Certezze... non più certezze dopo la crisi!
La teoria dell’evoluzione della specie vale solo per spiegare il mondo della natura o è una legge universale che ben si adatta anche al mondo degli investitori?
di Redazione Soldionline 27 dic 2010 ore 15:47“Non è la specie più forte che sopravvive né la più intelligente, ma quella più ricettiva ai cambiamenti”. Charles Darwin
La teoria dell’evoluzione della specie condensata magnificamente in questa frase vale solo per spiegare il mondo della natura o è una legge universale che ben si adatta anche al mondo degli investitori?
Per trarre utili considerazioni per come comportarsi nel prossimo decennio è necessario interrogarsi, a nostro parere, su quanto è accaduto nel decennio appena trascorso.
E la legge di Darwin ci sembra particolarmente utile per fornire sinteticamente la migliore risposta sul profilo dell’investitore che sopravvive e sopravivrà ancora nel prossimo decennio.
Ha scritto Richard Dawkins, biologo e divulgatore: “Charles Darwin ha avuto una grande idea, probabilmente l’idea più potente di sempre. E come tutte le migliori idee è così ingannevolmente semplice, così sorprendentemente ovvia che anche se altri vi ci siano avvicinati prima di lui, nessuno è mai riuscito a eguagliarlo”.
Alla fine del decennio scorso diverse idee affollavano le credenze di molti risparmiatori. Idee che in alcuni casi sono ancora radicate in milioni di investitori. Ma che sono costate ai loro seguaci un sacco di soldi a vedere come nel corso degli anni successivi sono state poi smentite spesso clamorosamente.
Qualche esempio di “certezza” finanziaria che dopo l’ultimo decennio è meno certa? L’elenco è veramente lungo ma vale la pena ricordare alcune delle più diffuse credenze che ancora affollano in verità la mente di molti risparmiatori.
Nel lungo periodo le azioni offrono comunque i migliori rendimenti.
Oppure nella versione
Le azioni rendono più delle obbligazioni
Invece: nell’ultimo decennio investire in modo passivo sulle azioni non è stato un grande investimento. Non si è creata ricchezza ma invece si è perso potere d’acquisto. Le azioni italiane sono, infatti, mediamente scese del 44% mentre a livello mondiale il bilancio è meno drammatico anche se sempre negativo: -17,34%. Insomma, le performance passate non si sono dimostrate garanzia di eguali rendimenti futuri e le obbligazioni, nello stesso tempo, hanno ottenuto rendimenti superiori alle azioni se si estende il confronto anche all’ultimo quarto di secolo. Fino alla fine degli anni ’90 investire in azioni veniva spiegato che avrebbe consentito nel tempo di ottenere un premio per il rischio intorno al 7% reale all’anno ma le cose non sono andate a oggi proprio in questo senso, anzi… tutto il contrario. Anche perché dal 2001 al 2010 la svalutazione della moneta è stata di quasi il 19% tenendo conto dell’inflazione del periodo secondo i soli dati Istat. Morale: chi ha investito in azioni in modo passivo ha in termini reali mediamente dimezzato il capitale di partenza. E l’investimento obbligazionario? Nello stesso periodo il rendimento in titoli governativi o corporate diretto è stato pari al 3,9% all’anno, un +50% assoluto. Quasi il sapore di una beffa.
Difficile immaginare il default di uno Stato: un’obbligazione governativa è più sicura di una obbligazione emessa da un’azienda
Invece: Alla fine del 2001 abbiamo assistito al default dell’Argentina mentre quest’anno abbiamo visto anche in Europa agitarsi lo spettro dell’insolvenza prima in Grecia e poi in Irlanda che hanno reso necessario l’intervento dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale con massicci prestiti per evitare il peggio. Per default si intende generalmente una situazione di insolvenza: il debitore non paga o non onora le scadenza. Nel caso del debito dei Paesi europei questa situazione ancora non si è verificata ma l’effetto è stato comunque un forte calo delle quotazioni dei bond (anche di decine di punti percentuali per le scadenze più lunghe) poiché il mercato teme (a torto o ragione) evidentemente che la situazione non sia ancora normalizzata e il pericolo è ancora dietro l’angolo. Questa diffidenza si è estesa negli ultimi mesi anche ad altri Paesi europei con conti pubblici in disordine, alto debito privato e/o scarsa crescita economica. Dal Portogallo alla Spagna, lambendo anche l’Italia e il Belgio. E in questa situazione il mercato è arrivato perfino in molti casi a valutare più sicuro il debito di aziende private rispetto a quello del Tesoro.
Le azioni con dividendo elevato nel tempo sono in grado di dare le migliori soddisfazioni in termini di performance
Invece: Le soluzioni semplici attirano spesso molti risparmiatori alla ricerca di formule facili da replicare. Purtroppo i mercati sono maledettamente più complessi e quello che vale un anno, un lustro o un decennio non è assolutamente detto che valga per sempre. Soprattutto quando ci mettete i soldi voi..
E così chi negli anni passati ha costruito il suo portafoglio titoli in base a questo criterio ha avuto modo da ricredersi sulla bontà di questa teoria a vedere il comportamento di molti titoli “cedolosi” come Telecom Italia, Unicredit, Intesa San Paolo…
Se certo un’azienda che produce utili elevati e paga alti dividendi è da preferire a un’azienda in cronica perdita… acquistare un paniere di società valutandole solo in base all’ultimo dividendo distribuito è un criterio troppo semplicistico. Questo perché occorrerebbe capire la sostenibilità nel tempo di pagare sempre alti dividendi e questo fattore è legato alla capacità di un’azienda di saper realizzare elevati profitti anno dopo anno in condizioni di mercato anche differenti. Qualcosa che non è così facilmente prevedibile poiché può cambiare drasticamente la congiuntura (come abbiamo visto nel periodo 2001-2003 e 2007-2009), la situazione competitiva (per esempio l’emergere sul mercato di nuovi concorrenti più forti in grado di erodere quote di mercato), il mutato gusto dei consumatori, o la capacità del management dell’azienda di mantenere il passo precedente senza imbarcarsi in operazioni sbagliate…
Un’azienda quotata con socio di maggioranza lo Stato non può fallire o saltare
Invece: Il caso della compagnia di bandiera Alitalia la cui quotazione è stata revocata nel giugno 2008 è lì a ricordarci che tutto può accadere quando un’azienda (anche con un’azionista “eccellente” come lo Stato) non è gestita secondo criteri economici e arriva prima o poi il redde rationem. “Nessun risparmiatore ci rimetterà un euro” avevano in verità proclamato il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, e il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, in occasione del nulla osta al decreto sulla liquidazione della bad company.
Ora, a distanza di oltre due anni, gli azionisti e obbligazionisti Alitalia dovrebbero forse ricevere un rimborso però parziale pagato con Titoli di Stato di nuova emissione. Pagherò… ma non integralmente.
Una obbligazione con rating elevato offre ottime garanzie di solvibilità e di stabilità
Invece: Il rating non è purtroppo affidabile come il bollino Chiquita e in questi anni abbiamo visto bond tripla A (il massimo dell’affidabilità secondo coloro che sono pagati per dare simili giudizi come le agenzie di rating) e dintorni veder precipitare le quotazioni se non addirittura diventare carta straccia. E’ il caso dei bond Lehman Brothers che venivano perfino consigliati sul sito Patti Chiari promosso dall’Associazione Bancaria Italiana come obbligazioni “a basso rischio” ma anche di decine di titoli “tossici” che hanno evitato di fare la stessa fine solo per l’intervento pubblico e la nazionalizzazione. Basti ricordare nella crisi del 2008 i bond Fortis, Dexia, Hypo Real Estate Bank, Anglo Irish Bank, Bk Ireland per non parlare dei bond delle banche islandesi (Glitnir, Landsbanki Islands e Kaupthing Bank) che molti risparmiatori hanno scoperto improvvisamente di avere perché magari collegate a polizze vita index linked che dovevano garantire a scadenza la restituzione dei premi versati. Morale: il rating di un titolo è valido fino a quando tutto va bene…
Un fondo d’investimento con un rating elevato come le 5 stelle è sinonimo di scelta strategica intelligente e lungimirante
Invece: “Le stelle sono tante, milioni di milioni, la stella di Negroni, vuol dire qualità” recitava un Carosello di tanti anni fa. Investire senza avere le fette di salame davanti agli occhi è sicuramente consigliabile ma pensare di aver risolto il problema della gestione del patrimonio puntando sui fondi migliori del passato non è sinonimo purtroppo di eguali risultati futuri. Certo, un fondo con un buon track record (ovvero rendimento storico) ha un miglior biglietto da visita ma nessuno ci può assicurare che magari il team di gestione non cambi (ed eventi di questo tipo sono accaduti in quest’ultimo decennio nel mondo del risparmio gestito con sempre maggiore frequenza) o soprattutto il mercato sottostante non vada nella direzione contraria a quella sperata. Di esempi di questo tipo se ne possono fare a decine. Si pensi ai fondi legati alla new economy, Tmt e Internet che sembravano il “non plus ultra” da inserire in portafoglio alla fine degli anni ’90. Le quotazioni, dopo una breve stagione fortunata, si sono inabissate e molte società di gestione, per nascondere i “cadaveri”, hanno dovuto cambiare nome e specialità. Ma anche in tempi più recenti (alcuni dei fondi preferiti dagli investitori italiani nel 2007 e 2008 hanno visto crollare le quotazioni come “pere”) si è assistito a numerosi episodi di stelle… cadenti, dimostrando che nulla è “forever” nel mondo del risparmio (anche gestito).
L’investimento in titoli obbligazionari, soprattutto governativi, garantisce un rendimento magari più basso rispetto ai titoli “corporate” ma una minore volatilità
Invece: Il 2010 ha aiutato i risparmiatori a smontare anche questa credenza a vedere il comportamento di molti obbligazioni governative europee. Il prezzo di una obbligazione può variare in funzione dell’andamento previsto dei tassi d’interesse (e scendere anche sensibilmente per i titoli con scadenze più lunghe se si prevede un innalzamento) ma anche del cosiddetto rischio emittente ovvero se è ritenuto pienamente solvibile o meno. Nelle scorse settimane abbiamo assistito così a un effetto “stereo” con i prezzi dei Btp lunghi (se vogliamo parlare della sola Italia) scendere anche di una decina di punti percentuali (il Btp con scadenza 1 settembre 2040 rendimento 5% è passato da 107 ai 96 attuali) sul doppio timore che i rendimenti possano risalire e che l’emittente possa avere qualche difficoltà futura. Una volatilità che è stata perfino superiore a quella osservata su titoli corporate. E che si è osservata anche nelle scadenze brevi a 2-3 anni se si pensa che il Btp con scadenza 2013 (rendimento lordo 4,25%) è passato dai 106 di inizio ottobre 2010 ai 103,5 attuali arrivando anche a perforare al ribasso quota 102. Una discesa di oltre 2,5 punti percentuali: non proprio poco per un investimento considerato tranquillo…
Un titolo che ha perso molto non ha molto senso venderlo (soprattutto se in perdita) perché nel tempo dovrebbe recuperare il suo valore originario
Invece: Non vendere un titolo perché… più di così non può scendere non è stata mai in verità una legge con un fondamento solido o scientifico ma forse, in ossequio alla legge del pendolo, molti risparmiatori hanno voluto ostinatamente credere a questo falso assioma che i “vecchi di Borsa” traducevano in “i prezzi prima o poi si rivedono…”. Il decennio passato offre invece la dimostrazione più lampante che legare indissolubilmente il proprio destino finanziario a un titolo azionario o un fondo può rivelarsi una strategia a perdere… Molti dei titoli “stelle” di inizio 2000 oggi non fanno nemmeno bella figura nelle stalle: Tiscali (-99,62%), Seat Pagine Gialle (-99,46%), Telecom Italia Media (-95,51%%), L’Espresso (-83,79%), Mondo Tv (-92,4%)…
Alcune società sono state delistate (Fastweb ex eBiscom, I.net), altre sono fallite (Gandalf, Finmatica). Vale sempre la stessa regola: le società mutano come il mercato e il giudizio sulla bontà di un investimento dovrebbe attenersi a criteri dinamici. Quello che oggi piace al mercato magari non piacerà più domani. Ed è il Mercato il giudice supremo non il nostro ego.
Gli hedge fund consentono di ottenere rendimenti decorrelati rispetto alle azioni soprattutto nelle fasi di forte discesa
Invece: La crisi del 2008 ha trascinato all’ingiù tutti i mercati, dimostrando che la presunta decorrelazione di alcuni asset rispetto ad altri esiste più nella teoria che nella realtà soprattutto quando se ne richiede disperatamente l’esistenza. Gli hedge fund sono stati protagonisti non solo di clamorosi casi di truffa in larga scala (di cui la vicenda di Bernard Madoff è la più colossale ma non la sola) ma anche di illiquidità di questo strumento nelle condizioni di maggiore tensione e che hanno costretto i sottoscrittori a periodi (in molti casi ancora non terminati) a lunghe code di attesa (side pocket) per rivedere liquidati i propri soldi in caso di riscatto. Va però correttamente precisato che la normativa italiana sugli hedge fund e le società di gestione italiane si è dimostrata per una volta all’altezza della situazione e a differenza di quello che è accaduto in altri Paesi e presunti… paradisi bancari da noi non si è visto l’inferno.
Affidare i propri risparmi a un gestore o a un fondo è la migliore soluzione poiché in questo modo si può delegare la selezione dei migliori investimenti a chi fa questo di professione e può continuamente valutare rischi e migliori opportunità
Invece: La favoletta che basta firmare una delega in bianco a qualcuno perché pensi lui a farvi diventare ricchi purtroppo è rimasta tale nonostante che a raccontarla erano (e sono tuttora) in molti: giornalisti, banchieri, pseudo esperti, promotori finanziari e private banker… Tutti soggetti quasi sempre in conflitto d’interesse dato che una parte consistente del loro compenso dipendeva da quanti credevano a questa storiella. Se si confronta invece l’andamento dei mercati con quello dei fondi d’investimento si scoprirà che i guru del risparmio gestito non hanno nel 90% dei casi fatto meglio del mercato e protetto i loro sottoscrittori ma anzi fatto perfino peggio del relativo sottostante complici scelte infelici, atteggiamenti passivi e alti costi di gestione. Nell’ultimo decennio i fondi azionari internazionali (secondo l’Indice Fideuram, il più rappresentativo della categoria) hanno, infatti, perso oltre il 17% mentre i fondi azionari Italia quasi l’8% e i fondi obbligazionari sono saliti del 20,8%. Tutti risultati ampiamente inferiori all’andamento dei rispettivi benchmark tenendo conto, nel caso degli indici azionari, anche dei dividendi distribuiti. Morale: affidarsi ai professionisti del risparmio gestito non ha creato valore (una terminologia che piace molto agli addetti ai lavori) ma l’ha distrutto. Questo non vuol dire naturalmente che consideriamo da parte nostra i fondi d’investimento uno strumento del demonio, anzi! Possono essere anzi uno strumento indispensabile per operare su tutti i mercati ma a patto di utilizzarli non in modo passivo come cerchiamo di fare nei nostri portafogli (e con un discreto successo a vedere i risultati realizzati in questi anni), valutando di volta in volta quali sottoscrivere ma soprattutto quando entrare, uscire, switchare…
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L’elenco delle credenze o “certezze” che molti risparmiatori hanno visto sgretolarsi nell’ultimo decennio è decisamente lungo e potrebbe continuare ancora ma dà sicuramente il senso di come un approccio “rigido” basato su verità assolute possa costituire un clamoroso autogol per un investitore che fa troppo affidamento sulle solide certezze e che adotti un approccio non darwiniano all’investimento ovvero incapace di reagire ai cambiamenti e ai mutamenti dell’habitat…
Per continuare a leggere l'articolo: 2011-2020: Cosa può insegnarci la grande lezione dei mercati dell’ultimo decennio...
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TAG:
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Darwin
condivido un buon 98% e mai come con gli argomenti trattati vale il vecchio detto "Repetita Juvant"
mi permetto però ricordare che una "teoria" non dovrebbe mai essere considerata "Legge", salvo venire ben dimostrata e quindi salga di livello cessando di essere una semplice Teoria.
può sembrare banale, ma grazie al Cielo, qui in Italia possiamo ancora permetterci di dirlo impunemente. Per ragionamenti del genere un isegnante nei liberissimi USA è stato portato in tribunale.