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Da semplici obbligazioni a strumenti finanziari

Entriamo più nello specifico nella trattazione dell’argomento sui titoli obbligazionari, concentrando la nostra attenzione su quelli che costituiscono strumenti finanziari, ossia su quelli negoziabili sul mercato dei capitali

di Daniele Tortoriello

I titoli obbligazionari sono rappresentativi di un debito contratto da un soggetto emittente e contengono la promessa di restituire il capitale e pagare gli interessi. Prima dell’entrata in vigore della disciplina sulla dematerializzazione degli strumenti finanziari (soppressione della circolazione cartacea), le obbligazioni erano rappresentate fisicamente da certificati, ognuno dei quali era costituito da due componenti:

  1. il mantello, contenente le informazioni relative alla società emittente, il valore del prestito, la scadenza, le date di pagamento degli interessi, è la parte più larga del titolo;
  2. le cedole (quando previste), attaccate al mantello e costituite da una serie di tagliandi, identificabili singolarmente, che davano diritto, dietro presentazione all’emittente (il cosiddetto “stacco delle cedole”), alla corresponsione degli interessi.
I certificati rappresentativi delle obbligazioni avevano circolazione autonoma e potevano essere liberamente scambiati nei mercati mobiliari. Attualmente, a seguito dell’attuazione della dematerializzazione degli strumenti finanziari precedentemente citata, la circolazione fisica non è più prevista e il trasferimento della proprietà dei titoli avviene unicamente attraverso scritture contabili gestite da un sistema di gestione accentrata degli strumenti finanziari.

La prima fase di vita di un’obbligazione è l’emissione che è il momento in cui l’emittente delle obbligazioni (il primo venditore) vende la sua promessa sul mercato ed ottiene in cambio una somma di denaro. Questa somma rappresenta il valore (o prezzo) di emissione dell’obbligazione. Dopo questo primo scambio, chiamato appunto emissione, l’obbligazione circola tra gli investitori, i quali la scambieranno determinando il prezzo al quale avviene lo negoziazione. Questo prezzo, a cui una parte è disposta a vendere e un’altra a comprare, si chiama appunto prezzo di mercato.

Il comparto obbligazionario viene solitamente definito “comparto del reddito fisso”, in opposizione al comparto azionario, definito “variabile”, che non assicura un rendimento certo. Le azioni vengono infatti remunerate dagli utili che vengono realizzati e dai dividendi che le imprese decidono di distribuire, in modo “quasi” del tutto imprevedibile a priori. L’espressione “reddito fisso” deriva dalla struttura dei flussi di cassa che l’obbligazione permette di ottenere: i flussi, infatti, non dipendono dalla volontà del debitore/emittente, ma dai termini fissati al momento dell’emissione.

Quanto stabilito non può più essere modificato, se non con l’assenso del proprietario dell’obbligazione. L’investitore in obbligazioni sa che può far conto di ricevere quanto promesso, almeno fino a quando il debitore è in grado di far fronte ai propri impegni; si consideri che anche l’obbligazionista, seppur in misura ridotta rispetto a un azionista, corre il rischio di perdere tutto nel momento in cui il debitore risulti insolvente e questo è tanto più vero nel caso in cui si investa in obbligazioni di imprese o di debitori che si trovino in difficoltà.

Nonostante questo, possiamo comunque considerare le possibilità di guadagno per un’obbligazionista limitate ma certe, intendendo con certe la sicurezza dell’ammontare. Il discorso sulla determinatezza dei flussi è valido anche per quei titoli il cui rendimento periodico è legato a un certo parametro; infatti questo non cambia il fatto che la remunerazione sia oggettivamente predeterminata e non soggetta a valutazioni da parte dell’emittente, il quale, al massimo, si limita a calcolare le cedole, senza tuttavia mai determinarle.


Daniele Tortoriello
danitorto@hotmail.com

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