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Investire in azioni

Se si desidera investire in azioni, occorrerà rilevare prima di tutto i rendimenti presenti sul mercato dell’ investimento obbligazionario.

di Andrea Modena

Per iniziare ad illustrare cosa significhi investire in azioni, riprendiamo un concetto espresso negli articoli precedenti.

Possiamo definire i tre fattori che determinano il rendimento richiesto da un qualunque investitore: (http://www.soldionline.it/ricerca/?index=soldionline_guide&q=andrea+modena)

1.    La preferenza intertemporale per il consumo, misurata dal tasso reale di rendimento su attività a rischio zero (tasso dei Bot )

2.    Il tasso atteso di inflazione.

3.    Il rischio associato all’investimento, cioè il cosiddetto premio per il rischio. 

Di questi tre fattori i primi due determineranno il rendimento richiesto di ogni possibile investimento. Solo il terzo fattore (il rischio) è specifico per ogni singola opportunità presente sul mercato.

In
sostanza, se si desidera investire in azioni, occorrerà rilevare prima di tutto i rendimenti presenti sul mercato dell’ investimento obbligazionario.

Cerco di spiegarmi meglio: se in un certo momento il Bot a 12 mesi rende, diciamo, l’1% lordo, è lecito aspettarsi che il BTP a 10 anni renda di più (diciamo il 3% lordo), poiché mi deve “ripagare dalla scocciatura” di rinunciare ai miei soldi per più tempo, ossia mi deve ripagare  dell’incertezza del valore futuro dei miei risparmi in termini di potere d’acquisto.

Se poi decido di prestare i miei risparmi ad una azienda (acquisto obbligazioni corporate) e non ad uno stato sovrano (obbligazioni governative), a parità di scadenza, dovrò richiedere un maggior rendimento, diciamo un bel 5%, poiché per definizione (ed almeno in teoria), uno stato sovrano di “prima economia” è più affidabile di un’ azienda.

Ecco che, in questo esempio, il premio al rischio dell’investimento obbligazionario è pari al 2% all’anno per 10 anni (il 5% dell’obbligazione corporate meno il 3% del BTP).

Ma cosa dovrebbe spingere un individuo a diventare socio di un’azienda acquistando le sue azioni, invece di prestarle semplicemente i soldi? La riposta, semplificando un po’, è semplice: un imprenditore (ed i suoi soci azionisti) quando inizia la propria attività, mette in parte denaro proprio (mezzi propri) e in parte denaro di terzi (di banche e obbligazionisti). Gli utili futuri dall’azienda dovranno dunque essere superiori agli interessi corrisposti ai creditori e al mancato rendimento di investimenti alternativi che l’imprenditore stesso (e i suoi soci) avrebbe potuto effettuare: nessun imprenditore sano di mente porterebbe avanti la propria azienda senza avere la ragionevole certezza, almeno nel lungo periodo (per questo abbiamo fatto il paragone di scuola sui 10 anni), di ripagare i debiti e di avere più denaro in tasca di quando ha iniziato l’avventura.

Ed è qui che viene il bello: della riuscita dell’avventura imprenditoriale non vi è alcuna certezza e, in caso di fallimento, i soci perdono tutto quanto investito, mentre i creditori obbligazionisti non è assolutamente detto che seguano la stessa sorte, perché più garantiti dalla legge. Per essere ripagato durante questa avventura incerta, ma ragionevole, allora l’azionista socio vuole un rendimento (premio per il rischio) superiore a quello dell’obbligazionista.

Nel nostro esempio, supponiamo che l’investitore voglia un ritorno del 7% all’anno per i prossimi dieci anni, rispetto al prezzo che ha pagato per diventare socio dell’azienda. E’ sufficiente dunque che l’investitore sia in grado di analizzare nel tempo se l’azienda sarà in grado di portarsi a casa dal suo business l’utile richiesto e con che livello di probabilità.

Tale analisi tuttavia non è per nulla semplice: immaginatevi quante sono le variabili endogene ed esogene che possono influire sull’andamento degli utili aziendali: comportamento dei concorrenti, gestione delle scorte, gestione dell’indebitamento, politica dei dividendi, fidelizzazione della clientela e politiche di marketing, innovazioni di prodotto e processi produttivi, andamenti economici globali, andamenti valutari, per citarne solo alcuni.

Il metodo sopra descritto per valutare la profittabilità di un titolo azionario, illustrato se volete in modo poco accademico, ma a mio modo di vedere più immediato, è solo uno dei possibili; ve ne sono altri che risultano essere altrettanto complessi per i non addetti ai lavori.

E’ per questo motivo, ossia per la complessità della materia, che l’investitore non professionista dovrebbe, a nostro parere, tenersi alla larga dall’acquisto di titoli azionari ed affidarsi a strumenti di risparmio gestito ben selezionati.

Andrea Modena
andrea.modena@email.it

www.myadvice.it

Commenti dal 1 al 1
(1)

Vittorio E. lunedì, 4 gennaio 2010

strumenti di risparmio

caro Andrea, sottoscrivo tutto. Ovviamente a chi (c'è stata dentro anche la mia famiglia) si è trovato a sottoscrivere bonds Cirio, Parmalat per restare sulle corporate o  Argentina per passare agli Stati sovrani, facciamo un altro discorsetto. Tenendoli fermi in due o tre perchè sennò ci mordono.
Il problema dunque sta proprio nell'ultima frase, che ritengo andrà da te spiegata nelle prossime due/trecento puntate: <come faccio a scegliere bene?>
e a questo punto bisogna parlare di cultura, spiegare che non si puo' delegare ciecamente ad altri il nostro destino. Sia esso politico, familiare o ... appunto economico finanziario.
d'atra parte se impieghiamo una vita per guadagnare due soldi, è altrettanto da attendersi che si investa qualche ora per farci un minimo di cultura in merito.
cosi' quando lo sportello titoli ci dirà <compri queste Argentina, dottore ! tanto gli stati non falliscono ... e poi interviene l'America...> magari avremo qualcosa da rispondere prima di tirar fuori la penna.
dai va avanti, bravo !

n° 1
andrea modena lunedì, 4 gennaio 2010

R: strumenti di risparmio

Grazie pr il commento Vittorio! Delegare totalmente mai...capire sempre. Le questioni sui bond sono ampiamente riportate sulle puntate passate, ma il concetto non cambia. Paradossalmente oggi inoltre sono + solide le multinazionali che non tanti stati sovrani di prima economia.

da

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