Un analisi “a caldo” della ristrutturazione del debito greco
A sole ventiquattrore dall’annuncio del piano salva-Atene non abbiamo ancora in mano tutti gli elementi per una dissertazione approfondita sulle tecnicalità dell’operazione, ma le linee guida entro cui si muoverà il pacchetto sono state tracciate e su quelle possiamo comunque fare qualche osservazione nel merito.
La prima è sui tempi, che sono a questo punto talmente stretti, tanto da dubitare che si riesca a portare a compimento senza intoppi; anche considerando che si vuole rimanere entro la scadenza del 20 marzo, giorno in cui scadranno i primi titoli del debito greco per un importo di poco superiore ai 14 miliardi di euro.
Entro i prossimi giorni infatti il parlamento greco dovrà varare un provvedimento legislativo in base al quale poter applicare la clausole di azione collettiva (CAC) anche con effetto retroattivo su tutti i bond greci esistenti per far si che una maggioranza qualificata ( al momento si parla del 66%) possa decidere l’accettazione “volontaria” della ristrutturazione, in via mandataria. Solo successivamente potrà lanciare una proposta di swap sul debito.
La seconda è sulle implicazioni legali di una simile operazione: può la Grecia emanare un decreto che modifichi retroattivamente le condizioni di rimborso senza esporsi ad eventuali cause legali?
Perché se è vero che l’ISDA assimila la volontarietà alla mandatarietà, è altrettanto vero che nel prospetto informativo di tutte le emissioni greche è scritto che tra gli eventi di default figura anche : “ogni atto, decreto, conversione in legge messo in atto laddove la Repubblica venga disimpegnata dal rispetto dell’obbligazione nella sua totalità”.
La terza è sulla mancata partecipazione alla ristrutturazione da parte della Bce, che ha implicazioni molto negative sul ruolo futuro comportamento dell’investitore privato. Se in caso di evento di credito la perdita ricade infatti solo su questa tipologia di soggetti (siano essi una banca, un fondo, un singolo investitore); chi glielo fa fare di comprare titoli anche di altri paesi periferici, quali il Portogallo per esempio oggi già in evidente difficoltà? E’ evidente quindi che, così come il Fondo Monetario, anche la Bce assurge a ruolo di creditore privilegiato, aggravando ulteriormente il sacrificio richiesto a coloro che partecipano alla ristrutturazione. E ad oggi le linee guida del piano di conversione implicano una perdita del 70/75% degli aderenti all’operazione!
La quarta è sulla sostenibilità del piano su cui poggia l’obiettivo di rientro del rapporto debito/pil al livello di 120,5% nel 2020, dall’attuale 160%, punto più punto meno. Scorrendo infatti le tabelle che rendono possibile tale obiettivo non possiamo che trasalire di fronte alle stime di crescita del Pil greco attese per i prossimi anni. Si va da una crescita 0 per il 2013 a tassi di crescita del 2-2,5% negli anni a seguire. Tanto per rinfrescare la memoria ricordiamoci che il track record per Atene è drammatico: -3,3% nel 2009, -3,5% nel 2010, -6.1% nel 2011, atteso -4,8% nel 2012. Come si può pensare che misure tanto recessive possano stabilizzare così velocemente l’economia e successivamente farla crescere? Visto anche il contesto internazionale e l’eurozona questa ipotesi pare una forzatura, per usare un eufemismo.
La quinta, ma non per importanza, è l’incognita elezioni che in Grecia si terranno il prossimo aprile: con i partiti tradizionali in fortissimo calo (gli ultimi sondaggi attribuiscono complessivamente ai due partiti maggiori circa il 30% dei voti). Con un malcontento che potrebbe sfociare in moti sociali veri e propri, chi può fare previsioni sul futuro politico della penisola e sul suo atteggiamento nei confronti del piano?
Tutto considerato quindi, il mancato “festeggiamento” dei mercati non sorprende più di tanto, forse a ben ragionare ci si dovrebbe sorprendere che i mercati non abbiano invece reagito con una sonora bocciatura.





