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Lezione n.2: la programmazione comunitaria

I piani quinquennali di staliniana memoria fanno un baffo all’Unione europea. A Bruxelles si è deciso che la pianificazione si articola di sette anni in sette anni. In realtà, a parte le facili battute, la mancanza di una cultura della pianificazione a lungo termine è da sempre un deficit della politica economica italiana, quindi ben venga una visione che vada oltre il ristretto orizzonte delle scadenze elettorali.

Abbiamo visto che ciascun bilancio annuale dell’Unione europea fa parte di un piano di spese a lungo termine, detto “quadro finanziario” della durata di 7 anni, che permette all’UE di pianificare programmi pluriennali. Quello attuale copre il periodo 2007-2013. Tutti i programmi di finanziamento, di qualunque genere essi siano, a prescindere dall’oggetto e dai possibili beneficiari, si collocano nel contesto della programmazione 2007-2013.

La programmazione europea concorre al conseguimento delle priorità politiche dell’ Unione europea, declinate sulla base dei seguenti obiettivi strategici: 1. promuovere la crescita e l’occupazione, 2. accrescere la competitività dell’Europa e stimolare l’innovazione, 3. sostenere lo sviluppo economico e la prosperità in tutte le regioni europee, 4. promuovere la solidarietà dell’Europa allargata a 27 Stati membri. In corrispondenza degli obiettivi strategici sopra richiamati, per il settennio2007-2013 l’UE stanzia fino a 975 miliardi di euro, e concentra gli interventi nei seguenti ambiti di intervento prioritari: 1. crescita sostenibile, competitività e coesione(fino a 433 miliardi di euro) 2. risorse naturali(fino a 416 miliardi di euro) 3. libertà, sicurezza e giustizia(fino a 7,5 miliardi di euro) 4. cittadinanza (fino a 4,6 miliardi di euro) 5. l’UE quale partner globale(fino a 55,9 miliardi di euro).

E facile constatare che le voci della programmazione settennale corrispondono a quelle dei singoli bilanci annuali. Si tratta, è evidente, di obiettivi tanto alti quanto generici e tutto sommato vaghi. Ma è proprio attraverso la declinazione in programmi e sottoprogrammi di finanziamento che gli lo stanziamento di fondi su base pluriennale si traduce in politiche concrete.

Tra parentesi: se la legge finanziaria è quella decisiva per qualsiasi governo, perché stabilisce la ripartizione delle risorse disponibili, per il governo europeo la leva del denaro è ancora più decisiva. Questo perché, nonostante che l’attività normativa nazionale sia sempre più vincolata da quella comunitaria, l’Unione europea non ha nessun vero strumento di governo diretto del territorio. Nella nostra quotidianità le espressioni del governo del territorio, a diversi livelli, ci ricordano spesso la loro presenza, anche fisica: dalla prefettura all’agenzia delle entrate, dagli uffici della provincia a quelli regionali, dalla guardia di finanza alla polizia municipale. Nulla di tutto ciò accade con l’Unione europea, e questa distanza dal cittadino si traduce anche in un deficit di legittimità.

E’ questo un punto non secondario. L’impresa che voglia accedere a un finanziamento europeo farà bene a mettersi in quest’ottica: dietro ogni euro che la l’Europa concede c’è un obiettivo politico che intende raggiungere. Capire in che direzione va la Commissione europea è già un buon passo per capire se i propri progetti rientrano nelle priorità finanziate da Bruxelles. Non solo: bisogna anche mettersi nell’ottica che le sovvenzioni europee perseguono obiettivi… europei. Vedremo meglio nelle prossime puntate cosa significa.

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