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Crisi Subprime, Atto VII

Questa settimana inizieremo con un riassunto degli “atti precedenti” della “Crisi Subprime” per capire dove ci stiamo incamminando: Atto I: nel periodo caratterizzato da bassi tassi d’interesse molti americani contraggono mutui a tasso variabile per comprare casa

Carlo Gatto mercoledì, 5 settembre 2007 - 10:04

Atto II: i mutui vengono cartolarizzati dagli istitui finanziari che emettono obbligazioni subprime acquistate da investitori desiderosi di rendimenti più alti (perchè il rischio è maggiore) ed anche da molte banche per alzare il rendimento dei portafogli
Atto III: i tassi americani passano dall'1% al 5,25% in due anni



Atto IV: i mutuatari a tasso variabile non ce la fanno a pagare le rate cresciute troppo, e questo crea problemi nel rimborso agli investitori. Le istituzioni finanziarie lanciano i primi 'warning'
Atto V: molti detentori di tali obbligazioni iniziano a disfarsene e a venderle facendo crollare il loro prezzo, questo crea una crisi di fiducia nel mercato, lontanamente simile al bank run (assalto agli sportelli) del 1907.
Atto VI: la Fed inietta liquidità con massicci pronti contro termine, tuttavia gli strumenti che le moderne banche centrali possiedono per simili eventualità possono agire direttamente solo nei confronti del tradizionale sistema bancario e non toccano direttamente il settore finanziario non bancario che è stato più duramente colpito dalla crisi di fiducia. Questo comporta un'azione parallela di politica monetaria sui tassi di sconto dei fed funds portati dal 6,25% al 5,75% che prende molti in contropiede.
Atto VII: e siamo al momento della verità: il 18 settembre la Fed dovrà decidere se abbassare i tassi dei Federal Funds (più importanti rispetto a quelli di sconto abbassati ad agosto) oppure se lasciarli invariati. In sostanza si dovrà decidere se una mossa sul mercato monetario sarà utile oppure no, e c'è da aggiungere anche all'interno della Fed c'è una diversità di opinioni. I rischi si trovano in entrambe le ipotesi.
Nel caso in cui si taglino i tassi c'è il rischio che la mossa possa non servire a molto, costringendo ad un ulteriore taglio ed alla crisi di credibilità della Fed, oltre al rischio di danneggiare l'economia vista la crescita del Pil del secondo semestre al 4% e tenendo presente il fatto che una mossa di politica monetaria riversa i suoi effetti su un arco di 12/18 mesi.
Nel caso in cui non si taglino i tassi c'è il rischio che il mercato reagisca male, visto che i tassi impliciti sui future dei depositi anticipano già una riduzione dei Fed Funds Rates di almeno 50 punti base, e visto anche che il recupero di Wall Street è legato a queste aspettative di riduzione dei tassi.
Nel frattempo i mercati hanno veleggiato in questo modo:



L'Europa reagisce un po' meglio, ma la crescita di Wall Street è più lineare e costante. La volatilità si riduce un po' e questo conferma una leggera maggiore serenità dei listini:



Ci troviamo comunque su livelli ancora alti, attorno al 23%, quindi non si può e non si dieve stare tranquilli. Credo che non scenderemo sotto il 20 fino alla riunione della Fed del 18 settembre, sempre ammesso che la decisione che verrà presa allora sia quella giusta.
Un'altra realtà che fotografa pienamente la situazione attuale di limbo è data dallo S&P500, che deve riacciuffare e mantenere quota 1500 per rendere laterale l'attuale trend negativo di breve.



In sette giorni il sentiment è cambiato ben poco, e per questo motivo la guardia non potrà ancora essere abbassata.


Sentiment previsto per la prossima settimana: incerto.
I test all'ingiù per verificare la solidità del pavimento grafico non sono ancora stati effettuati.




Renato Paludetto 2007 (riproduzione riservata)


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