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L'export dei distretti industriali italiani

venerdì, 23 aprile 2010

I risultati dell’export dei distretti industriali italiani degli ultimi trenta anni sono stati caratterizzati principalmente da due fattori. In primis la questione della delocalizzazione dei fattori produttivi iniziata negli anni novanta e legata alla relazione tra i processi di produzione e il luogo in cui queste attività si realizzano. L’altro fattore è determinato dall’internazionalizzazione e penetrazione dei prodotti italiani nei mercati esteri. La sfida dei distretti industriali è quella di saper conciliare la propria origine territoriale, basata sul valore della diversità e della specificità, con le esigenze di crescita e di sviluppo su scala mondiale.

L’internazionalizzazione dei distretti industriali italiani è iniziata alla fine degli anni settanta in seguito alla crisi petrolifera,  in cui il prezzo del petrolio è salito alle stelle, mettendo in ginocchio il sistema delle grandi aziende italiane, causando l’aumento del costo delle materie prime, costo del lavoro e l’inflazione galoppante. Il sistema dei distretti industriali (100 distretti circa) distribuiti in quasi tutte le regioni italiane, comprende piccole e medie aziende concentrate in un piccolo spazio con particolare riferimento al rapporto tra la presenza delle imprese (specializzate in un determinato tipo di prodotto) e la popolazione residente. Le Pmi (circa il 90%  delle imprese italiane) sono state toccate solo in parte dalla crisi di quegli anni, perché a differenza delle grandi aziende non hanno accumulato un grosso indebitamento nei confronti del sistema creditizio. Superata la crisi,  i distretti industriali hanno iniziato  a esportare i loro prodotti in tutto il mondo.

Con gli anni novanta, per le aziende dei distretti industriali è iniziata la fase della delocalizzazione. Le attività di produzione venivano  trasferite, alcune aziende spostavano le loro reti di fornitura o sub-fornitura, nei paesi emergenti dove c’è abbondanza di manodopera e a costi limitati. Le ragioni di questo cambio di politica aziendale sono state molteplici. Innanzitutto  in quegli anni è iniziata la liberalizzazione dei mercati, derivata dalla globalizzazione che ha portato alla concorrenza nei mercati internazionali dei paesi emergenti, i quali producono a costi bassissimi (basso costo del lavoro, fiscalità, materie prime), rendendo le loro merci  molto vantaggiose nei mercati mondiali. I distretti italiani  dagli anni novanta fino al 2001 hanno fatto dell’export (168%) del made in Italy il loro punto di forza, attraverso l’ottima qualità dei suoi prodotti.  Per mantenere la loro posizione di mercato molte aziende hanno deciso la politica della delocalizzazione abbattendo così i costi concorrenziali, per rimanere vincenti nel mercato. Inoltre nel 2001 con l’ingresso della RPC (Repubblica Popolare Cinese) nel WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio),  sono emerse le asimmetrie  sulle regole  del costo del lavoro,  che hanno portato i prodotti cinesi (a basso costo), ad essere più competitivi nei mercati internazionali, e specialmente nei confronti delle imprese italiane, le quali  hanno visto nella delocalizzazione di parti della produzione, la soluzione migliore per vincere la concorrenza, anche se l’export dei distretti dal 2001 al 2005 è calato del 13,8%.

Con la crisi economica globale scoppiata nel 2007, la situazione è cambiata per le aziende dei distretti industriali italiani. L’aumento  del prezzo del petrolio, i costi logistici, costi di trasporto, e la scarsa qualità della lavorazione nei paesi terzi, hanno portato alcune aziende a  cambi di strategia, riportando in Italia fasi del processo produttivo precedentemente delocalizzati all’estero. Per meglio capire questo cambiamento di strategia, bisogna analizzare i comportamenti delle aziende di alcuni settori ( per es. moda e mobili) dei distretti industriali. La tendenza negli ultimi anni del settore moda e mobili è quella di diminuire la produzione all’estero, anche se il loro sistema di delocalizzazione è sempre stato più improntato verso l’utilizzo di  reti di fornitura o sub-fornitura, nei paesi emergenti. Uno dei fattori che maggiormente ha contribuito a questo cambio di tendenza è stato sicuramente  l’ingresso nel mercato italiano di aziende cinesi, che hanno messo in crisi  “il sistema distretto”, basato sulla qualità del prodotto e dalla presenza delle aziende sul territorio. Un’altra ragione importante è sicuramente quella della diminuita collaborazione con la governance locale, e con le politiche della formazione scolastica, che ha dato la possibilità  di creare quel valore aggiunto tipico del sistema dei distretti industriali, che ha permesso alle giovani generazioni di imparare un lavoro di alta qualità La politiche di delocalizzazione utilizzate in questi anni, hanno di fatto ridotto la capacità di produrre di ogni singola azienda di questi distretti, ma anche di tutte quelle imprese  collegate del settore.

Negli ultimi due anni a causa della crisi economica globale, l’export dei distretti industriali italiani è di fatto diminuito. Sono stati soltanto 17 i distretti (3 settore moda, 2 settore meccanica, 3 settore casa, 5 settore alimentare, 2 settore gomma)  che sono risultati con un export positivo alla fine dello scorso anno. Sicuramente il ritorno alla localizzazione della produzione sul territorio e alla rivalutazione dei prodotti di alta qualità del made in Italy, porteranno di nuovo a degli ottimi risultato l’export dei distretti italiani.

da

Soldi e Lavoro

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