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Il crollo della Galassia Centrale

Perché questa crisi finanziaria è la più grave vissuta negli ultimi trent’anni, e rischia di avere effetti paragonabili ai crolli del 1929? Innanzitutto, questa crisi coinvolge molti mercati, con diversa intensità nei vari paesi. L’azionario, l’obbligazionario, il mercato immobiliare, le commodities, i derivati “tossici”. Non si salva nulla...

di Mauro Introzzi 14 ott 2008 ore 11:49
Di Antonio Mansueto

un ringraziamento a www.circofin.it e a www.arslife.it

circofin arslife


La fine delle bolle comunicanti

Perché questa crisi finanziaria è la più grave vissuta negli ultimi trent’anni, e rischia di avere effetti paragonabili ai crolli del 1929 ?

Innanzitutto, questa crisi coinvolge molti mercati, con diversa intensità nei vari paesi. L’azionario, l’obbligazionario, il mercato immobiliare, le commodities, i derivati “tossici”. Non si salva nulla. Attraverso i derivati “tossici”, la speculazione ha contaminato molti mercati in questi ultimi anni e ha subito una accelerazione per il sistema finanziario statunitense, sempre più deregolamentato e sottratto ai controlli. Ogni forma di governance è stata minata, dando così origine ad una serie di bolle finanziarie “comunicanti”, fagocitando i settori industriali, commerciali e agricoli produttivi.

Se i governi mondiali non riusciranno ad intervenire con regole stringenti decise all’unisono, è opinione diffusa che si vada incontro ad una recessione intensa. Diversamente, essa potrà essere addolcita. Bisogna fare presto: il treno della recessione, come ha detto l’economista americano Roubini, è gia partito, ha lasciato la stazione nel primo trimestre di quest'anno e il suo viaggio durerà almeno 18 mesi.

Il global financial heart attack

Se i governi non riusciranno a coordinarsi ciò che può accadere è ciò che l’Economist chiama global financial heart attack . L’infarto del sistema finanziario, che comporterebbe una crisi di liquidità nefasta e intensa alle imprese e ai risparmiatori.

L’ossessione della crescita infinita

Parlando di borse, il panico è una componente normale della loro storia. Come lo sono gli episodi di grande speculazione che si concludono con spettacolari crolli in cui svaniscono cifre immense. Eppure le borse sono ciò che si può definire mercato efficiente, in cui molti operatori si scambiano in tutta trasparenza una grande quantità di titoli, e il prezzo si determina attraverso l’incontro della domanda e dell’offerta.

Purtroppo, la psicologia delle masse determina un eccesso di euforia quando un mercato dimostra di poter dare elevati guadagni. In questi casi si finisce per abbandonare i principi di prudenza e ci si abbandona all’illusione della crescita infinita. Per cogliere significativi guadagni gli operatori sono disposti a indebitarsi molto per investire in quel dato mercato. Di solito, i grandi indebitamenti si celano dietro strumenti finanziari nuovi, poco chiari. Alla fine, quando il giocattolo si rompe, l’eccesso di indebitamento costringe gli operatori a vendite quasi obbligate a prezzi fortemente calanti: è il panico. L’economista che ha legato il suo nome a queste osservazioni è J.K.Galbraith. Da rileggere “Breve storia dell’euforia finanziaria” (ed.Rizzoli).

Che cosa è accaduto questa volta? Un effetto particolarmente perverso è anche oggi quello che è stato determinato da un immenso debito nascosto. Non annotato nei bilanci e dovuto a strumenti derivati “over the counter” cioè non quotati nelle borse. I derivati, insomma, hanno raggiunto cifre enormi, ma sono nascosti in un mercato non trasparente, bensì opaco. Un mercato inefficiente e pericoloso che in questi anni le autorità hanno lasciato prosperare senza controlli. Ma i nodi vengono al pettine, e quando i debiti nascosti vanno pagati, finisce che anche grandi banche si scoprono insolventi e falliscono.

La Federal Reserve statunitense ha favorito da molti anni la liquidità sul mercato finanziario e la possibilità di indebitarsi, per sostenere il consumo e quindi l’economia americana. Ma questo ha anche alimentato la grande speculazione. E un debito immenso si è nascosto dietro una massa enorme di derivati, ora chiamati eloquentemente “prodotti tossici”.

Gli USA hanno varato un piano da 700 miliardi di dollari per salvare le banche e stabilizzare il mercato: ma il valore nozionale dei derivati tossici è stimato in 700.000 miliardi di dollari, contro un prodotto lordo mondiale di 55.000 miliardi di dollari.

Le perdite stimate sinora sono di 1.400 miliardi di dollari, ma quelle attese, forse, circa 6.000 miliardi di dollari. Oltre il 10% del prodotto lordo mondiale.

Per questo la bolla speculativa dei derivati “tossici” viene definita “la madre di tutte le bolle”.

Il credit crunch

Il problema principale per salvare il sistema finanziario internazionale, in questo momento, è la crisi del sistema bancario. Travolte dalle perdite in derivati, diverse banche sono fallite, ed altre sono in difficoltà. Le banche sono collegate l’una all’altra da reciproci prestiti. Per questo la situazione è delicata. I governi e le banche centrali in questo momento sono impegnate a dare liquidità al sistema bancario (le banche non si fidano più le une delle altre ed è difficile ottenere prestiti tra di esse, quindi i tassi interbancari salgono notevolmente), ma anche a ricapitalizzare le banche indebolite dalle perdite. Notizia dell’ultima ora è il positivo accordo (al momento nelle le linee guida) dell’Unione Europea su un piano di salvataggio per le banche in crisi.

Questa situazione porterà, comunque, un danno all’economia reale, alle imprese e ai loro lavoratori. I governi devono riuscire a mitigarlo. In Italia, le banche minori, secondo Roubini, non dovrebbero avere problemi, mentre le banche maggiori potranno subire danno per la loro maggior propensione internazionale ed anche a causa delle loro controllate estere.

Lo stesso, sostiene che bisogna evitare di ricapitalizzare le banche ormai insolventi («che vanno lasciate fallire») perché si ricreerebbero con fondi pubblici gli estremi per nuove bolle finanziarie. Una profonda critica si va diffondendo anche negli USA verso i manager bancari delle banche sino ad oggi più disinvolte.

Il grafico dell’SP500

Torniamo ai nostri risparmi e diamo uno sguardo anche a qualche grafico delle quotazioni borsistiche. Un paio di settimane fa avevamo notato il grafico a 60 anni dell’indice SP500: un grafico da paura. Secondo l’analisi tecnica, è possibile che si stia realizzando un “doppio massimo” profondo e di lunga durata: avevamo annotato, quando lo SP500 era a quota 1.100, che se questa figura classica si fosse realizzata, avremmo avuto un primo obiettivo a 850, poi un rimbalzo deciso, e infine una discesa più lenta e lunga sino a quota 450. Dopo appena 10 giorni lo SP500 ha toccato il primo obiettivo: quota 850 (esattamente quota 839), tracciando la via al rimbalzo tecnico. Il seguito ce lo dirà la storia. Ma con rischi così forti che fare?

TAG: bancari

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