Quello della tassa tipo Tobin sembra un mantra: viene proposto e riproposto ciclicamente, poi ciclicamente accantonato. La rivoluzione verde cambierà le cose? Forse. Anche se così, d’acchito, vien da dire quello che potrebbe dire Battisti, e cioè “Tobin Tax, ancora tu”.
Poco più di tre mesi fa era stato Lord Turner, presidente della FSA (la Consob britannica), a richiamarsi alla Tobin Tax come a uno strumento che poteva limitare gli eccessi della finanza venuti a galla con solare e drammatica evidenza con la crisi. Uno strumento che poteva insomma contribuire ad avviare veramente la riforma dei mercati finanziari di cui si è tanto parlato dopo la crisi, ma che si è poi dimostrata la classica montagna che ha partorito il topolino...forse anche solo la pulce, che è molto ma molto più piccola.
Poi è stato direttamente il Primo Ministro di Sua Maestà a scendere in campo insistendo sulla necessità di tassare il settore finanziario per riportare fiducia (ma basterebbe? La fiducia non si compra mica al mercato a un tanto al chilo, tempo e pazienza occorrono per ricostituirla, un attimo per distruggerla).
Ora la richiesta di riflettere sull’introduzione di una tassazione come quella che lo scomparso premio Nobel James Tobin propose negli anni ’70 è arrivata da un altro gruppo di insospettabili: niente meno che i leader dei ventisette Paesi membri dell’Ue. Che hanno scritto nero su bianco al Fondo monetario internazionale, al termine dell’ultimo Consiglio europeo di questo 2009, chiedendogli di considerare ogni possibilità per riportare la finanza sulla retta via. Anche quella di una tassazione delle transazioni finanziarie. E hanno ricevuto il beneplacito del neo-riconfermato presidente della Commissione Ue. Senza contare, si fa per dire, che un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz, ha di recente definito la Tobin Tax non solo possibile ma anche necessaria, dopo la crisi.
Ma si è già assistito in passato a flussi e riflussi di consensi su questa ipotesi. Anche se non c’era stata la crisi di mezzo. E non si era alle soglie, anzi già dentro, quella rivoluzione verde che sembra una necessità, per giunta assai urgente, per salvare non tanto il piccolo mondo della finanza, quanto il grande mondo che è il pianeta Terra.
La Tobin Tax vestita di verde potrà farcela a passare? Forse. Quando si diceva che sarebbe servita, col suo gettito, per gli aiuti internazionali ai Paesi poveri, alla cooperazione sociale, ad alleviare insomma la fame e la disperazione dei diseredati del pianeta che da sempre vivono e muoiono ai margini, beh, non fregava nulla a nessuno o poco più. Ora si dice che potrebbe finanziare nei prossimi anni un fondo da destinare alla lotta ai cambiamenti climatici, coi Paesi poveri non solo destinatari principali di questi fondi ma anche in un certo senso co-gestori. Insomma, con qualche voce in capitolo in più.
L’argomento Tobin Tax pare che sia destinato a restare nell'agenda dei vertici dell’Unione europea. E che abbia anche importanti sponsor Oltreoceano, fra cui la speaker del Congresso statunitense Nancy Pelosi.
Stiamo a vedere…e sperém, si dice a Milano. Del resto, il verde non è il colore della speranza?
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