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I vantaggi degli Etf

Gli ETF aprono al piccolo investitore un nuovo mondo di opportunità di investimento precluse fino a qualche anno fa. Il tutto in modo semplice, trasparente, lineare e con costi contenuti

di Mirco Leonelli

Come visto in una precedente puntata, esistono grandi opportunità di investimento per gli investitori che si avvicinano al mercato degli ETF. A fronte di una vasta tipologia di attività sottostanti sulle quali investire, questi innovativi fondi comuni di investimento aperti indicizzati presentano anche una serie di vantaggi, tali da attirare l’attenzione e l’interesse di un numero sempre più grande di investitori.

Tra questi, il primo che viene in mente è sicuramente l’aspetto economico. Gli ETF a differenza dei normali fondi comuni non presentano commissioni di entrata, di uscita e di performance. Le prime due vengono sostituite dalle commissioni di intermediazione che variano da banca a banca e da cliente a cliente (indicativamente siamo intorno allo 0,50%) mentre la commissione di performance, che per la verità è limitata a pochi fondi comuni, per gli ETF non è presente. La vera differenza è quindi da cercare altrove, ovvero nella commissione di gestione, che per gli ETF è sicuramente inferiore. Tale onere viene pagato in proporzione al periodo di detenzione dell’ETF ed è trattenuto ogni giorno, per la quota parte di competenza, dal gestore che la sconta direttamente nel valore della quota. Per un fondo passivo azionario si aggira nel range 0,15% - 0,60% rispetto all’1,5% - 2,5% di un fondo comune classico.

La motivazione va ricercata nella natura “passiva” della gestione degli ETF, che per definizione devono replicare l’indice benchmark e non cercare di batterlo. Gli investimenti effettuati con il denaro raccolto avvengono, infatti, attraverso procedure “meccaniche” e automatiche, senza dover impiegare ingenti risorse in ricerche e analisi dettagliate, per la scelta dei titoli migliori, ovvero quelli che dovrebbero battere il benchmark. Un costo “implicito” degli ETF, così come di ogni strumento quotato su mercati regolamentati, è da ricercare inoltre nello spread denaro-lettera ovvero nello scostamento fra il migliore prezzo in acquisto e quello in vendita. Fermo restando le differenze presenti fra i vari ETF italiani quotati ed escludendo un paio di eccezioni che vedono tale spread vicino allo 0,50%, nella maggioranza dei casi troviamo valori inferiori allo 0,10% praticamente trascurabili. Da qui il buon livello di liquidità supportata dallo Specialist, un intermediario tenuto ad esporre quotazioni in acquisto e in vendita in via continuativa, con uno spread ridotto e per quantitativi minimi prestabiliti, e da eventuali Liquidity Providers (market makers non ufficiali).

Proseguiamo nel nostro cammino, analizzando l’aspetto della negoziabilità in continua. Gli ETF sono definiti “azioni indice” in quanto, come le comuni azioni, possono essere acquistati e venduti anche durante la medesima giornata in via immediata e a prezzi perfettamente noti. Inoltre, il lotto minimo negoziabile è di una azione/quota quindi, anche dal punto di vista della somma da investire, è veramente accessibile a tutti.

Da queste caratteristiche deriva la grande flessibilità dello strumento, che lo rende adatto sia ai piccoli investitori privati che ai più grandi istituzionali, per strategie di investimento speculative di brevissimo termine così come di più ampio respiro (medio-lungo periodo).

Altro aspetto positivo, che li accomuna ai fondi comuni, è la possibilità di prendere posizioni su di un indice/settore/area geografica attraverso una sola operazione di acquisto o di vendita, con la certezza di ottenere un rendimento molto simile a quello dell’indice di riferimento e senza dovere comprare singolarmente tutti i titoli appartenenti a quel comparto.

Inoltre, ma non meno importante, va ricordato che questi strumenti consentono ai piccoli investitori di accedere a titoli sottostanti, indici e aree geografiche inaccessibili fino a pochi anni fa. Ci si sta riferendo, per esempio, della possibilità di replicare l’indice della Borsa brasiliana o di quella coreana o di accedere ai mercati delle materie prime replicando le quotazioni del petrolio piuttosto che quelle dell’oro (non sul mercato italiano però…).

Infine una precisazione: gli ETF non sono esposti ad un rischio di insolvenza (e di conseguenza non richiedono un rating) neppure nel caso in cui le società che si sono occupate della costituzione e della gestione risultino insolventi. Questo perché gli ETF quotati nella Borsa italiana hanno un patrimonio separato rispetto a quello delle società appena menzionate.

Ovviamente non è tutto oro quello che luccica.  Nelle prossime puntate capirete perché…


Mirco Leonelli   
mircoleo@libero.it

TAG: etf

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