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Apologia del pessimismo

venerdì, 23 ottobre 2009

Leggere su un settimanale come L’Espresso (la cui linea editoriale è notoriamente vicina al centrosinistra) un articolo economico che incita all’ottimismo in tempi di crisi è già un’esperienza rara. Mi riferisco all’articolo dell’economista venezuelano, caporedattore di Foreign Policy, Moises Naim che potete leggere qui: http://cultura.cronacacity.com/?p=475. L’articolo si intitola “Il bello dell’infarto” e all’occhiello riporta: “Cinque ragioni valide per essere ottimisti”.

Generalmente io tendo a vedere il bicchiere mezzo pieno, ma mi corre obbligo criticare affermazioni quali: “Gli infarti aiutano a cambiare le abitudini. Niente di meglio di un bell’infarto per smettere di fumare – soprattutto se si sopravvive. L’economia mondiale ha subito un doloroso infarto. Soffrirà ancora molto, ma nell’uscire dalla crisi sarà obbligata ad adottare abitudini più sane e sostenibili. Si ribilancerà l’equilibrio tra Stato e mercato; si metteranno sotto controllo alcuni eccessi e si correggeranno le distorsioni macroeconomiche. La dieta imposta sarà molto rigida e il paziente resterà debole per un certo tempo. Cadrà nuovamente nella tentazione di riprendere a fumare e a mangiare male, ma il ricordo dell’infarto limiterà il rischio che riprenda le cattive abitudini che lo hanno quasi ucciso”.

Mi corre l’obbligo fare l’avvocato del pessimismo, allora, se un rigido manicheismo ci divide tra idealisti e realisti. Forse che abbiamo imparato qualcosa dalla storia? Il mondo non ha forse vissuto una crisi distruttiva del capitalismo ottant’anni fa? Non si sono forse verificati nel mondo occidentale e nel mondo colonizzato esiti politici devastanti in seguito a quei crolli? Oggi si tende a dimenticare in fretta la storia, il mondo “accelerato” della globalizzazione che denunciano Manuel Castells e David Held ci fa scordare tutto.

È soddisfacente la ricetta istituzionale, a livello di istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea in tempi di recessione? Numerosi paesi dell’UE (tra questi, come solito, l’Italia) sono oggigiorno monitorati e sotto “procedura” per la fuoriuscita dai “criteri di Copenhagen”, ma quale è l’idea politica che aiuta gli Stati membri a fuoriuscire da questo pantano? Diciamoci la verità: in questi dickensiani hard times si è lasciati soli. Nel 1936 c’era un bravo John Maynard Keynes per i paesi democratici. E oggi? Chi si profila all’orizzonte? Quale teoria di irrobustimento dell’economia, se non la creatività di ciascuno?

Giunge oggi la notizia che la Conferenza sul Cambiamento climatico impegna l’Europa a una riduzione minima dell’80% delle emissioni di CO2 entro il 2050. Due critiche sarcastiche e pessimiste (forse realiste!):
  1. perché non posticipiamo di ancora qualche anno i mutamenti epocali? Non è che differiamo le ambizioni a tempi da futuro anteriore perché sappiamo già in partenza, già ex ante di non poterli rispettare?
  2. l’UE si è espressa a favore del cambiamento di Copenhagen, eppure sarà necessario l’accordo di tutti i ministri dell’Ecofin, cioè i ministri dei 27 paesi che sono membri dell’Unione? Naturalmente i paesi a più basso reddito richiedono finanziamenti economici? Siamo pessimisti se fin d’ora pronostichiamo cavilli?

Speriamo di no. Altrimenti patirà il principio di sostenibilità ambientale in nome della vecchia Realpolitik. E nessun economista potrà convincerci della piacevolezza dell’infarto economico.

Mattia Baglieri

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Commenti dal 1 al 2
(2)

Dany venerdì, 23 ottobre 2009

Delle differenze fra infarti e crisi globali

Credo che il ragionamento dell'articolo, basato sul paragone fra crisi ed infarto, sia mal posto per cinque ragioni, che illustro sinteticamente nei due casi
1) L'infarto è un evento fisiologico deterministico (occlusione di una coronaria) e le cui cause sono probabilistiche (impossibile imputare al solo stile di vita le ragioni dell'infarto)
2) L'infarto colpisce un individuo singolo e non è contagioso
3) Il protocollo medico nel trattamento dell'infarto è noto eppure non sempre porta alla cura del paziente
4) Il recupero del paziente infartuato è lungo e richiede pazienza e disciplina
5) I comportamenti del paziente post-infarto dipendono esclusivamente dalle sue decisioni (smettere di fumare, mangiare in modo più sano etc.)

Vediamo questi cinque punti, applicati alla crisi:
1) La crisi economica è un fenomeno non probabilistico, nè deterministico. Questo per il fatto che i valori su cui è effettuata la misura dei paramentri sono frutto di convenzioni e le cui interpretazioni sono soggettive.
2) La crisi colpisce molti individui ed è contagiosa.
3) Il protocollo per curare una crisi economica non è replicabile per la crisi successiva, perchè ciascuna di esse è "un caso clinico unico" che dipende da fattori e cause ogni volta misurati in modo differente.
4) Si cerca di affrontare la crisi con palliativi e provvedimenti di corto respiro, senza avere la pazienza, il coraggio e la disciplina di mettere in piedi cure di ampio e profondo respiro.
5) Cambiare il comportamento dell'economia globalizzata richiede la volontà di molti, in particolare di quelli che della crisi sono gli artefici e i maggiori beneficiari. PEr spingere il paragone: perchè il tabaccaio dovrebbe smettere di vendere sigarette, se un suo cliente ha avuto un infarto? Chi ha ricevuto il danno della crisi, cambierà certamente il suo modo di comportarsi, ma chi se ne è avvantaggiato se ne guarderà bene.
L'economia globalizzata non si cambia, se non lo vuole una percentuale consistente del mondo economico.

Scusate la prolissità eventuale.... ;)

n° 2
Mattia domenica, 25 ottobre 2009

R: Delle differenze fra infarti e crisi globali

Mi pare di capire che, per fortuna, non sono critiche al mio pensiero, bensì a quello originario di Naim! o sbaglio?

Dany lunedì, 26 ottobre 2009

R: R: Delle differenze fra infarti e crisi globali

Non le chiamerei nemmeno critiche, semplicemente non condivido l'assunto dell'Articolo di Naim.
Rispetto il pensiero perchè è diventata merce rara, troppo spesso si parla senza dire niente e solo per crogiolarsi nel suono della propria voce.

Per quanto riguarda il suo articolo, egregio Mattia, sono come lei un ottimista, a tratti smodatamente ottimista.
Come dice un vecchio adagio (Seneca): la fortuna non esiste, esiste solo l'incontro fra il talento e l'opportunità.
Seguendo questa filosofia, le allego le mie personalissime definizioni:
Pessimismo = andrà male ... e non riuscirò a combinare niente
Ottimismo = qualunque cosa accada troverò il modo per trarne vantaggio.

Le domande economiche che fa nel Suo articolo, credo che otterranno risposta solo fra una decina d'anni, quando potremo guardare a questa crisi con l'occhio obiettivo di chi non è più coinvolto.
Personalmente ritengo che, come sempre, ci saranno tanti che avendo pensato in modo ottimistico usciranno dalla crisi prima degli altri e meglio in arnese. Tanti altri si abbandoneranno alla corrente ululando alla luna, forti del fatto che le loro pessimistiche previsioni si sono avverate.

Chiudo questo nuovo verboso intervento segnalando che tutti i soloni dell'economia fanno a gara a generare "ricette anticrisi"... e se il motivo della crisi fossero proprio radicate nel modo che questa società ha di rapportarsi con il denaro e con il benessere più in generale?

Mattia venerdì, 23 ottobre 2009

Precisazione

Preciso solo che anche la Conferenza sul Climate Change si è tenuta nella stessa città di Copenhagen, capitale che ritorna in questo breve scritto...

n° 1
da

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