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Cosa spinge l'uomo all'azione?

Personalità e bisogni: cosa ne dicono gli psicologi

di Federica Grazioli
Articolo a cura dell’Università Vita-Salute San Raffaele

La personalità dell’individuo può essere concettualizzata come la combinazione di una parte razionale, legata ai processi cognitivi, e una parte più istintuale, legata alle emozioni e alle motivazioni personali. La motivazione è un aspetto centrale per la comprensione del comportamento umano. Gli autori che ne hanno approfondito la conoscenza  ne hanno individuato due tipologie differenti: le motivazioni primarie e le motivazioni secondarie.

Che cosa intendiamo con il termine Motivazione?

La spinta o stato interiore che orienta l’organismo verso un’azione finalizzata al raggiungimento di un determinato scopo od obiettivo.

Il concetto di motivazione si rivolge alla spiegazione di tre aspetti generali della condotta: 
  1. tende a chiarire quale sia il meccanismo che stimola e fa scattare la messa in atto di una particolare condotta; 
  2. chiarisce l’origine della stimolazione attivante e la meta, o verso, della condotta attivata;
  3. serve ad interpretare le differenze individuali di reattività (Cofern, 1979).
La motivazione di un soggetto è stata studiata ed analizzata a vari livelli, a seconda del tipo di motivazione che viene presa come punto di riferimento. 

La condotta, infatti, può essere motivata da spinte di tipo elementare o basilare per la sopravvivenza dell’individuo, oppure può essere guidata da determinati concetti o schemi mentali: nel primo caso parliamo di motivazioni primarie, mentre nel secondo caso di motivazioni secondarie. 

La motivazione primaria è comunemente spiegata come l’esito di uno scompenso in un processo di tipo omeostatico, i cui meccanismi di base sono fondamentalmente di tipo fisiologico. 

I modelli teorici che si sono maggiormente adoperati allo studio di questo primo tipo di motivazione sono i Modelli Pulsionali Biologici di carattere meccanicistico. 

Essi partono dall’assunto imprescindibile del concetto di bisogno, che deriva direttamente da quelle che sono le necessità biologiche dell’organismo (come la fame e la sete). 

Al concetto di bisogno si lega direttamente quello di attivazione: la condotta finalizzata, e quindi la motivazione antecedente all’azione, dipendono dall’innesco di un meccanismo di tipo fisiologico, che “scatta” solo quando i segnali di bisogno superano uno specifico livello di soglia (Stegagno, 1991), e permettono, di conseguenza, di far discendere i segnali di bisogno al di sotto di tale soglia di attivazione così da inibire la motivazione.

Questo processo generale di mantenimento di un determinato equilibrio dell’organismo attraverso un meccanismo di controllo a retroazione di tipo automatico, viene detto omeostasi, la cui finalità è quella di preservare la stabilità dell’ambiente interno dell’organismo di fronte a variazioni dell’ambiente esterno.

Il grande gruppo delle motivazioni secondarie, invece, si colloca ad un livello diverso dalle motivazioni appena descritte, dal momento che:
  1. non sono essenziali per la sopravvivenza;
  2. si rilevano solo negli animali filogeneticamente più evoluti;
  3. nell’uomo compaiono più tardivamente nel corso dello sviluppo. 
Una delle principali motivazioni secondarie è la motivazione al successo, intesa come la spinta a compiere una determinata azione dettata dal desiderio di raggiungere un certo risultato, descrivibile in termine di successo. 

In quest’ottica non è motivante il risultato in sé, quanto il fatto di considerarlo soggettivamente “meritato”, cioè il fatto di attribuire il risultato stesso come dovuto al personale impegno e merito. 

Per meglio comprendere il vero significato di queste motivazioni superiori, è doveroso menzionare le teorie dell’attribuzione, che spiegano perché, di fronte al medesimo risultato, molto spesso le persone cambiano notevolmente il loro livello di motivazione. 

La spiegazione sembra risiedere nel fatto che esistono diverse tipologie di cause alle quali le persone attribuiscono la ragione del proprio successo o fallimento, ed in base a quale di queste viene considerata attuale può variare, in positivo o in negativo, la motivazione al comportamento. 

In altre parole, sembra che il livello di motivazione del singolo dipenda dalle cause alle quali la persona ritiene di attribuire il risultato raggiunto. 

Le possibili cause possono essere così descritte:
  1. Abilità. Il ripetersi di una serie di successi nello stesso compito induce nel soggetto l’idea che questo non possa essere casuale, e quindi lo spinge ad attribuire tale successo alla sua capacità personale.
  2. Impegno/sforzo. Il livello di soddisfazione aumenta in proporzione quasi lineare con la fatica ed il costo; se la persona si è impegnata tanto da sentirsi stanca, quindi, può attribuire il successo all’impegno profuso.
  3. Difficoltà. Se la maggior parte delle persone riescono a fare la stessa cosa, il soggetto può attribuire il successo alla scarsa difficoltà del compito.
  4. Fortuna. Se la persona si accorge che l’abilità e l’impegno non influenzano il risultato, può attribuire questo al caso e decidere che il successo in quel compito è una semplice questione di fortuna.
Il livello di motivazione, dunque, può mutare radicalmente a seconda del giudizio attributivo che le persone elaborano. 

Gli autori che si sono maggiormente occupati della tassonomia delle motivazioni e della loro organizzazione in un modello gerarchico sono stati Murray e Maslow tra gli Anni Settanta e gli Anni Ottanta.

In particolare, Maslow nel 1982 propone un modello di crescita motivazionale in cui vengono messe in evidenza sia la gerarchia sia l’ontogenesi delle diverse motivazioni. 

Secondo l’autore, nel corso della vita si possono individuare sei fasi successive, andando dalla più elementare e basilare alla più complessa ed elevata:
  1. Bisogni fisiologici: la necessità di soddisfare i bisogni legati al corpo ed alla sopravvivenza sono i primi a scattare alla nascita, e tendono ad essere soddisfatti di volta in volta senza possibilità di procastinazione.
  2. Bisogni di sicurezza: si manifestano dopo l’appagamento dei bisogni fisiologici, corrispondono alla capacità di operare una distinzione tra sé e non sé (rudimento di identità) e si mostrano come ricerca di contatto e di protezione da parte dell’individuo.
  3. Bisogno di amore e di appartenenza: desiderio di ricevere e di dare amore, che nasce solo dopo avere soddisfatto i bisogni precedenti.
  4. Bisogno di riconoscimento: esigenza di avere, dalla relazione con il partner, il riconoscimento di ciò che si fa e del risultato raggiunto.
  5. Bisogno di realizzazione di sé: corrisponde alla fase più elevata dello sviluppo e della comprensione di se stesso.
  6. Bisogno di trascendenza: bisogno di superare i propri limiti, cercando di collocarsi in una prospettiva sopra-individuale, di entrare a fare parte di un mondo superiore ed essere partecipe del divino.
Secondo questo modello, un bisogno insoddisfatto ad un livello basso concentra l’energia a quella fase e non lascia spazio alcuno per i livelli superiori; i livelli più alti, dunque, si reggono sulla solida soddisfazione di quelli più bassi.

Maslow, conclude la sua teorizzazione, definendo il suo modello come “globale e dinamico”, in quanto le sue fasi superiori comprendono sempre anche quelle inferiori in un disegno evolutivo di tipo globale, in cui le forze associate alle diverse fasi ipotizzate sono in un equilibrio che muta continuamente in maniera dinamica.

Federica Grazioli

Bibliografia
Bandura A., 1976. L’apprentissage social, Mardaga, Bruxelles.
Cofern N.C., 1979. Motivazione ed emozione. Franco Angeli, Milano.
Maslow A.H., 1982. Motivazione e personalità. Armando Armando, Roma.
Murray H.A., 1938. Explorations in personality. Oxford University Press, New York.
Murray H.A., 1964. Motivation and emotion. Prentice-Hall, New Jersey (trad. it.: Psicologia dinamica, Martello, Firenze).


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