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La finanza comportamentale: la nascita ed il suo background teorico

Negli ultimi cinquant’anni circa ha avuto origine e sviluppo una nuova ed interessante disciplina, intersezione tra la psicologia e l’economia, conosciuta con l’espressione di "finanza comportamentale"

di Federica Grazioli
Numerosi sono stati i contributi teorici ed empirici che hanno fatto spostare il focus d’attenzione dalla razionalità, e dalle teorie ad essa ancorate, alla postulazione di teorie descrittive incentrate su quei fattori che realmente guidano ed orientano il nostro comportamento quotidiano.

Con l’espressione “finanza comportamentale” si intende lo studio del comportamento degli operatori sui mercati finanziari abbracciando una prospettiva che privilegia l’analisi e la descrizione dei fattori psicologici individuali ed interpersonali implicati nei vari processi decisionali.

Partendo da questa premessa è facile prevedere che questa disciplina scientifica si sia progressivamente allontanata dalle ipotesi tradizionali della teoria neoclassica della decisione, tentando sempre più di arrivare a spiegare, e quindi interpretare, fenomeni “non razionali” frequentemente manifestati dagli stessi operatori del settore.

Dal punto di vista storico la finanza comportamentale non nasce né si sviluppa come una singola teoria organica, ma sono i contributi di diverse scuole di pensiero a contribuire al suo sviluppo e alla sua evoluzione teorica.

La finanza comportamentale si sviluppa a partire dagli Anni Cinquanta come “ramificazione” della teoria neoclassica della decisione: la “Teoria dell’Utilità Attesa”.

Nel corso degli anni, tuttavia, diversi studi sperimentali hanno evidenziato come gli individui non agiscono seguendo i principi economici razionali proposti dalla suddetta teoria, ma sono influenzati da altre tipologie di variabili, come:
  1. le esperienze passate;
  2. le credenze;
  3. il conteso;
  4. il formato di presentazione delle informazioni;
  5. l’incompletezza informativa frequente nei contesti finanziari reali.
A partire dalla metà degli Anni Settanta sono emerse diverse possibili spiegazioni teorico-applicative, il cui risultato è stato quello di dare al settore della finanza comportamentale la visibilità sufficiente negli ambienti accademici per poter essere considerata a pieno titolo una “teoria”e potersi definitivamente discostare dagli assiomi e postulati della teoria neoclassica.

Il merito di questa evoluzione va indubbiamente attribuita ai professori di psicologia Amos Tversky e Daniel Kahneman, i quali nel 1979 presentano alla rivista Econometrica un articolo che è riuscito, grazie alle sue idee innovative ed all’accuratezza sperimentale degli esperimenti condotti, a far cambiare opinione circa la validità del modello interpretativo neoclassico fondato sui concetti di razionalità e massimizzazione.

In questo fondamentale articolo per la finanza comportamentale si sviluppa l’analisi critica della teoria dell’utilità attesa e dei suoi assiomi, e si perviene alla formulazione di una nuova teoria descrittiva, e non più normativa come era la teoria neoclassica: la "Prospect Theory”.

Essa, infatti, ha l’esplicito obiettivo di fornire una descrizione accurata ed aderente alla realtà dei comportamenti che gli individui manifestano in circostanze rischiose.

Federica Grazioli

Bibliografia
Tversky A., Kahneman D.E. (1979) Prospect theory: an analysis of decision under risk. Econometrica, pp. 263-291.

Questo articolo è stato gentilmente fornito dall’Università Vita-Salute San Raffaele (http://www.unihsr.it/) Questo scritto è redatto a solo scopo informativo, può essere modificato in qualsiasi momento e NON può essere considerato sollecitazione al pubblico risparmio. Il sito web non garantisce la correttezza e non si assume la responsabilità in merito all’uso delle informazioni ivi riportate.
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