giovedì, 3 settembre 2009
Il nostro Aldo Marchese ha intervistato la Prof. Cristina Brasili, economista dell’Università di Bologna. Cristina Brasili è un’esperta di fondi comunitari e di policies economiche dell’Unione Europea, ha partecipato al programma UE “Study on the CAP’s contribution to EU economy and social cohesion” (2005) e al progetto di ricerca MIUR “Cambiamenti strutturali di lungo periodo nelle regioni dell’Unione Europea” (2001), insegna Politica Economica presso la facoltà di Statistica del polo bolognese.
Forse non tutti sanno che da diversi anni l’Italia ha a disposizione un tesoro. Ebbene sì: con l’ingresso del nostro paese nell’Unione Europea, divenne realtà la possibilità di sfruttare decine di miliardi di euro concessi da Bruxelles per generare “sviluppo”. Concentrati soprattutto nelle regioni nel nostro Mezzogiorno, a disposizione di enti locali e di imprenditori ci sono a tutt'oggi cifre davvero ragguardevoli, per i più disparati settori produttivi. Ma concretamente cosa sono questi Fondi Comunitari? Come si può usufruire di essi? Quali risultati hanno ottenuto?
D.: Prof.ssa Brasili spesso si sente parlare di fondi comunitari, ma concretamente cosa sono?
R.: I fondi comunitari sono finanziamenti che l’Unione destina all’attuazione delle sue politiche. In sintesi ci sono quelli per la politica agricola (PAC) quali il Fondo Europeo Agricolo di Orientamento e Garanzia, il Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale, il Fondo Europeo per la Pesca. Poi ci sono i fondi per le politiche strutturali: il Fondo di Coesione (in cui, tuttavia l’Italia non rientra), il Fondo Sociale Europeo e il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale.
D.: Chi può usufruire di questi finanziamenti?
R.: Tendenzialmente tutti, singoli individui, imprese, territori consorziati, ciò dipende ovviamente dal tipo di progetto e dalla politica comunitaria. Per esempio, dei fondi agricoli beneficiano direttamente gli agricoltori a vario titolo, dal piccolo contadino del nostro Meridione, fino alla Regina d’Inghilterra.
D.: La regina d’Inghilterra?
R.: Esatto, proprio lei. Attraverso le sue aziende e proprietà agricole, è una delle principali beneficiarie dei sostegni ai redditi della Politica Agricola Comunitaria.
D.: I fondi alle politiche agricole, da quello che so, sono i più consistenti. Questi vengono indirizzati esclusivamente alla coltivazione diretta?
R.: Non esattamente, infatti attraverso il FEASR si finanziano anche le imprese agricole con caratteristiche multifunzionali come agriturismi o fattorie didattiche.
D.: E per quanto concerne i Fondi strutturali?
R.: I Fondi Strutturali vengono gestiti ad un diverso livello territoriale. Del Fondo di Coesione, per esempio, gode il singolo Stato: fino al 2006 Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Oggi, con l’Europa a ventisette, esso è diretto principalmente ai paesi nuovi entrati, mentre l’Irlanda è uscita dalla lista dei beneficiari. Il FESR, invece, è di competenza delle regioni che ne beneficiano tutte quante in forma differenziata: soprattutto quelle in particolare arretratezza economico-sociale. Queste ultime fanno parte dell’Obiettivo Convergenza, quello che un tempo era l’Obiettivo 1, dove oltretutto confluiscono ben quattro tipi di Fondi Strutturali. Ciò al fine di attuare una politica di sviluppo integrato. In Italia per gli anni 2007-2013 sono state inserite in questa lista Calabria, Sicilia, Campania e Puglia.
D.: E come vengono scelti i progetti da finanziare?
R.: Attraverso l'individuazione nei vari POR, cioè i Piani Operativi Regionali, di assi prioritari d'intervento.
D.: Ormai sono parecchi anni che l'Italia usufruisce di questi fondi. A suo giudizio i risultati ottenuti sono soddisfacenti?
R.: No, decisamente no. Sinteticamente per due motivi. In primis, a livello istituzionale, non eravamo preparati a gestire tali risorse. Lo dimostra il fatto che spesso buona parte dei fondi sono stati restituiti dal momento che non erano stati spesi secondo la regola T+2: i fondi percepiti sono impegnati dall’anno T e devono essere spesi entro i due anni successivi. A questo si aggiunge la mancanza di addizionalità. Ai fondi comunitari dovevano essere necessariamente aggiunte risorse provenienti dai diversi governi nazionali e regionali, questo ovviamente per aumentare i benefici di tali politiche, vale a dire per determinare uno sviluppo addizionale, in particolare per le regioni più arretrate.
D.: E qual è secondo lei la strada da perseguire?
R.: Quella della concentrazione delle risorse. Sono favorevole alla nuova filosofia del QSN, cioè il Quadro Strategico Nazionale, che ha posto come priorità la creazione di una dotazione minimale di servizi, nell’ambito dell’istruzione, dei servizi all’infanzia, delle risorse idriche e dello smaltimento dei rifiuti.
D.: Beh allora il problema è risolto?
R.: Non proprio. Non proprio, ritengo che pianificare dei POR riproponendo fedelmente il QSN non sia utile. Questo perché le regioni, con la loro maggiore conoscenza del territorio, e con tutti i vantaggi che questa situazione genera, devono essere le principali protagoniste nella gestione dei fondi e soprattutto nell’individuazione delle priorità specifiche del proprio territorio.
D.: Se ne avesse il potere come riformerebbe questi fondi?
R.: Punterei maggiormente su programmi interregionali. Occorre creare rapporti sinergici tra i vari governi regionali, questo condurrebbe a piani condivisi per aree territoriali, che, credo, farebbe scaturire certamente diverse esternalità positive.
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