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Jesse Livermore e le memorie di un operatore di borsa

Reminiscence of a Stock Operator racconta la vita di Jesse Livermore. Un romanzo scritto da Edwin Lefèvre nel 1923. Ma, nonostante l’età, ancora ricco di conoscenza preziosa per chi opera in borsa.

di Roberto Donzelli 26 mar 2015 ore 14:07

Da questa settimana iniziamo un percorso che ci porterà a scoprire alcuni grandi libri della storia della finanza. Libri che tratteremo non solo nei loro contenuti, ma soprattutto nelle lezioni che ancora oggi possono dare agli investitori nella loro attività di investimento. Ogni libro che tratteremo sarà una pietra miliare in uno specifico campo della finanza, come ad esempio trend-following, value investing, asset allocation, ecc…
 
Il primo dei libri che trattiamo è anche il più vecchio e risale addirittura al 1923. Tuttavia, le lezioni che vi sono contenute sono senza tempo.
 
Edwin Lefèvre – Reminiscence of a Stock Operator
 
Reminiscence of a Stock Operator è un vero e proprio romanzo che racconta la vita di Jesse Livermore.
 
Jesse Livermore è stato uno dei più importanti trader della storia, parte di un mondo della Borsa e della finanza che ormai non esiste più, ma che senza ombra di dubbio ha influenzato più di ogni altro i trader e gli operatori che sono arrivati dopo di lui. Per molti versi, Livermore può essere considerato il padre del “trend following” e i più importanti esponenti di questo gruppo di operatori riconoscono apertamente questa paternità.
 
Jesse Livermore è nato nel 1877 e il libro inizia il racconto negli ultimi anni dell’800, quando il giovane Livermore, appena uscito dalle scuole di base, trova lavoro come addetto alla “tavola delle quotazioni” in una piccola società di brokeraggio. Per capire quanto lontana sia questa storia, bisogna immaginare queste piccole società come qualcosa di non molto diverso dalle attuali agenzie di scommesse dove le persone si raccolgono per scommettere sugli eventi sportivi. Allora lo facevano sui pochi titoli quotati in Borsa.
 
In ogni caso, questo ragazzo prodigio si rese conto ben presto di riuscire ad intuire i movimenti futuri delle quotazioni partendo dall’analisi delle fluttuazioni precedenti. E presto, decise di lasciare il suo lavoro “amministrativo” per iniziare la sua attività di speculatore.
 
I primi tempi in cui Jesse Livermore negoziò in questi piccoli uffici di brokeraggio furono particolarmente fortunati e a 15 anni era già più ricco di molti americani medi del tempo (circa 10.000 dollari del tempo, ossia 250.000 dollari di oggi).
 
A quel punto, però, il suo nome iniziò a circolare tra questi piccole agenzie che gli rifiutavano sistematicamente l’operatività, visto che venivano spesso sbancate da questo ragazzo. A questo punto, Livermore fece il grande passo e si trasferì a New York, dove iniziò ad operare presso una grande e professionale casa di brokeraggio, che eseguiva gli ordini alle quotazioni del momento (mentre nelle piccole agenzie lontane da New York le quotazioni arrivavano tramite telegrafo, quindi molto ritardate).
 
E qui iniziarono i problemi, perché il modo di negoziare a New York era ben diverso da quello delle piccole agenzie. E iniziano anche le lezioni per noi.
 
La prima differenza che Livermore rileva è che le piccole agenzie, per il tipo di clientela che era costituita per lo più da scommettitori squattrinati, erano molto celeri nel richiamare il margine di una posizione in perdita, creando così una sorta di stop-loss automatica. Le grandi agenzie di New York, invece, non facevano particolari problemi a tenere aperta una posizione perdente o, addirittura, estendere questo margine. Il risultato era che spesso gli operatori, compresi il giovane Jesse Livermore, aggiungevano progressivamente nuove azioni ad una posizione perdente, con il risultato di amplificare le perdite.
 
PRIMA LEZIONE PER NOI: avere sempre una stop-loss e non aggiungere nuovo capitale ad una posizione perdente. Più avanti nel libro, Jesse Livermore farà anche presente che l’operatore esperto aggiunge nuovo capitale alle posizioni vincenti, non alle perdenti.
 
Ancora, Livermore fa presente che nelle piccole agenzie il massimo capitale allocabile in ogni azione veniva limitato. Al contrario, le grandi agenzie di New York, negoziando grandi volumi, non ponevano questo limite. Il risultato fu che spesso Livermore concentrava tutto o quasi il capitale su una singola posizione. E se queste risultava perdente, i danni erano notevoli.
 
SECONDA LEZIONE PER NOI: porre sempre attenzione alla posizion sizing, cioè il dimensionamento di ogni posizione a attuare sempre una certa diversificazione.
 
Queste e altre differenze portarono Livermore a perdere tutto. E non sarà l’ultima volta. Tuttavia, come sempre farà anche in futuro, Jesse Livermore ripagò i suoi debiti e ripartì più forte di prima.
 
A questo punto il libro ci parla di un evento macroeconomico fondamentale, cioè il Panico del 1907, una crisi di liquidità che per molti versi ha delle similitudini con il crash del 2008 e comunque con altre crisi della storia.
 
Qui ovviamente non abbiamo spazio per raccontare tutta la storia, ma la spiegazione più importante è il fatto che alla fine la crisi fu risulta dall’azione di J.P. Morgan (proprio il capostipite dell’odierno colosso bancario) che in un’epoca in cui non esisteva la FED agì da vero e proprio banchiere centrale coordinando tutte le altre banche e dando un indirizzo generale di politica monetaria. In questo libro, insomma, ci viene spiegato anche come e perché nacque la FED e l’importanza della fiducia per ogni sistema monetario/finanziario, soprattutto quando molti operano a debito o con leva.
 
Ma qui arriva anche un’altra lezione importante.
 
Infatti, Jesse Livermore, che nel frattempo si era rialzato ed era tornato ad operare, inizia ad investire forte (e a leva) prima sul ribasso delle azioni durante il 1907 e poi sul successivo rialzo. L’analisi delle motivazioni è particolarmente istruttivo. Livermore prima vede delle condizioni generali che non sono più favorevoli alle azioni e poi inizia ad accorgersi che l’andamento delle quotazioni è sempre più debole. Alla fine il risultato sarà che Livermore farà una vera e propria fortuna nel crollo e poi nella ripresa e si accorge di come questo modo di operare sia ben più profittevole della battaglia quotidiana per pochi dollari di quotazione.
 
TERZA LEZIONE PER NOI: quotando le parole di Jesse Livermore, “nessuno può battere continuamente il mercato ogni giorno; i veri profitti si fanno nei grandi movimenti di medio periodo”. Livermore, che era nato e aveva fatto i primi guadagni come day-trader, si rende conto che il day-trading è un gioco perdente e che a New York quelli che fanno veramente i soldi sono quelli che operano poco e si muovono solo quando ci sono in ballo grandi movimenti di medio periodo. Ancora, questi movimenti devono trovare conferma dall’andamento delle quotazioni e non vanno anticipati. Ci si deve preparare, ma non anticipare troppo.
 
Su quest’ultimo punto, il libro ci narra un altro divertente aneddoto, quello di un certo Mr. Partridge, operatore anziano ed esperto, che durante un Bull Market riceveva dagli altri operatori della sala trading decine di consigli di vendere questa o quella azione che era cresciuta molto, in modo da rientrare poi sulla successiva correzione. La risposta di Mr. Partridge, ogni volta, era: “Non posso, è un Bull Market”. Alla fine, Pratridge spiega che, se avesse venduto, poi non avrebbe avuto più la sua posizione aperta sul titolo e a quel punto nessuno può sapere cosa succederà. Poiché in un Bull Market è più probabile che un’azione salga piuttosto che scenda anche se è già salita molto, perdere la propria posizione può significare perdere il futuro rialzo, il tutto per provare a guadagnare qualche dollaro in più nel breve periodo.
 
QUARTA LEZIONE PER NOI: Jesse Livermore dice una delle sue frasi più famose: “It never was my thinking that made the big money for me. It always was my sitting”. Cioè: i veri guadagni non sono mai arrivati dalle mie azioni di breve termine per guadagnare qualche dollaro in più, bensì sono sempre arrivati dal tenere duramente la posizione in linea con i movimenti principali. In un Bull Market bisogna essere rialzisti. In un Bear Market bisogna essere ribassisti. Non serve altro.

Per il resto, il libro è ricco di aneddoti e racconti. Livermore ci spiega anche, in modo discorsivo, i principi del suo metodo. Che non è nulla di segreto o magico, ma è la semplice individuazione di supporti e resistenze e quindi prendere posizioni decise e rilevanti sulle loro rotture.
 
Inoltre Jesse Livermore suggerisce di avere sempre rigorose stop-loss per chiudere le posizioni perdenti.
 
Tutte cose ampiamente usate oggi persino all’interno dei sofisticati algoritmi dei grandi hedge funds che fanno trading computerizzato. Ecco perché vi dicevo che Livermore è da molti considerato il padre del trend-following.
 
Altre importanti “quotations” dal libro sono le seguenti:
 
1) “Le quotazioni fluttuano sempre per qualche motivo. Ma quando la ragione della fluttuazione diventa chiara, la fluttuazione stessa è pressoché esaurita. Il compito di un operatore non è di spiegare le fluttuazioni, bensì di trarre profitto da esse. Egli deve agire sulla base delle fluttuazioni stesse, non dopo averne compreso le ragioni”.
 
2) “Il desiderio di agire continuamente e quotidianamente è la principale causa dei fallimenti a Wall Street. Non c’è motivo di negoziare quotidianamente; i profitti veri si fanno nei grandi movimenti di medio periodo”.
 
3) “Il principale nemico che un trader deve fronteggiare è se stesso”.
 
4) “Mai pensare che il mercato abbia torto e mai andargli contro”.
 
5) “Il trend generale delle azioni, cioè dell’intero mercato, è molto più importante del trend di un singolo titolo”
 
Infine, la più importante: “Non c’è nulla di nuovo a Wall Street. La speculazione è vecchia come il mondo e intrinseca alla natura umana. Quello che succede oggi è già successo in passato e succederà ancora in futuro”.
 
Conclusioni
 
Abbiamo descritto ampiamente uno dei libri più importanti di sempre. Jesse Livermore, con il suo metodo, arriverà ad avere un patrimonio di 100.000.000 di dollari dopo il crash del ’29, dove guadagnò una fortuna. Ai valori di oggi sarebbe un patrimonio di circa 1,5 miliardi di dollari, fatti tutti da solo. Al culmine della sua carriera e della sua fama, Livermore non si dedicò alle fusioni e acquisizioni, all’attività bancaria o all’investimento di capitali di terzi in cambio di commissioni. Livermore giocò sempre da solo e sempre con i suoi capitali o con quelli che gli venivano concessi a fronte dei margini versati. E non aveva decine di persone alle sue dipendenze.
 
Alla fine perse tutto e morì suicida nel 1940, lasciando un patrimonio di circa 5 milioni di dollari (il 95% in meno rispetto a quanto aveva 10 anni prima, ma comunque non male considerando che era partito da zero). Questa conclusione, infatti, non toglie nulla alla validità del suo metodo.
 
Infatti, Jesse Livermore negli ultimi anni di vita soffriva di depressione clinica e aveva problemi che andavano oltre il trading. Inoltre, come più volte rilevato, le perdite, soprattutto quelle devastanti, ci furono quando deviò dal suo metodo e dalle sue regole, mentre quando manteneva una disciplina ferrea i guadagni non tardavano mai ad arrivare.
 
Un’altra importante lezione che possiamo trarre da questa pietra miliare.
 
Roberto Donzelli
www.educazionefinanziaria.com

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