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Ha senso investire fuori dall’Euro?

Nel nostro ultimo post avevamo individuato quattro fattori che nel passato recente e lontano hanno contribuito alla forza dell’Euro: gli acquisti delle banche centrali dei paesi esportatori, i rimpatri (negli ultimi mesi) dei gruppi bancari europei, il comportamento degli investitori europei che non stanno “fuggendo” dall’Euro e infine il comportamento “intransigente” della BCE.

Per rispondere alla domanda, fondamentale per gli investitori, se la relativa forza dell’Euro possa continuare, cerchiamo di verificare le tendenze attuali e le prospettive dei fattori elencati in precedenza.

Banche Centrali

Le Banche Centrali dei paesi emergenti hanno interrotto (o fortemente ridotto) l’acquisto di nuovi Euro negli ultimi mesi del 2011, in concomitanza con le fasi più acute della crisi, facendo quindi i venire meno un elemento strutturale di forza della divisa europea, almeno per il momento.

E’ chiaro che in futuro il comportamento potrà mutare in funzione dell’evolversi della crisi europea; tuttavia con una giacenza media tra il 35% e il 40% delle riserve valutarie totali, l’Euro è già “sovra – pesato” rispetto alle esigenze commerciali di molti paesi (si stima che l’Euro venga usato per solo il 20% dei regolamenti commerciali internazionali). Per questo motivo, a meno di risposte estremamente convincenti da parte delle autorità europee, è plausibile che la diversificazione delle riserve valutarie a favore dell’Euro quantomeno rallenti nel prossimo futuro.

Rimpatri bancari

Gli istituti europei hanno smesso di “rimpatriare” i propri investimenti dall’estero, grazie al nuovo corso della BCE che sta garantendo ampia disponibilità di Euro a tutte le banche che li richiedano, attraverso le operazioni di Long Term Refinancing Operations (LTRO).

Questo fattore di forza dell’Euro, che era comunque destinato ad essere temporaneo, sembra essersi del tutto esaurito.

Fuga degli investitori

Riguardo alla possibile “fuga valutaria” degli investitori domestici, non sembrano esserci segnali di particolare cambiamento, con flussi in uscita in leggera crescita ma tutto sommato moderati e che non destano preoccupazioni.

BCE

Relativamente alla BCE infine, l’atteggiamento sembra decisamente mutato con l’avvento del nuovo Presidente Mario Draghi, più sensibile alle esigenze di garantire ampia liquidità ai paesi e agli operatori più in crisi, con una serie di iniziative in ultima analisi molto simili ai “quantitative easing” di Stati Uniti e Gran Bretagna.

L’atteggiamento molto rigoroso (per non dire rigido) del recente passato, sembra quindi essere stato poco modificato nelle parole ma molto nei fatti. Se questo “nuovo corso” verrà confermato in futuro, verrà meno uno dei fattori più rilevanti della forza dell’Euro degli ultimi 3-4 anni.

In conclusione tre fattori di forza sui quattro precedentemente individuati sembrano quindi essersi quantomeno attenuati.

In effetti da metà dicembre ad oggi l’Euro ha iniziato una fase di indebolimento contro tutte le principali valute, per poi recuperare in parte nelle ultime settimane, ma solo contro il Dollaro USA.

La “price action” contro molte valute, come il Dollaro australiano o il Real brasiliano, sembra invece rafforzare l’impressione di un movimento strutturale di indebolimento della valuta europea.

Tutti a salire sul “carro” dell’Euro che si indebolisce quindi? Forse. Ma il vero rischio nel breve termine è proprio legato al fatto che la stragrande maggioranza degli operatori speculativi, su questo “carro” ci sono già saliti da molti mesi con assai poca soddisfazione. Se decidessero di “scendere” l’Euro tornerebbe a rafforzarsi, come in parte sta già succedendo con il Dollaro USA.

Nel breve quindi i rischi di effettuare una strategia di diversificazione valutaria potrebbero essere abbastanza significativi.

Per chi ha orizzonti di medio lungo termine però, il momentaneo rafforzamento potrebbe rappresentare un’opportunità, anche e soprattutto alla luce delle possibili evoluzioni della crisi che avvolge ormai da due anni il Vecchio Continente.

Tanto più l’Euro resterà forte infatti, tanto più difficile sarà per i paesi europei in difficoltà uscire dalla spirale di debito – rigore sui conti – recessione, e tanto più probabile sarà il ritorno a scenari caotici (e quindi in ultima istanza negativi anche per l’Euro).

Se l’Euro continuerà a indebolirsi invece, i paesi in crisi riusciranno ad avere dalle esportazioni un necessario stimolo alla crescita. Le nazioni “forti” invece subirebbero spinte inflazionistiche che, se negative per il singolo paese, a livello europeo contribuirebbero a ridurre le differenze di competitività, che rappresentano il problema di gran lunga più rilevante per la sostenibilità della Valuta Unica nel medio-lungo termine.

Una crisi caotica dell’Europa porterebbe probabilmente al collasso dell’Euro (sia come valore che come entità monetaria), ma invertendo il nesso di causalità, si può sostenere che un forte indebolimento dell’Euro aumenterebbe enormemente le possibilità di una soluzione positiva.

Queste considerazioni ci portano a concludere che per gli investitori con orizzonte temporale superiore ai  18 – 24 mesi, è sensato puntare su una strategia di investimento al di fuori della Valuta Europea.

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1 Commento

Una risposta a “Ha senso investire fuori dall’Euro?”

  1. mariolone64 dice:

    16 feb 2012 alle 11:06

    “Tanto più l’Euro resterà forte infatti, tanto più difficile sarà per i paesi europei in difficoltà uscire dalla spirale di debito – rigore sui conti – recessione, e tanto più probabile sarà il ritorno a scenari caotici (e quindi in ultima istanza negativi anche per l’Euro).”

    In pratica l’europa dovrebbe cercare di indebolire la sua moneta… in altre parole fare quello che gli Usa hanno fatto negli ultimi 5 anni, no?


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