L'export delle aziende italiane in Viet Nam
martedì, 15 dicembre 2009
La scorsa settimana si è tenuto a Roma il Business Forum tra Italia e e Viet Nam. All’appuntamento hanno partecipato: il presidente di Confindustria Marcegaglia, il Ministro dello Sviluppo Economico Scajola, il leader vietnamita Triet e alcuni suoi ministri. Per quanto riguarda le aziende italiane sono state 145 a partecipare al Forum, mentre quelle vietnamite sono state 90. Questo vertice è succeduto a quello del novembre 2008 dove sono stati presi diversi accordi tra le varie istituzioni italiane (Sace Abi, Simest, Ice) e le corrispondenti istituzioni vietnamite, come per esempio la SCIC, (State Capitale Investiment Corporation,) l’azienda governativa che promuove le privatizzazioni in Viet Nam. In questo vertice sono stati ribaditi gli ottimi rapporti tra i due paesi, sia dal punto di vista politico che economico.
Il Viet Nam è un Paese che sta attraversando una evidente crescita economica. Questo dato lo si può rilevare dall’ingresso nel 2007 del Paese asiatico nel WTO (World Trade Organizzation), che lo ha portato a diventare destinazione attraente degli investimenti esteri di molti Paesi tra cui l’Italia. Le imprese che investono in Viet Nam toccano tutti i campi del made in Italy come meccanica strumentale (relativa a plastica, gomma, tessile, calzature, legno, alimentare, pietre, ceramica); beni di consumo (tessile, agro-alimentare, cosmetica, lusso); biomedicale, chimica, infrastrutture.
Le principali aziende che operano nel Paese asiatico sono: Piaggio è l’azienda che investe di più nel promettente mercato vietnamita, la produzione attesa è di 100 mila Vespe all’anno; il gruppo Danieli che ha firmato in questi giorni una joint venture 20% italiana, 80% vietnamita) con la impresa pubblica Vietnam Steel. Un ulteriore insediamento industriale di notevole importanza è quello della Perfetti Van Melle, leader mondiale nella produzione di caramelle e gomme da masticare che nel paese ha due impianti produttivi con 1.500 addetti. Importante anche la presenza di Merloni Termo Sanitari con uno stabilimento di 6 mila metri quadrati nel parco industriale di Thien Son. Ricordiamo infine anche importanti aziende come Segis, Mapei, Metecno, Mastrotto, Cir, Bontifiglioli, Ferroli, Pecorini, Kluger International e Gritti da tempo molto attive nel paese con i loro stabilimenti produttivi.
Le ragioni per investire in Viet Nam sono moltissime. I recenti accordi che l’Afta (Association East Asian Nation Free Trade Area) e il Viet Nam hanno fatto in materia di liberalizzazione, hanno implicato la riduzione del 5% dei dazi di oltre 10 mila articoli, con la prospettiva entro il 2012 della eliminazione di tutte le restrizioni quantitative e barriere non tariffarie. Un altro aspetto molto importante che incentiva gli investimenti italiani nel settore manifatturiero, è la presenza di parchi industriali dove vengono applicate imposte sul reddito ad aliquota inferiore, e incentivi per le aziende che investono nelle zone più povere del paese, senza contare tutte le varie esenzioni fiscali sulle tasse di importazione per le aziende che vogliono delocalizzare nel paese asiatico le loro linee di produzione. Oltre a tutti questi vantaggi di carattere fiscale ed economico c’è anche un altro vantaggio di carattere demografico. Il Viet Nam ha una popolazione di 86 milioni di abitanti, di giovane età, e quindi in futuro potrà sempre di più diventare un mercato appetibile per i prodotti del made in Italy.
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ottimo
interessante questo articolo..pure io sono amante di geopolitica ed economia.in vietnam ho investito tramite un etf e devo dire che qualche soddisfazione mè l'a data.non dimenticare che l'inglese è diffuso e questo non conta poco..direi che assomiglia in questo all'india..
la verita ci fara male
Solita storia,si va a sfruttare un popolo facendo passare il tutto per progresso.Nel mio distretto,calzature,non fanno altro che licenziare e portare tutto in tunisia,turchia romania....DOMANDA,ma io capisco che avere operai gratis che non rompono senza tutele è una manna per l" imprenditore ma quelle scarpe io non le posso comprare perche disoccupato ,lui non puo perchè prende qualche euro al giorno,chi le comprà??Perchè le scarpe non costano la metà visto che grazie allo sfruttamento di questi popoli le pagano un decimo??La mia idea è,caro alberto,che questo sia l" inizio della fine perchè noi non possiamo consumare come prima per mancanza lavoro,i popoli dove delocalizzano nemmeno,perchè servono schiavi non operai!!





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