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La teoria del prospetto applicata al mondo finanziario

di Federica Grazioli
Articolo a cura dell’Università Vita-Salute San Raffaele

Se è vero che la teoria del prospetto si è affermata nell’orizzonte della psicologia cognitiva a partire dagli Anni Ottanta, solamente negli ultimi quindici anni sono emersi concreti e significativi tentativi di applicare quest’importante teoria decisionale al mondo delle scelte finanziarie. I lavori che risultano maggiormente degni di attenzione per il contributo dato in tal senso sono quelli di Olsen (1997), di Shapira e Venezia (2000), e di Bernartzi e Tahler (2001).

E’ innanzitutto doveroso sottolineare come, secondo l’ottica dell’investimento finanziario, non sia così immediata l’applicazione della Teoria del Prospetto dal momento che:
  1. nel problema della scelta rientrano molteplici variabili, come l’età, il reddito, gli obiettivi di consumo;
  2. se l’investimento è di breve periodo l’ottica è simile a quella della scommessa;
  3. se l’investimento è di lungo periodo si considerano ancora altre variabili come la privazione della ricchezza nel lungo periodo, l’analisi dell’impresa in cui si investe e la modalità di gestione delle finanze.
Detto questo, è comunque considerevole il lavoro svolto da diversi autori che, soprattutto negli ultimi quindici anni, hanno sviluppato e rianalizzato la teoria proposta da Kahneman e Tversky all’interno dell’interessante e sempre in evoluzione mondo della finanza e dell’investimento.

Tra questi è importante descrivere brevemente le conclusioni a cui sono giunti Olsen nel 1997, Shapira e Venezia nel 2000, ed infine Bernartzi e Thaler nel 2001.

Procedendo in ordine cronologico, Olsen è certamente il primo autore ad utilizzare i mercati simulati al fine di dimostrare che la teoria del prospetto ben si adatta alla descrizione e comprensione dei comportamenti degli investitori.

Secondo l’autore, gli investitori non concepiscono il rischio come qualcosa di oggettivo e misurabile, quanto piuttosto come il pericolo di ottenere dei risultati inferiori ad un obiettivo prefissato (rendimento atteso).

La valutazione del rischio, dunque, è eseguita basandosi principalmente su:
  1. la possibilità di ottenere una perdita ingente;
  2. la possibilità di ottenere un rendimento inferiore agli obiettivi iniziali;
  3. l’abilità di gestire le perdite;
  4. il livello di consapevolezza finanziaria dell’investitore.
Olsen ha inoltre dimostrato che quando una decisione di investimento è descritta in termini di possibili guadagni le persone sono avverse al rischio, mentre quando la stessa decisione è descritta in termini di possibili perdite gli investitori sono maggiormente propensi al rischio. Gli investitori, infatti, quando si raffigurano la scelta di investimento in termini di perdita potenziale, accettano una maggiore volatilità così da poter ottenere maggiori guadagni, tali da ripagarli per aver accettato il rischio di perdere. Viceversa, essi scelgono attività finanziarie con bassa volatilità quindi con ritorni più contenuti ma sicuri quando sono posti di fronte ad uno scenario di possibile guadagno.

Nello stesso studio emerge anche che i consulenti finanziari tendono a scegliere investimenti con diverso grado di rischio a seconda dell’orizzonte temporale con cui i clienti desiderano ottenere il rendimento prefissato: vengono scelti titoli con bassa volatilità quando l’orizzonte temporale è breve e titoli con maggiore volatilità quando l’orizzonte temporale è a lungo termine.

Nel terzo millennio due lavori scientifici sono certamente degni di nota, e consigliabili a chi è interessato all’argomento: il primo è il lavoro del 2000 di Shapira e Venezia in cui viene osservato e spiegato come mai gli investitori che devono recuperare una perdita passata decidano, molto spesso, di compiere investimenti più rischiosi rispetto a quelli che compirebbero in situazioni di normalità.

Il secondo è invece un articolo pubblicato da Bernartzi e Tahler nel 2001 in cui viene analizzato il concetto di diversificazione del portafoglio ed in cui si evidenzia la scarsa capacità degli investitori individuali ad interpretare tale concetto in maniera adeguata. Infatti, come loro stessi sottolineano, in molte situazioni, davanti alla decisione di investire in un portafoglio diversificato, le persone usano una mental accounting separata, cioè opzioni diverse tenute in conti mentali separati.

Federica Grazioli

Bibliografia
Bernartzi S., Thaler R.H., (2001). Naive diversification strategies in defined contribution saving plans. American Economic Review, 91, 79-98.
Olsen R.A. (1997a). Investment risk: the experts’ perspectives. Financial Analysts Journal, 53, 62-66.
Olsen R.A. (1997b). Prospect theory as an explanation of risk choice by professional investors: some evidence. Review of Financial Economics, 2, 225-232.
Shapira Z., Venezia I. (2000). Patterns of behavior in professionally managed and independent investors. Journal of Banking & Finance, 25, 1573-1588.


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