuale. L’operaio, secondo Weber, ha sempre un margine di discrezionalità quand’è all’opera: ‘[l’operaio] può lasciare fermo il telaio, per accomodare un filo rotto o per rimediare a un groviglio nel filo dell’ordito, tanto a lungo quanto vuole o abbisogna per riposarsi’. Inoltre, studiando le prestazioni lavorative emerge un interessante manifestarsi di “caratteristiche individuali”, qualità e attitudini “tipiche” di ogni operaio che si riverberano sul loro rendimento lavorativo.

La conclusione del “promemoria”, a dire il vero, è abbastanza sconsolante: emerge, in Weber, una preoccupazione che tornerà sempre più spesso nelle sue riflessioni successive, quella della riproposizione dell’ordine “a piramide” tipico dell’Antico Egitto, in cui ognuno cerca per se stesso il posto migliore da occupare, ma il cui finale è un allargamento della forbice di divario tra i più ricchi e i più poveri della società: ‘la questione di fondo non sta nel chiedersi come possiamo promuovere e accelerare questo sviluppo, ma nel sapere che cosa abbiamo da opporre a un tale meccanismo per conservare un resto di umanità in questa parcellizzazione dell’anima, in questo dominio assoluto dell’ideale burocratico’.

Per saperne di più:

 

  1. Su queste tematiche è imprescindibile il saggio di Maurizio Ricciardi Il lavoro come professione: macchine umane, ontologia e politica in Max Weber, su cui ho modellato il presente;
  2. Consiglio anche Max Weber – L’etica protestante e lo spirito del capitalismo – Rizzoli –Milano – 1991 e Max Weber – Metodo e ricerca nella grande industria – Angeli – Milano – 1983;
  3. Ricordo che su queste tematiche, su SoldiOnline ci siamo soffermati anche qui: Onestà: è la politica migliore?

 

 

 

Mattia Baglieri 
matt.baglieri@yahoo.co.uk

 

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Commenti dal 1 al 1
(1)

Filippo giovedì, 22 gennaio 2009

materialismo storico

“ l’apparato di fabbrica ‘ha trasformato il volto spirituale del genere umano in modo da renderlo irriconoscibile e lo trasformerà ancora ulteriormente.”

Sarà mica che è il modo di produzione a dar forma al resto della vita? Come dire: un’immersione nel materialismo storico di Weber. Forse…

n° 1
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