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L’evoluzione del concetto di usura nei secoli

Se come affermò il grande filosofo romano Cicerone: “Historia magitra vitae”, cioè la storia è maestra di vita, allora risulterà davvero istruttivo considerare molto velocemente come sia stato affrontato e risolto il problema dell’usura nel corso della storia dell’uomo

di Simone Galimberti 14 feb 2012 ore 14:38

È utile andare a tratteggiare a questo punto una breve panoramica sulle evoluzioni storiche del concetto di usura, al fine di bene comprendere quale ne siano le profonde ripercussioni sull’ordinamento di una qualsiasi società.

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I primi riferimenti alla pratica dell'usura si rinvengono nei testi veda dell'India antica (dal 2000 a.C. in poi), nei quali ripetutamente si definisce usuraio chiunque presta denaro contro un interesse, evidenziando un radicato disprezzo per una tale prassi.
Si noti come non si faccia riferimento all’entità degli interessi stessi, ma semplicemente alla loro richiesta, già da subito evidenziando la sostanziale differenza con il concetto moderno di usura.
Anche nella cultura classica della Grecia Antica, sommi filosofi, quali Platone ed Aristotele, condannarono esplicitamente nei propri scritti l'usura, largamente diffusa nella polis greca.

Ad es. Aristotele nell’Etica Nicomachea considerava l’usura come una categoria morale negativa, affermando senza mezzi termini come solo dal lavoro umano o dal suo intelletto potesse nascere la ricchezza, mentre quella prodotta dal denaro fosse solo dannosa (“nummus nummum parere non potest” ovvero “il denaro non può generare denaro”).

Peraltro la religione ebraica rendeva lecita l'usura, ma solo con lo straniero: “Non presterai ad usura denaro, grano o qualsiasi cosa al tuo fratello. Allo straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo fratello” stava chiaramente scritto nel Deuteronomio (23, 20-21).
Nel mondo latino non si distingueva fra “fratelli o stranieri”, essendo tale fenomeno ben radicato, tanto che il diritto romano conteneva norme atte a disciplinare la materia ed evitare, quindi, una destabilizzazione della società stessa derivante dall’usura. Ad es. nella Lex Genucia de feneratione, proposta nel 342 a.C. dal tribuno Lucio Genucio, si prevedeva espressamente che il prestito a interesse fosse proibito.
usuraSi segnalano, poi, molti altri interventi normativi nel corso dei secoli che mirarono, se non all’eliminazione della pratica dell’usura, perlomeno alla mitigazione dei suoi nocivi effetti. Ad es., il Codice Giustinianeo (529-534 d.C.), nonostante il giudizio negativo nei confronti di tale fenomeno, lo contemplò espressamente, cercando di regolamentarla.
Nel Medioevo prima il Concilio di Lione II del 1274 e poi il Concilio di Vienne del 1311 esplicitamente condannarono la riscossione di interessi a fronte della concessione di un mutuo, richiamandosi in ciò all’insegnamento di uno dei Padri del pensiero filosofico cristiano, Tommaso d’Aquino (1225-1274).


Esenti dalla proibizione di praticare l'usura furono, invece, gli Ebrei, in quanto non vincolati dal precetto evangelico di prestare senza nulla chiedere in contraccambio (Luca 6, 34-35).
A frenare gli abusi dell’usura nel 15° secolo i Francescani fondarono i Monti di Pietà o Banchi dei Pegni, istituzioni finanziarie senza scopo di lucro nate per erogare, in cambio di un pegno, prestiti di limitata entità a condizioni favorevoli rispetto a quelle di mercato.

Nel sec. XVI Calvino (1509-1564), constatando la capacità produttiva del denaro, per primo contestò la tradizionale condanna dell'usura, ritenendo immorale e peccaminosa soltanto l'esagerazione nella richiesta dell'interesse, con il che più ci si avvicina al concetto moderno di usura delle società capitalistiche. Calvino, infatti, osservava che “nessuno trova immorale che chi ha un campo o una casa li dia in affitto e ne ricavi un compenso: perché allora dovremmo ritenere immorale che, chi presta denaro, ne ricavi un interesse? Forse che il denaro non é, come il campo e la casa, una cosa fruttifera?” In maniera del tutto  consequenziale  egli sentenziava, non senza qualche ragione: “Il peccato non si ha nella usura, ma nella sua esagerazione”.

Da lì in poi l'economia nell'età moderna cominciò a considerare il problema dell'usura sotto un aspetto diverso, tanto che la Costituente francese introdusse per prima ufficialmente la distinzione tra usura e interesse, giudicando lecito quest'ultimo e regolandolo con una precisa normativa, accettata poi anche dagli altri Stati.

Ora, senza avere la minima pretesa di essere stati esaustivi, da questi brevi cenni, si può capire come il dibattito che ha animato tutte le varie fasi storiche dell’umanità sia stato vivo in materia di usura e come le soluzioni di volta in volta trovate abbiano dovuto trovare un difficile equilibrio fra interesse pubblico e privato, anche alla luce di questioni spiccatamente etiche o religiose.

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