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L’ora dell’auto ecologica

mercoledì, 23 settembre 2009

Questa stagione di “saloni dell'auto” si apre con un’evidenza assoluta: l'auto elettrica costituisce il futuro dell'industria automobilistica e del trasporto. Silenziose, inquinanti ai livelli minimi, queste auto rappresentano ciò che utilizzeremo noi un domani per muoverci in città, per viaggiare, per percorrere quelle reti stradali costruite in secoli di civiltà.

Fa specie come i prototipi presentati nelle ultime fiere auto di fatto utilizzino tecnologie disponibili già da 20 anni, solo lievemente ottimizzate, che rendono possibili velocità superiori ai 100km/h e consentono autonomia di circa 150Km; quelle poche secondarie aziende che negli ultimi due o tre anni si sono concentrate su questo tipo di mobilità hanno rapidamente portato le velocità a 200Km/h circa e l'autonomia a 400/500Km; tali auto sono già in commercio a prezzi non astronomici, nonostante la loro diffusione non sia enorme, poiché le aziende che le producono sono secondarie, di piccole dimensioni e quindi hanno mezzi di marketing e produzione limitati.

In conseguenza dei loro successi, dette aziende sono già nel mirino delle majors; in alcuni casi si sono già sposate con queste, che hanno così potuto approfittare (vedi Mercedes-Benz) di quanto da loro realizzato, compensando in un solo colpo il disinteresse incredibilmente dimostrato in questi decenni.

Quanto scritto sopra dimostra che se negli ultimi venti anni le majors si fossero impegnate in ricerca invece che in marketing e far cartello, avremmo già da anni auto non inquinanti di vario genere; ciò che è stato prodotto in pochi anni e sarà prodotto in futuro era possibile già da un decennio abbondante, se vi fosse stato lo sforzo delle aziende o almeno l'imposizione dei governi sulle stesse.

Le aziende del settore, di piccole dimensioni e tecnologicamente avanzate, sono tutte californiane. Cosa ha, dunque, fatto esplodere l'appeal di queste auto, rendendole improvvisamente interessanti anche in termini industriali e commerciali, anche se sinora non lo erano?

La molla scatenante è stata certamente il “global warming” e la campagna di Al Gore, seguita, incredibile ma vero, dallo stimolo che la California del governatore Schwarzenegger ha dato all'industria dell'auto americana costringendola a passare dalla preistoria alla modernità, imponendo dei limiti stringenti per l'inquinamento da auto.

A questo ha seguito la campagna politica di Obama, il quale ha preso al volo i due suddetti input e ne ha fatto un - ovvio dal mio punto di vista (ma i politici pare preferiscano far da codazzo alle lobbies che prendere decisioni giuste)- life motiv della sua campagna elettorale, prima, e ora vettore di sviluppo nazionale.

Un altro fattore è da ritenersi fondamentale, anche solo sotto il profilo del timing dell’evento, ovvero il boom del petrolio, che ha visto raggiungere quotazioni di quasi $150 nell’estate 2008, spinte in primis da una forte speculazione che, per una volta, è stata perfettamente ricostruita e individuata in Goldman Sachs.

Di fatto l'esplosione dei prezzi del petrolio, e quindi dei carburanti, ha reso sensibile per una volta l'opinione pubblica ad una tematica ecologica, anche se non per motivi ecologici in se per se, ma per motivi economici (appunto!); ha provocato nel consumatore una ferita aperta ed un senso di vulnerabilità, facendoli sentire totalmente alla mercè del prezzo della benzina. Ciò ha da subito generato un primo fenomeno di reazione, il cosiddetto downsizing: i compratori avevano modificato il loro approccio nell'acquisto delle auto, optando per una diminuzione delle cilindrate a parità di modello.

Se in Italia il prezzo dei carburanti è poco elastico per via della scarsa azione della politica sulle lobbies petrolifere (in primis Eni, che contribuisce con i suoi utili ad alleviare il peso fiscale sui contribuenti) e delle elevatissime tasse applicatevi, in altri Stati, vedi USA, il prezzo degli stessi, oltre ad essere notevolmente inferiore, è anche molto più soggetto all'influenza del costo delle materie prime sottostanti, e quindi la percezione del legame diretto tra prodotto grezzo e prodotto da consumo, è assai elevata, così anche nei paesi in via di sviluppo.

Di fatto quindi abbiamo assistito ad un evento raro, certamente non desiderato dai loro promotori:
per una volta una lobby, quella finanziaria, ha determinato con i suoi eccessi e la sua avidità, la normalizzazione e la creazione di un fenomeno virtuoso, seppure involontario, tardivo e pretestuoso (perché si è fatto della tematica ecologista una motivazione commerciale in linea con la recessione) nell'industria automobilistica, determinato dal catalizzatore Goldman Sachs, la lobby delle lobby, ovvero il settore finanziario USA, che ha così aiutato lo spirito democratico pur essendo l'anima di quello conservatore.

Domenico Laruccia

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Commenti dal 1 al 1
(1)

antonio mercoledì, 23 settembre 2009

era ora...

superba e brillante deduzione.
Ma non vi siete domandati ancora: da quanto tempo ci ha lasciati la buonanima dell'avvocato?
Ricordiamoci che in Italia chi a dettato lege era proprio lui.

n° 1
domenico laruccia venerdì, 25 settembre 2009

R: era ora...

Fioat è molto indietro nell auto elettrica, pertanto Giovanni Agnelli non dovrebbe avere relazione alcuna con questo fenomeno. La Fiat punta al momento sul multiair e sul natural gas e sta lentamente adeguandosi alle altre aziende con l elettrico e ibrido, ma è indietro proprio perchè non punta ancora su questo settore.

da

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