Quando le dottrine son miti
mercoledì, 9 settembre 2009
Il professor Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera, sostiene acutamente che le dottrine politiche contengono sia un “elemento descrittivo” sia una componente “prescrittiva”: vale a dire che esse non descrivono soltanto la realtà, ma mirano a cambiare il corso degli eventi in base alle loro prescrizioni, alle loro ricette. Come dice Edgar Morin, anche il mito “è parte della realtà umana” e “quando una teoria si chiude davanti al reale diventa dottrina”. Allora tre domande diventano fondamentali: 1) quanto sono diventate “mito” le dottrine politiche ed economiche che oggi ci ispirano? 2) Quanta distanza – Rousseau parlava addirittura di “divorzio” – tra il”parere” e l’“essere”? 3) Quanti fiaschi nel teatro d’opera della realtà? Guardiamo a tre ambiti: politica, economia e diritto internazionale.
Politica: Basta aprire l’opera The democracy sourcebook, il libro che contiene la summa analitica sulla democrazia contemporanea (edito da Robert Dahl, Ian Shapiro e Josè Cheibub) per scoprire che una democrazia contemporanea “reale” (par la spiegazione del termine rimando a Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Bologna 2004) deve soddisfare le seguenti caratteristiche: libertà di organizzazione, libertà di espressione, diritto di voto, fonti alternative di informazione (linea teorica che ha un filo diretto con l’analisi di Alexis de Tocqueville, XIX secolo), elezioni libere ed eque (l’economista Schumpeter parlava di “democrazia procedurale”). Secondo il filosofo politico David Held (prendo il suo esempio tra i tanti), inoltre, in una democrazia degna di questo nome colui che è chiamato a governare deve rendere conto del suo operato al parlamento e all’opinione pubblica. Si usa a questo proposito una parola inglese: accountability, parola che secondo Held è una “key idea”, un’idea chiave per la democrazia. (Held segue qui la linea tradizionale di Benjamin Constant, il quale differenziava le democrazie dirette “degli antichi” da quelle parlamentari ed elettive “dei moderni”).
Economia: Adam Smith non scrisse soltanto La ricchezza delle nazioni – una cui lettura parziale e storpiata pareva legittimare una cinica realpolitik economica – ma scrisse anche la Teoria dei sentimenti morali, opera nella quale sosteneva che gli uomini non hanno solo sete di inimicizia, ma hanno soprattutto sete di cooperazione. Smith parla di “sympathy”, seguendo l’esempio del Common sense scozzese che da David Hume rimanda fino a Tom Paine, ispiratore dei padri costituenti americani. Gli uomini collaborano, hanno la possibilità di mettersi l’uno nei panni dell’altro. Il presidente americano Woodrow Wilson, che prima di salire i gradini della Casa Bianca era stato politologo e rettore di Princeton, dedicò tanta parte della sua opera liberale a dire che non dovevano esserci monopoli economici e che ad ogni cittadino dovevano essere date le stesse possibilità di partenza: come per gli atleti in una gara dei 100 metri, dove le partenze false devono essere adeguatamente punite. Una prima volta passi – ma con la gogna mediatica! – la seconda volta te ne vai, sei fuori gioco. Mi pare che oggi, più che queste teorie di cooperazione economica basica, si studi la guerra dell’economia, si contempli sempre e comunque l’arena avversariale. Dove possiamo precipitare ce lo ha dimostrato il 2008. Continuiamo pure così. Ecco una fonte interessante sugli studi strategici in economia e su aggressività e finanza.
Non è forse il caso di interrogarci tutti sull’oblio delle componenti basilari della civiltà occidentale? (M.B.)
Mattia Baglieri
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Occidente
Complimenti per l'articolo, davvero originale. Io però non parlerei della politica, dell'economia, e del diritto internazionale come componenti basilari della civiltà occidentale ma se mai come derivati del dibattito religioso e filosofico che ha attraversato la storia dell'occidente
R: Occidente
Beh, "filosofico", lo accolgo; invece su "religioso" ho qualche perplessità... Effettivamente c'è la tradizione di Samuel Huntington (Lo scontro di civiltà) secondo cui la democrazia sia favorita in Occidente perchè c'è la religione cristiana, però mi sembra una tradizione criticatissima e molto peregrina. Basti pensare ai fischi che si è preso Buttiglione quando ha parlato di "radici cristiane" e che hanno fatto vacillare non poco i primi giorni della Commissione Barroso, portando poi alla cacciata di Buttiglione stesso. Poi è vero che de Vitoria (cattolico) ha dato un contributo fondamentale al diritto internazionale, però la sua dottrina è abbastanza contraddittoria. Non so, sono perplesso su "religioso".
Grazie mille per i complimenti!! E complimenti anche a te per il tuo bello ed interessante blog ;)





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