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Cosa significa prendere una decisione?

Il "prendere una decisione" rappresenta uno dei comportamenti umani più frequenti nella nostra vita quotidiana, ma nonostante ciò è inverosimile pensare che questo sia un’attività semplice e facilmente comprensibile da un punto di vista psicologico

di Federica Grazioli

Diversi professionisti del settore se ne sono occupati ampiamente, andando a delinearne le caratteristiche psicologiche e cognitive principali.

Cosa vuol dire decidere? Sul vocabolario della lingua italiana troviamo diverse definizioni, le più interessanti sono certamente le seguenti: 

a) “pervenire a un giudizio definitivo ponendo fine a dubbi e incertezze preesistenti”;
b) “stabilire dopo attenta analisi”.

Entrambe presuppongono l’esistenza di una serie di strategie e di operazioni mentali che il singolo individuo auspicabilmente mette in atto al fine di elaborare le informazioni in suo possesso ed arrivare ad un risultato finale. 

L’insieme di questi processi mentali, che ci permettono di vivere all’interno di una realtà sociale e di adattarci di volta in volta a sempre nuove situazioni vengono definite comunemente in psicologia “strategie decisionali”. 

La strategia decisionale rappresenta una sequenza di operazioni mentali che possono essere visualizzate con la produzione della forma:

 

  1. se (condizione uno... condizione n);
  2. poi (azione uno... azione n);
  3. allora (alternative e loro valutazione).
Si tratta di operazioni cognitive e conative, cioè azioni sull’ambiente, usate per trasformare lo stato iniziale di conoscenza in uno stato di conoscenza finale in cui il decisore considera il problema decisionale come risolto (payne, Bettman, Johnson, 1992).

Il processo di presa di decisione è considerata dagli psicologi cognitivi come un’attività cognitiva complessa a capacità limitata, i cui obiettivi principali sono:
  1. minimizzare il peso emotivo dovuto alla presenza di valori conflittuali fra le alternative (Hogart, 1987);
  2. raggiungere decisioni socialmente accettabili e giustificabili (Simonson, 1987; Tetlock, 1987);
  3. prendere decisioni accurate che massimizzino i vantaggi, cioè l’utilità soggettiva ricavabile dal decisore (Payne);
  4. minimizzare lo sforzo cognitivo per acquisire ed elaborare le informazioni.

 

Come molte ricerche scientifiche hanno mostrato, le strategie che possono essere attivate nei compiti di giudizio e di decisione sono strettamente vincolate dalla modalità con cui vengono percepiti, organizzati, elaborati e recuperati gli stimoli. Nondimeno la strategia varia a seconda del numero di alternative che devono essere considerate, oltre alla più volte dimostrata influenza di fattori individuali e contestuali.

Di fatto la realtà mostra come solo raramente le persone utilizzino strategie decisionali che implicano l’elaborazione estensiva di tutte le informazioni rilevanti; in genere, infatti, vengono utilizzate strategie decisionali più maneggevoli dal punto di vista dell’economia mentale, definite “euristiche”.

Le euristiche sono strategie decisionali semplificate che, se devono essere affrontati problemi complessi (che implicano molte alternative), limitano l’ammontare delle informazioni processate e semplificano la presa di decisione pur portando, talvolta, ad errori decisionali sostanziali.


Bibliografia
Payne, J.W., Bettman, J.R., Coupey, E., and Johnson, E.J. (1992). A Constructive Process View of Decision Making: Multiple Strategies in Judgment and Choice.
Acta Psychologica, 80, 107-141.
Rumiati R. (1990). Giudizio e decisione. Teorie e applicazioni della psicologia della decisione. Edizione Il Mulino.
Tetlock, P. E. (1987). Testing deterrence theory: Some conceptual and methodological issues. Journal of Social Issues, 43,(4), 85-91.
Tetlock, P. E., & Kim, J. (1987). Accountability and judgment in a personality prediction task. Journal of Personality and Social Psychology: Attitudes and Social Cognition, 52, 700-709.


Federica Grazioli
Questo articolo è stato gentilmente fornito dall’Università Vita-Salute San Raffaele (http://www.unihsr.it/)

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